domenica 15 novembre 2015

Dedicato a Parigi e alla civiltà



Ci risiamo: bastardi terroristi uccidono nel cuore dell'Europa e sui social si scatenano dibbbbattiti sul fatto che siano o meno da condannare tutti i musulmani del mondo e se quella in corso è una guerra di civiltà.
Sulla seconda parte, lo dico apertamente, io la penso così: quella che si combatte - una guerra, senza se e senza ma - ha a che fare con la cultura e la convivenza democratica e civile tra gli umani, ma la religione, almeno per me, è un elemento di sfondo.

Aggiungo, a scanso di equivoci, che io non sono credente e che ogni volta che vedo il pur degno papa Francesco nei tiggì, penso che sarebbe l'ora di finirla con il confessionalismo da bar che ormai ha catturato tutti i media. Se proprio mi dovete fare vedere l'Angelus, allora informatemi pure su che cosa hanno predicato il Rabbino, l'Imam e il Dalai Lama. O anche no: lasciate che le prediche vengano ai fedeli nelle rispettive chiese.
Detto ciò, veniamo a Parigi e alla bandiera tricolore bianca, blu e rossa che pure io ho scelto, temporaneamente, di piazzare sulla foto del mio profilo.

Qualche mio contatto la pensa diversamente e sostiene che allora dovremmo mettere la bandiera di Beirut (Libano), ma, a questo punto chioso io, pure curda e pure armena, tanto per citare alcune delle tanti stragi passate e presenti che la storia ci dispensa copiosamente.

So benissimo che si tratta di emozioni del momento e che, ahimè, di tragedie di come quella di venerdì sera ce ne potrebbero essere ancora molte.
Però, amici, Parigi è Parigi e per la maggior parte dei cittadini europei sopra i quarant'anni almeno, ma pure di vari giovani italiani che a Parigi continuano ad andare a vivere, è un luogo unico, forse uno dei pochi nel mondo nel quale, forse con un po' di ingenuità provinciale, molti di noi pensano che ci siano ancora spiragli di crescita culturale e professionale.

Aggiungo un'altra nota, piuttosto triste.
La sera di venerdì, con mia sorella, dopo anni che non passavamo insieme un po' di tempo sole lei ed io (e nostro padre), avevamo appena finito di vedere Crozza. Dovete sapere che io fino allo scorso anno non mi ero mai filata "Nel paese delle meraviglie": da quando ho scoperto che piace ai miei nipoti, cuore di zia, ho cominciato a seguirlo. Lo aspetto, anzi, con piacere, sperando di alleggerirmi un po' l'animo (ma come mi sono ridotta).

Avevamo appena spento la tv, ma Linda (mia sorella) mi ha chiesto di riaccendere: "Dai, vediamo se c'è qualcos'altro". Crozza aveva invitato a guardare Mentana, quello vero, e, in effetti, Mentana era lì, abbastanza crozziano, ma, ahimè, con cose da comunicare nient'affatto divertenti.

Siamo rimaste attonite, letteralmente, davanti alle immagini dello stadio pieno di gente immobile. 
Da lì, almeno io, ho cominciato a compulsare freneticamente Twitter, mentre cambiavo canale alla ricerca anche di altre voci. Le prime cronache erano, ovviamente, imprecise e, direi, tutte molto caute e serie.

Perché, come ha scritto qualcuno dopo, stavolta siamo stati colpiti noi cittadini comuni.
Scusate se mi permetto di parlare di nuovo della mia povera vita: la tristezza personale è stata amplificata ancora di più dal fatto di non poter esserci anche io, in uno qualunque di quei tg o di qualche giornale, a seguire e a scrivere con gli altri. Perché l'unico contributo che può dare un giornalista, in momenti come questi, è lavorare a un prodotto collettivo che aiuti chi non fa questo di mestiere a capire che diavolo ci sta succedendo.

Perciò oggi scrivo giusto queste righe. Voglio darvi il mio modestissimo contributo da qui, da blogger quasi ex giornalista, che spera, ancora nella civiltà e nel bene pubblico.

La canzone che linko sopra era in una colonna sonora di Mark Knopfler: ho appena letto di che cosa parla il testo. Parla di ragazzi e ragazze alle soglie della maturità. L'ho scelta perché è affiorata spontaneamente alla mia memoria insieme con una delle sigle di Maigret (Le mal de Paris) interpretato da Gino Cervi, che immagino sarebbe stato assai affranto se fosse vissuto oggi.

La dedico alle vittime del Bataclan, in massima parte ragazze e ragazzi che volevano solo passare una serata insieme a sentire musica che io presumo orribile.
La dedico pure alle ragazze e ai ragazzi che scelgano, alla fine, di non farsi esplodere, pur sentendosi fragili e disperati.

La dedico, infine, alle vittime più adulte di ogni colore e ogni nazionalità, scusandomi se non metto le bandiere delle loro terre ogni volta che qualche bastardo (e purtroppo bastarda) tecnologizzato, ma per me con l'anello al naso, infila una cintura esplosiva o usa un kalashnikov ammazzandoci tutti ogni giorno di più.

Finisco con la cronaca da Parigi da Facebook di un mio conoscente, un fotografo di Fermo che si chiama Marco Illuminati, che sembra quasi che si sia sentito in colpa per essere riuscito a mettersi in salvo.
Non credo che il suo racconto abbia bisogno di ulteriori parole: giudicatelo voi che sapete tutto su islamici e non islamici. Però, per cortesia, non fatemelo sapere.

Non riesco e non voglio uscire dal letto. Ci sono entrato alle 3h17, intero, cosciente, e scosso. Cerco di rompere questo surreale isolamento domestico nel quale siamo chiusi.
Stavo mangiando una pizza ad Acqua e Farina a pochi metri da La Belle Equipe. Eravamo dentro, ho sentito dei botti molto forti, tutti li hanno sentiti. Qualcuno si è affacciato, continuavano i botti. Vedevo qualcuno sulla strada, ci domandavamo se fossero petardi, tutti se lo domandavano. Tra la paura e lo stupore, nessuno osava fare altro che porsi delle domande. Dopo diverse raffiche e colpi singoli, un odore di polvere da sparo. Abbiamo pensato fosse la conferma che si trattasse di fuochi artificiali, non sapevo che le armi da fuoco potessero avere questo fortissimo odore. Poi di seguito, un auto nera si ferma di fronte alla brasserie colpita con le quattro frecce e riparte, gli asiatici dell’emporio di fronte capiscono per primi cosa è accaduto (forse la guerra l’hanno vista) e chiudono per primi la serranda, esco, mi avvicino, con la certezza crescente che non si trattava di una festa a sorpresa. Vedo altri ragazzi nascosti dietro una campana del vetro, due tornano, gridando « sono tutti morti ». Da questo momento, la vista si fa opaca. Mi ricordo solo dei dettagli, mi ricordo una sedia spaccata dai colpi, il legno era spaccato, non forato, credo le armi pesanti facciano questo. Poi il sangue, e poi la terrazza, a fianco del giapponese. La terrazza come un contenitore di corpi, ammucchiati, tra i tavoli e i vetri. La carne macellata era ancora fumante, c’era quel silenzio di morte che si immagina tra il trauma e la reazione, come quel tempo sospeso tra la caduta di un bambino e il suo pianto. Poi una ragazza con i pantaloni neri e la scarpa con il tacco, con la gamba forata sul tavolo, forse con qualcuno che la stringeva, comincia a gridare, e si rompe il silenzio, o forse comincio a sentire. Mi ricordo un uomo a petto nudo che urlava, mi ricordo un ragazzo che filmava e un altro che lo attaccava gridando. Mi ricordo un lavoratore del locale, forse un cuoco sulla porta, immobile, sotto shock. Mi ricordo un ragazzo con la testa sull’unico tavolo in piedi, con un occhio di fuori e lo spot luminoso ancora puntato sul tavolo come in un teatrino dell’orrido. Mi ricordo le luci spente, i vetri rotti, mucchi di ragazzi ben vestiti. Cercavo di ripetermi che erano persone vere. Poi improvvisamente non mi sono più sentito al sicuro, sono scappato, senza aiutare nessuno e senza pensare. Ho corso, sono rientrato all’ Acqua e Farina e ho avuto una fitta allo stomaco. Siamo scappati nella casa di un’amica, fino a quando non siamo riusciti a rientrare. 
A questo aggiungo solo poche considerazioni a caldo. La scena di quella carneficina era uguale a quella che ci capita spesso di vedere nei media quasi quotidianamente dopo un attentato: stessa architettura dei corpi, stesso odore, stesso ambiente di morte. Però questa volta sono vestiti come me. Questo cambia tutto. Il nostro immaginario non si riconosce in queste scene, e il décalage è forte. Non hanno tuniche, non hanno barbe, non gridano in arabo. Sono vestiti come te, hanno la tua età, ti somigliano. Era quello che volevano i terroristi, colpire l’intimità di ognuno, creare immedesimazione. 
Non ho aiutato nessuno, e mi domando perché. Come si fa ad aiutare un cumulo di persone? Puoi aiutarne uno, una persona ferita, mi è capitato più volte. Ma come si fa quando sono tanti? Non sapevo dove mettere le mani, e me ne sono andato, come quando spegni la televisione. 
Penso a chi vive quotidianamente questa situazione, penso alle innumerevoli persone che sono in Francia immigrate che hanno già vissuto queste situazioni. E penso a noi, figli della « belle époque » del « non ci riguarda » o ci riguarda ma in fondo…. 
Per la nostra generazione europea è la prima volta che la guerra entra nelle nostre case, nei nostri occhi, sulle nostre strade in maniera così eclatante e pesante. Non si tratta di una bomba, né della distruzione di un obiettivo sensibile. A fare questa strage sono ragazzi della tua età armati che si mettono di fronte a te per ucciderti, faccia a faccia a pochi metri, per ucciderti, per distruggere la tua illusione di benessere, per strapparti la convinzione che in fondo capita sempre ad altri. 
Lo straniamento è un processo di autodifesa, cerco di restare presente a me stesso.

venerdì 13 novembre 2015

Kafka sulla spiaggia, metafora della nostalgia. Una furberia che ammalia



Mentre scrivo questo post, sto ascoltando il Trio dell'Arciduca di Beethoven, in un'esecuzione di Rostropovich and company che, sinceramente, non mi ricordo già più se è citata in Kafka sulla spiaggia, il libro di Murakami (Haruki, il nome di battesimo, poco nipponicamente parlando) che ho finito di leggere ieri sera.

L'ultima parte, ve lo confesso, mi ha lasciato un po' perplessa: troppo, troppo onirica e fumettistica per i miei gusti. E al contempo, anch'essa, come il grosso di questo affascinante libro, molto, molto attraente.

Perché più passano gli anni e più ne ho la certezza: la perfezione rompe le balle, le crepe nella narrazione e i passaggi inverosimili che mi hanno fatto sorridere in modo spontaneo sono tra i motivi principali per cui posso dire che sì, valeva davvero la pena trascorrere varie ore in compagnia del poco credibile quindicenne Tamura Kafka, dell'uomo-donna Oshima, di Nakata l'autistico che parla in terza persona e dello scombinato camionista Hoshino, tra tutti, il personaggio che meno ho capito.

C'è qualcosa che mi ricorda i cartoni di Miyazaki in questo libro, anche se, obiettivamente, so talmente poco di Giappone e di letteratura dell'estremo Oriente in generale che potrei pure star scrivendo una boiata.

Mi piace comunque assai l'animo pop di Murakami e pure quella che alcuni giudicano un'autentica furberia, ossia il suo continuo citare marchi di abbigliamento in particolare (e calzature: la Nike magari gli passa qualche dollaro per ogni volta che ce la infila, ma chissà), perché, come tutte le altre cose che scrive, lo fa con un'apparente naturalezza che me lo rende simpatico.

E poi la cucina: accidenti quanta attenzione dedica ai piatti della sua terra (pure ai surgelati: voi sapevate che in Giappone si trova il riso fritto surgelato? Io proprio no) e in generale alle funzioni corporali dei suoi personaggi. La cacca è citata almeno un paio di volte. Per non parlare delle eiaculazioni e del glande appena sbocciato di Tamura. Abbiamo capito che vuoi farci credere che parli di un quindicenne, ma, per quanti sforzi tu faccia, caro Haruki, non ci caschiamo. Quello sei tu, rassegnati.

Veniamo però alla storia. O meglio, alle sensazioni che mi ha lasciato leggerla.
Tutti quei dettagli di vita quotidiana e poi la primissima parte e l'ultima, in cui la facoltà di parlare con i gatti passa da Nakata lo scemo (per così dire) al suo improbabile amico camionista, mi hanno messo una malinconia che non so dire.

In certi momenti mi affioravano alla memoria le canzoncine giapponesi del Castello errante di Howl e della Città incantata, i primi due lavori di Miyazaki che ho conosciuto e che tanto hanno significato per me in altri tempi. Forse dovrei rivederli ora, forse mi direbbero cose ancora diverse. O forse rivederli mi darebbe ancora di più la misura del tempo passato.

Ho trovato davvero commovente la descrizione della signora Saeki, il personaggio femminile chiave della narrazione, la mamma con la quale, come Edipo, Tamura Kafka deve giacere.
In vari punti c'è lei quindicenne come il protagonista e lei cinquantenne, identica ma con un sorriso forzato e i tacchi e le perle a differenziarla da com'era un tempo.

Per puro caso (ma chissà), durante questi giorni di lettura, ho scorso velocemente il mio archivio fotografico. In una mezza mattina ho rivisto me e non solo me in questi ultimi dieci anni e pure di più.
Non ho avuto tempo né voglia di soffermarmi troppo a lungo su nessuna delle fotografie (ne stavo cercando una in particolare, volevo ritrovarla nel più breve tempo possibile).

Ebbene: ho avuto una prova materiale della nostalgia di cui è impastato tutto il romanzo. Se si può dare una definizione breve, da tweet, di Kafka sulla spiaggia, potrei solo dire che sia una metafora (una parola ripetuta spesso nel libro) della nostalgia.
Avrebbe potuto parlare anche d'altro, avrebbe potuto non infilarci i soldati dell'esercito imperiale e neppure il serpente vischioso e bianco che Noshino deve uccidere verso la fine: il sentimento principale non sarebbe cambiato.

Se lo si legge con la giusta predisposizione d'animo, insomma, alla fine si piange. O comunque si dovrebbe farlo se non si avesse un cuore pesante più della pietra dell'entrata che ossessiona il lettore da un certo momento in poi della storia.
Io, per dire, ho solo pensato di piangere; ma ho versato talmente tante lacrime in altri momenti (pure recenti) che stavolta, no, nemmeno un po' di sterili goccioline.

Chissà che diavolo stava succedendo nella testa di Murakami mentre scriveva Kafka sulla spiaggia.
Ho fatto un po' di conti: ci ha lavorato quando aveva più o meno cinquant'anni. Credo che questi passaggi decennali angoscino un po' tutti (alla vigilia dei quaranta io, per lo meno, sono andata in forte paranoia). Gli uomini, forse, temono di perdere vigore fisico, ma non saprei.
Sono certa, in ogni caso, che ci abbia infilato dentro un po' dei suoi sogni: si fa davvero fatica a distinguere il reale dal surreale, il che è sicuramente voluto, figuriamoci.

Giusto ieri, per caso, ho letto un pezzo sull'autore nipponico uscito sul Giornale la scorsa estate: era molto ironico (ben scritto, devo dire) e giudicava Murakami assolutamente sopravvalutato.
Non avendo letto che poche cose di lui, non posso concordare.
Però l'articolo ha avuto il grande merito di farmi scorgere le analogie tra lo scrittore e un'altra grande mia passione. Indovinate un po' di chi sto parlando? Ma ovviamente di Paolo Conte, che da poco ha pubblicato dei racconti sulla sua vita (titolo: Fammi una domanda di riserva. Ovviamente me lo procurerò quanto prima).

Invecchiando, il mio amore per il maestro astigiano non è passato, ma ammetto di aver imparato a smitizzarlo.
Sì, perché nel frattempo ho conosciuto vari dei suoi autori di riferimento, da Duke Ellington a Glenn Miller, ma pure autori meno famosi scoperti guardando un sacco di film in bianco e nero e ascoltando qui e là la musica del Bipede soprattutto.
Il buon gattone avvocato ha letteralmente saccheggiato dal jazz e dalla musica francese (e pure quella italiana alla Carosone) un sacco di elementi ritmici e di scrittura.

L'ha fatto, preciso, perché li ha interiorizzati talmente bene da essergli venuto naturale creare uno stile tutto suo, talmente suo da non essere ripetibile per nessun altro musicista che tenti di suonare/cantare alla sua maniera (chi ci prova, in genere, è patetico: ho in mente esempi precisi, ma non sto qui a scriverli).
Il "mio" Conte, insomma, è furbo e sornione, con quei baffoni indisponenti sotto gli occhi azzurro cerei, ma sono ben contenta che lo sia. Che ci sia.

Allo stesso modo, credo, Murakami deve aver fatto lo stesso con i suoi maestri: Checov, per esempio, dev'essere uno che gli piace assai, visto che ne parla espressamente, ma anche Dostoevskij e di certo la tragedia greca, sulla quale, tra l'altro scrive cose interessantissime.

Per me che non so assolutamente nulla, insomma, un po' di intelligente furberia altrui è un elemento positivo, non certo un demerito. Chi è capace di rubare con classe è un grande, per me, detto altrimenti.

Perché tanto, nessuno inventa nulla, la storia, la letteratura, l'arte sono percorse da temi che si ripetono all'infinito: tutto sta a saper trovare la propria voce per tramandarli ancora e ancora a chi verrà dopo di noi. E se questa voce si è formata copiando il timbro di qualcun altro, ma aggiungendovi anche solo un diesis che prima non c'era, beh, tanto di guadagnato per chi ascolta, legge e interiorizza.

So già che molte delle suggestioni che ancora aleggiano in me di Kafka sulla spiaggia sono destinate a sparire. Di Dance dance dance non ricordo nulla, se non qualche riferimento alla cucina (mi piacerebbe vedere Murakami preparare qualche piatto. Magari su You tube c'è pure), ma non importa.

Mi ha fatto ben più che compagnia in questa fase di vuoto e di trasformazione.
Già solo per questo motivo, se siete in analoga fase, leggetelo.
E poi continuate nella vostra vita. Come Tamura Kafka riprende la propria, dopo molto vagare, reale, forse, immaginario di sicuro.

lunedì 9 novembre 2015

Murakami e l'attrazione irresistibile per il micro



Non riesco a smettere di leggere Murakami.
La vita di una persona di una certa età è più amara per la maggior parte del tempo, ed è anche per questa ragione che quando si passano ore in appassionata letteraria compagnia, sembra davvero un miracolo.

Ammetto, comunque, che il clima mite di questo inizio novembre mi stia aiutando non poco a mantenermi lucida. A tratti persino incoscientemente positiva.

Ho spedito un po' di curricula. Nella maggior parte dei casi si tratta di candidature che niente hanno a che fare con il percorso seguito finora.
L'avevo detto e l'ho fatto (sto cominciando a farlo).
Secondo la logica buddista di mia sorella (le poche nozioni che ho in materia sono mediate dalla sua esperienza di neo-adepta), già desiderare fortemente il cambiamento, ti predispone su quella strada.

Sinceramente, visto quel che mi è successo con il concorsone Rai, non credo basti la forza di volontà.
A forza di sentirmi dire dagli amici più cari, anzi, che sarei stata adatta a fare tv, che era arrivato il mio momento etc etc, avevo quasi quasi cominciato a crederci pure io. Per cui potete immaginarvi che delusione ritornare alla realtà.
E tuttavia, nel segreto della mia psiche, ho sempre saputo che poteva benissimo non succedere nulla.

Prima dell'estate, anzi, già mettendomi a cercare con sempre maggiore determinazione la casa qui sul mare, mi ero detta che dovevo ricominciare daccapo. Magari il concorsone è stata solo un'utile distrazione.

Ho avuto infatti l'occasione di leggere molti giornali, di riprendere il tedesco, di ascoltare/guardare un sacco di video in inglese, di riflettere sul mondo dei media e poi, ma sì, di divertirmi a fare prove di improvvisazione in video. Alla fine non ho fatto altro che impiegare il tempo in un modo creativo, come, tutto sommato, faccio tutti i giorni. In privato e quasi in segreto, com'è mio uso.

In definitiva, questo del blog, così minuscolo, continua ad essere la mia dimensione ideale.
Poi, sì, ho bisogno di lavorare (come quasi tutti), ma dubito che se fossi uscita dall'anonimato piombando in kafkiani corridoi aziendali, questo mio istinto alla fuga verso il micro sarebbe passato.

L'unica, sostanziale, differenza rispetto a quando ero più giovane è che oggi ne sono consapevole.
Non ho nulla da dimostrare se non a me stessa.
Da me, sempre, cercherò di pretendere il massimo dell'attenzione. Del rigore e della forza.
Queste doti (sì, sono doti) mi hanno comunque permesso di raggiungere il principale obiettivo che mi ero prefissa negli ultimi anni: comprare la casa.

Non vedo perché adesso dovrei tornare indietro.
Quindi, rifacendomi al titolo della foto che vedete sopra, su il sipario.

(Non vedo l'ora di continuare nella lettura stregata).

martedì 3 novembre 2015

Piraterie letterarie per ripartire: w Murakami


Amo questo posto, anche se non l'ho mai visto aperto, almeno non da quando sono venuta ad abitare al mare.
Ieri mattina sono passata a prendermi un orzo nel chioschetto che sta dall'altra parte della strada, un altro nuovo punto di riferimento dell'ultimo anno, scoperto prima di riuscire a comprare casa.

Ho passato lì diversi momenti, alcuni più leggeri, altri meno.
Come ho scritto qualche giorno fa su Facebook, la foto che vedete sopra è diventata il mio nuovo manifesto esistenziale.

Scherzavo, naturalmente, ma come sempre capita, fino a un certo punto.
Sto navigando a vista più del solito, però ho scelto, per tentare di lasciarmi andare al beccheggio della barca senza troppa ansia, una piacevolissima lettura.

Parlo di Kafka sulla spiaggia di Murakami. Ho scoperto solo in questa circostanza, tra l'altro, che i giapponesi dicono prima il cognome e poi il nome, come capitava a noi finché si andava a scuola o sotto le armi.
Haruki (questo il nome del grandissimo scrittore) mi aveva già colpito anni fa con Dance, dance, dance, ma di quel libro ricordavo solo le atmosfere e i continui riferimenti alla cucina nipponica. Pure in questo ne parla in continuazione, ma quel che più mi affascina della sua scrittura è il fatto che apparentemente sembra non succedere proprio niente, eppure si crea una tensione che ti impedisce di smettere di leggere.

Non so ancora come evolverà la storia, anzi, le storie parallele che so che a un certo punto si intersecheranno (l'ho letto in una recensione, ma anche se non l'avessi fatto, lo si percepisce lo stesso).
In ogni caso, per tentare di ripartire in qualche maniera, avevo bisogno innanzitutto in questa immersione nelle parole, possibilmente da leggere in posti ameni, al sole, davanti al mare e una tazza di buon caffè, esattamente come farebbero i protagonisti (soprattutto quelli maschili) di questo libro stregato.

Vi dirò il seguito prossimamente.
Buone esplorazioni nei vostri mari. Sperando che la bonaccia non duri troppo a lungo.

venerdì 23 ottobre 2015

Ritorno a Fermo, tra realtà e sogno

Fermo, zona Girfalco

Stamattina sono salita in cima al colle per risolvere una questione burocratica e per vedere un'amica.
Non venivo nel centro storico di Fermo da inizio estate, per la precisione dal giorno in cui ho restituito le chiavi ai miei ex proprietari. Mi ha fatto uno strano effetto.
Pur essendomi tutto, com'era ovvio, ancora molto familiare, m'è sembrato di essere piombata in un sogno, uno di quelli in cui c'è qualche elemento del tuo passato mescolato ad altri di fantasia.

Mi è venuto in mente, per esempio, il mio lavoro (si fa per dire) fotografico sulla via dove abitavo appena sotto il giardino del Duomo e in particolare lo scatto della panchina sommersa di foglie, le stesse che vedete nella foto sopra. Da quella foto sono passati esattamente quattro anni, abbastanza per accumulare altra vita (e che vita), ma non troppa per lasciarmi andare a un eventuale amarcord.

In quel giardino ho fatto varie telefonate a mia mamma, praticamente in tutte le stagioni. Qualcuna, poco prima di andarmene via, pure a mio padre, per informarmi sulle varie visite di controllo alle quali non avevo potuto assistere.

Ferma a osservare il cedro secco ricoperto di carta argentata (ho provato a fotografarlo, ma l'obiettivo del mio cellulare mi è andato in crisi sfocandomi albero e sfondo), ho avvertito nitidissimo un brivido lungo la schiena e una vaga vertigine
Sono scappata via
Riscendendo nella piazza centrale, deserta e assolata, ho intravisto l'edicolante anziano su un lato (ho avuto l'impressione che mi abbia riconosciuta, ma chissà) e una donna impegnata a lavorare a maglia sull'altro. Che calma. 
Troppa. 

Qualcosa mi dice che passeranno altri mesi prima che mi riaffacci lassù.
A scanso di equivoci con gli eventuali amici lettori del blog nati, cresciuti e giustamente fieri di Girfalco e dintorni, il problema non sono questi luoghi, crudelmente rasserenanti. Sono io che non sono in armonia con loro, troppo giovane per la pensione e troppo vecchia per mischiarmi con i ragazzi che hanno ripreso l'autobus con me per ritornare giù al mare.

Ho bisogno di aria, di luce e di radici più profonde, insomma.
Forse (lo dico piano) la mia nuova vita sta cominciando, insieme con i ciclamini e l'erica che ho rinvasato oggi pomeriggio, i panni da casa, le ciabatte e il caffè caldo sorbito sul balcone.
Il mio balcone.

Fatemi l'in bocca al lupo.
Ne ho bisogno.

mercoledì 21 ottobre 2015

#concorsonerai: riflessioni a margine e poi stop, si volta pagina

La sottoscritta nella foto del cv (e della carta d'identità), anno 2011


Riflessione a margine del #concorsonerai: dopo attento e ponderato ragionamento, sono giunta alla conclusione che l'elenco dei 100 eletti andasse reso pubblico. E pure quello dei non eletti, ma sì. Concordo cioè con quanti sostengono - Usigrai compresa - che la privacy di quei vincitori che vi hanno preso parte pur avendo un contratto a tempo indeterminato da qualche altra parte, in questa precisa circostanza, non c'entra proprio un accidente.

Se si fosse infatti trattato di una selezione privatistica o di autocandidature per altrui lidii (e scrivanie) assolutamente più che legittime (in un mondo normale tutti noi avremmo diritto di cambiare lavoro se e quando ci pare: in altri Paesi, pensate un po', succede ancora che ci si possa licenziare per farsi riassumere altrove), allora ok, la privacy aveva una sua ragion d'essere.

Essendo, invece, un concorso pubblico, allora no, diavolo, tutti noi, cittadini semplici compresi, abbiamo il diritto di sapere chi saranno i 100 nuovi eroi della tv di Stato.
Peraltro, la stessa logica della privacy era stata bellamente disattesa, almeno per qualche ora, con la diffusione sul web del gruppo dei 400 prodi (si fa per dire) di Bastia Umbra, la criticatissima sede della preselezione tenutasi l'1 luglio scorso.

Il mio nome (con relativa data di nascita e sesso, ci mancava solo lo stato civile. Lo aggiungo ora: sono femmina, coniugata, nata il 20 luglio del 1971) è circolato non so più per quanto tempo con gli altri 399 prima che qualcuno rimuovesse il file dalla Rete. 
Ho tra l'altro appena scoperto che la stessa cosa è successa a quello dei vincitori finali (cioè prima reso pubblico e linkabile, poi rimosso), quindi, in verità, chi voleva conoscere i nomi di tutti noi, promossi e bocciati, lo sa eccome. 
Pulcinella con i suoi segreti è proprio un dilettante.

Non voglio tuttavia che si pensi che stia solo rosicando (dopo due giorni e mezzo di lutto, ho capito che è l'ora di farla finita con l'auto-flagellazione). E ribadisco il mio sincero in bocca al lupo ai 100 eletti e a quelli che, eventualmente, dovessero essere via via inseriti).

Dico solo che i tempi in cui viviamo meriterebbero maggiore di trasparenza, a tutti i livelli.
E anche assunzioni di responsabilità.

Comincio io pubblicando i miei voti per esteso:
  • redazione e lettura di un testo giornalistico destinato alla TV: 20 punti (massimo 25 punti);
  • redazione e lettura di un testo giornalistico destinato alla radio: 21 punti (massimo 25 punti);
  • redazione di un “tweet” di 140 caratteri: 3 punti (massimo 5 punti);
  • improvvisazione in video su un tema di attualità: 6 punti (massimo 10 punti);
  • prova pratica volta alla verifica della capacità di utilizzo da parte dei candidati degli strumenti informatici utili all’elaborazione di contenuti audio e video: 3 punti (massimo 5 punti);
  • prova di valutazione della capacità di utilizzo del web: 3 punti (massimo 5 punti);
  • test e colloquio di valutazione della conoscenza della lingua inglese: 6.5 punti (massimo 10 punti);
  • test e colloquio conoscitivo e di orientamento, con valutazione anche del curriculum vitae presentato nel formato standard europeo: 3 punti (massimo 5 punti);
  • colloquio di valutazione della lingua diversa dalla lingua inglese, almeno ad un livello intermedio superiore: 0 punti (massimo 3 punti);
  • valutazione dei titoli: 7 punti (massimo 7 punti) così suddivisi:
    • Laurea Magistrale: 3 punti;
    • Voto di laurea superiore a 105: 1 punto;
    • Master e/o Scuole di specializzazione giornalistiche riconosciute dall’Ordine dei Giornalisti: 3 punti.
  • Punteggio totale: 72.5
Posizione in graduatoria: 210

Ho fatto schifo? Sicuramente sì rispetto ai cento in testa alla classifica.
Non è questo il punto, comunque (e in ogni caso il primo degli eletti ha circa 91, mentre il 100esimo circa 78. Insomma, è come se avessi presi 7- - in bella compagnia, tra l'altro).

Il punto è quello che sto cercando di mettere agli ultimi quindici anni di vita, consapevole (ve lo posso garantire) fino in fondo dei miei limiti, errori, responsabilità e sfighe. Ma anche dei miei meriti.
In cima a tutti, il fatto di essere una brava persona. Non dico onesta, perché sennò faccio la fine di quelli che, in nome dell'onestà, hanno fatto la peggiore delle fini (penso pure alla grottesca vicenda di Ignazio Marino).

Ogni tanto mi incazzo (e pure tanto), l'ho scritto pure nel mio profilo senza usare il francesismo, ma su di me si può sempre fare affidamento.
Quindi?
Quindi nulla.
La vita è breve e, ovviamente, andrò avanti.

Concludo con poche parole sulla scomparsa di Maria Grazia Capulli, un famosissimo volto del tg2, di origine marchigiana, bella di una bellezza che purtroppo non ha fatto in tempo a invecchiare (aveva 55 anni, pensavo fossimo coetanee, anzi, che fosse pure più giovane di me).
Se n'è andata stamattina: l'ho scoperto compulsando pigramente Facebook. Stavo stirando, il Ruggito del coniglio era finito e mi sentivo il morale a terra.
Paradossalmente, leggere della sua prematura morte, mi ha dato ancora di più la misura di quanto questa storia del concorso sia piccola cosa.

Spero per lei che abbia vissuto intensamente ogni singolo istante dei suoi anni.
Con tutta la mia confusione personale e professionale, è quello che cerco di fare ogni giorno.
La vita è più importante di tutto. Ed è - accidenti se lo è - irripetibile ben più di qualsiasi contrattino giornalistico.

lunedì 19 ottobre 2015

#concorsonerai, fuori dagli eletti. Con onore



Vi assicuro, non sono depressa. Incazzata, forse, un pochino sì. Di tutto mi rode di più questa cosa: non essere riuscita a entrare nel gruppo dei 100 giornalisti professionisti che varcheranno i tornelli di Saxa Rubra (e di svariate sedi regionali Rai a partire da Aosta, Cosenza, Campobasso e qualche altra che non ricordo) mi costringerà a fare come sempre. E cioè, mai una cena fuori, pochi film al cinema, pochissimi acquisti (alla crema antirughe, però, non posso rinunciare e nemmeno alla palestra: il crollo è dietro l'angolo e le delusioni di certo non aiutano).

Minchia che vita sfigata. Fortuna che abito sul mare e che, tutto sommato, intorno a me non vedo girare molta gente con i soldi, ma davvero, quello stipendiuccio mensile, pure solo per qualche mese ogni tot, non mi avrebbe fatto schifo.
Invece ciccia, si andrà avanti così. Ho da scoprire ancora molto sulla cura delle piante da balcone (da interno no: sennò la grigia ce le fa fuori tutte. Mortacci suoi).

Ma torniamo un attimo indietro al giorno in cui avevo saputo di aver superato la prima fase del concorsone Rai, era inizio luglio, la pelle non ancora rinsecchita dal sole.
Che botta in positivo per l'autostima, accidenti. E che senso di rivalsa sapere di essere andata lì a farmi largo con il mio metro e cinquantadue tra 2.800 persone, con sole due settimane di preparazione rappezzata alla bell' e meglio, dopo mesi in cui leggiucchiavo pochissimo i giornali, assai ben più attratta com'ero (e come tornerò ben presto ad essere) da libri in lingua inglese (mo' ci metto pure il tedesco, tiè), corsette sul mare e svariati impegni familiari (trasloco compreso).

Da quel momento in poi, però, tutto è cambiato. Ho, per l'appunto, realizzato che mi si dava l'occasione, probabilmente irripetibile, di tornare a fare il lavoro che mi ero scelta quindici anni prima, da una posizione un po' meno marginale di quella che ho avuto negli ultimi dieci, mese/anno più o meno.

Risistemandomi il curriculum, oggetto di valutazione (ho appena visto che ha preso un bel 3 su 5 punti) tra gli altri elementi che hanno contribuito a formare la graduatoria finale, ho riletto la mia vita professionale sotto una luce diversa.
Ho fatto un sacco di cose, accidenti. Anche quelle apparentemente meno importanti, come la partecipazione al laboratorio dei pazienti psichiatrici della Comunità di San Girolamo di Fermo, in qualità di volontaria (o aspirante ospite? Scherzo, of course) è stata gratificante e, direi proprio, formativa.

Ho strappato il posto 210 su 400 in graduatoria (accanto ad altri colleghi - ancora per poco - tra cui un paio di donne simpatiche incontrate il giorno del concorso e su facebook), il che, considerati i punteggi che ho riportato nelle singole prove, mi consola parecchio. Studiare a qualcosa è servito, per la precisione a ottenere sette punti su sette quanto a titoli. Però, per me, la lode doveva dare un punto in più (e che diamine), tanto, comunque, non mi avrebbe permesso di entrare in Rai.

E insomma, più scrivo più mi sento sollevata.
Prendere 21 punti su 25 nella prova di radio, per dire, non è poco, considerato che le mie esperienze in materia risalivano al mitizzato stage al gr Rai all'inizio del mio viaggio nel giornalismo (e a poco altro qualche anno dopo, ora che ci penso, con un mio carissimo amico dell'Ifg di Milano, uno che ha saggiamente lasciato perdere il giornalismo diversi anni fa, quando la crisi non era ancora deflagrata).
Mi rode un cicinìn non avere preso manco un punto in tedesco, ma del resto non lo praticavo da tempo immemorabile e solo adesso (nur jetzt!!) comincio a ri-raccapezzarci qualcosa, dopo un'estate di studio matto e disperato (wie schwer ist Deutsch!!).

In inglese me la sono cavata benino (meno di come pensavo, francamente: 6,5/10), ma, ripeto, pure lì, sono sicura che se avessi preso il massimo, sarei stata fuori lo stesso.
A questo punto, spero (francamente, ardentemente) solo che i 100 ammessi siano davvero i migliori.
Lo spero con tutto il cuore perché ho trovato davvero squallido il polemicone sollevato da alcuni di quelli che non hanno superato la prima fase. E poi perché, davvero, di gente brava, motivata e dotata di grinta e di pazienza ce n'è davvero bisogno, in Rai come in altri posti.

Posti, sia chiaro, nei quali non ci si sieda e basta, bensì dotati di sedie con molle molto elastiche in maniera da essere catapultati rapidi nel mondo, per raccontarlo nei modi più rigorosi e originali possibili.
Se i cento entrati alla prima botta (smentisco tutti quelli che dicono che tanto la Rai non li chiamerà mai: non è così, rassegnatevi. LORO lavoreranno presto all'ombra dei cavalli della tv di Stato) saranno in grado di stupire pure me, che me ne starò dall'altra parte dello schermo come al solito, beh, allora vorrà dire che sono dove devono essere.

Da parte mia, continuerò ad ascoltare soprattutto la radio, in attesa di qualche voce nuova che sappia parlarmi con il giusto accento (detesto i conduttori troppo aggressivi, ma pure quelli dalle spiccate cadenze regionali). E se poi nasceranno le newsroom (pare che i tg rai vadano verso un paio al massimo di mega-redazioni), se un sacco di gente con stipendi che personalmente non ho mai sperato di avere, nel frattempo lascerà spazio a qualcun altro oltre il limite dei primi 100 che hanno passato con me l'estate a sperare (preparandosi per bene) in un cambiamento di quelli che davvero ti ribaltano la vita, beh, meglio così.

Dubito, in ogni caso, che lo squarcio nel filo spinato degli eletti si allarghi fino alla zona della classifica nella quale mi sono fermata io: o, se lo faranno, potrebbe, magari succedere tra due-tre anni, ossia il tempo massimo di durata della graduatoria dei 400 aspiranti e non (più).

Io, comunque, non posso permettermi di aspettare tempi così lunghi: nessuno può farlo (potremmo morire per colpa delle emissioni truccate della VW domani mattina), ma tanto meno una che non vede un euro di entrata da mo'.

Quindi adesso che succede?
Non ne ho idea. Come ebbe a dire l'ex sindaco di Fermo (non dico quale) a qualcuno che gli chiedeva forse di piazzargli un nipote: "Checcosa farò".

Per forza.
Grazie, amici, e scusatemi per la lunga assenza.
Tornerò (credo) a essere più assidua.
Scrivere fa parte di me, non c'è niente che possa cambiare questo dato di fatto.

Bis bald (a presto).