domenica 21 maggio 2017

Non sono più giovane, che sollievo


Era un pezzo che pensavo di eliminare la pagina "Gli sfaccendati". Non perché adesso sia molto più affaccendata di quando l'avevo creata, ma perché ho capito che il messaggio che lanciavo era sbagliato.

Il giovane che vedete nella foto sgranata è Jack London, morto suicida a trent'anni dopo aver lasciato alla storia della letteratura libri famosissimi soprattutto tra i ragazzi che furono fino a qualche anno fa.

Ho regalato a Natale Zanna Bianca al mio nipote maggiore, ma credo non l'abbia ancora letto, visto che è rimasto a casa dei miei genitori. A breve glielo prenderò in prestito (sono una fautrice dei regali boomerang), orfana come mi sento tuttora di Martin Eden, non so se l'ultimo romanzo di questo tormentato autore statunitense vissuto a cavallo tra Otto e Novecento.

L'impressione che mi ha lasciato addosso (lui sì che era uno che andava dritto al sodo) è ancora fortissima e temo non se ne andrà più.

Il suo alter-ego letterario raggiunge la fama (con le valanghe di denari che ne conseguono) quando per lui è "troppo tardi", la frase che lui medesimo usa per titolare il libro che gliela procura, aperta metafora della condizione probabilmente provata davvero da London. Eden, in altri termini, non regge al peso di essere arrivato dove voleva, dopo anni e anni di autentiche privazioni per di-rozzarsi e imparare a scrivere davvero (mica gli articoli? Quelli "gli avrebbero rovinato lo stile", dice a un certo punto), e solo per effetto di "lavoro già eseguito".

Il protagonista dell'imperdibile romanzo è proprio ossessionato da queste ultime parole, non riuscendo a capacitarsi che all'improvviso, senza alcuna ragione apparente, a qualcuno interessino le sue opere appena un attimo dopo che lui ha smesso di crederci.

Non voglio rivelarvi il finale, perché, davvero, vale la pena immergersi in questa fondamentale storia, scoperta grazie a un amico negoziante mentre ne acquistavo un altro per il gruppo lettura di cui faccio parte. Ho tentato, anzi, in tutti i modi di proporlo agli altri membri, ma in fondo in fondo sono gelosa dell'effetto che ha avuto su di me e mi addolorerebbe se qualcuno di cui ho stima non lo capisse.

Troppo tardi per un fare un sacco di cose anche per me. 

Non sono più giovane, non lo sono più da un pezzo, ma la vergogna che provo per la mia condizione di precarietà mi ha spinto ancora troppe volte a fingere di essere alla ricerca di occasioni ed esperienze nuove, come se tutto quel che ho fatto finora non fosse "lavoro già eseguito", ossia tempo usato da me intensamente (pagato o non pagato, non importa) per crescere (e invecchiare).

Martin Eden mi ha permesso di capire con chiarezza semplicemente questo: non ho bisogno di nascondermi e cedere all'imbruttimento del tempo, ma neanche di apparire garrula e felice per forza.

Sembra una conclusione banalissima, di certo lo sarà, ma per me ha un grande valore.

Troverò una maniera più stabile per campare, ne sono certa. Ma non sarà quello a regalarmi la serenità, come il magnifico Eden-London aveva capito. A differenza sua, però, non sono più giovane, per cui non sarà necessario compiere gesti estremi per marcare la mia totale estraneità al mondo dei vincenti.

Mi basterà trovare il mio posto nel mondo, aperto e accogliente quanto basta per le persone che avranno la pazienza di non aspettarsi nulla da me. 

Mi attende un duro lavoro. Finalmente.

domenica 14 maggio 2017

Auguri, mamme (e in bocca al lupo alla mia bouganville)



Ho comprato una bouganville ad albero al mercato dei fiori: è stata l'unica pianta che mi ha attratto su tutte quelle che ho visto, anche se davvero non ho idea se sarò in grado di farla sopravvivere. La vera minaccia è, oltre alla mia scarsa propensione per il giardinaggio, la gatta grigia, che ama spezzare i boccioli dei garofani (per il momento messi al riparo dai suoi dannati canini sull'altro balcone).
Staremo a vedere. Il motivo per cui ho scelto proprio questa graziosa piantina è molto infantile: si chiama come me, con una x al posto delle due s. Cercando una foto per questo post, ho letto giusto ora qualche consiglio per coltivarla. La vedo dura.

Non sto scrivendo, per la verità, solo per aggiornarvi sui miei propositi green, ma anche perché domani è un giorno che in altri tempi mi avrebbe messo allegria.
Non riuscivo a guardare tutti quei cuori e quei cartelli che richiamavano la festa mobile dedicata alla mamma.

Nei giorni scorsi ho parlato con otto diverse madri di bambini e ragazzi di età ed esperienze diverse. Il risultato uscirà domani (ormai oggi) sul quotidiano per cui collaboro, ma quello che non ci sarà è proprio l'effetto che hanno prodotto su di me, che mamma non sono, le loro parole e i loro sguardi.

Avevo fatto un lavoro simile per i papà, ma in questo caso sapevo già prima di buttarmi a capofitto nell'organizzazione di un incontro dopo l'altro (faticosissimo incastrarsi con gli orari contingentati delle mamme!) che ne sarei riemersa un po' cambiata

E se sento di non essere più esattamente la stessa di prima già al solo ascolto delle loro profonde trasformazioni, figuriamoci che cosa mi sarebbe successo se l'avessi provato anch'io personalmente.

Ve lo posso dire, non me ne vergogno: le donne che hanno il coraggio di fare figli sono imbattibili. Certo, esistono casi difficili, orribili addirittura, ma se non si è psicopatiche o particolarmente in bolletta oppure - certo - impossibilitate per motivi di salute, dalla maternità si ha solo da guadagnare.

Attenzione, però. Il miglioramento personale che ne viene fuori può essere pure totalizzante e determinare la fine di ogni romanticismo

Se non si ha affianco un partner che a sua volta comprenda appieno che diavolo di miracolo è vedere una creatura che ti spunta come dal niente, che abbia la forza sovrumana di innaffiarla, potarla e fortificarla più o meno come viene naturale alla mamma, non c'è unione che tenga.

Per fortuna ce ne sono tanti che hanno queste caratteristiche, ma le donne che nutrano dentro se stesse l'ardito desiderio di dare la vita devono scegliere con attenzione il seme che le feconderà.

Non sto scherzando: a meno di incidenti fortuiti o di colpi di fulmine incontrollabili, bisognerebbe prendere l'uomo che ti corteggia e intervistarlo per bene: tu che intenzione c'hai? Mi metti incinta e poi sparisci? Cos'è tua mamma per te? Vuoi viaggiare? Sei un fan di Erode? Etc etc.

Capisco benissimo che sia complicato e che potrebbe sembrare un po' calcolatore, ma chi glielo dice, poi, al piccino che papà non sa fare niente, che si sente messo da parte proprio da quest'alieno in miniatura e che la playstation proprio non la vuole cedere? 

Ma probabilmente al grosso delle coppie che decide di riprodursi (o che si sorprende della novità in arrivo) basta uno sguardo d'intesa di massima per capire che ci si va a genio l'uno con l'altra (cambiate pure le declinazioni di genere, se vi pare).

Io, comunque, ho la massima stima per chi si è imbarcato in questi straordinari viaggi.
E comprendo sempre di più quanto sia per loro complicato dialogare con chi non li sta affrontando.

Mi piacerebbe, vi confesso pure questo, che non facessero sentire noi non genitori come delle povere creature incomplete, come si percepisce negli occhi condiscendenti di alcuni di questi meravigliosi avventurieri.

E tuttavia, nel profondo del mio cuore, mi sento di dar loro ragione pure ai compatenti: se non hai figli, sai davvero molto poco della vita e del perché, accidenti, ti servano denari per campare.

In una società rurale, magari, bastava avere almeno il pane e un tetto e di tablet, scarpe di marca e zaini fighetti non se ne parlava proprio.

Ma il punto è sempre lo stesso: si fa di tutto e di più per i figli perché è giusto e bello.

E terribilmente commovente.
E se l'avessi capito diversi anni fa, sarebbe stato tutto più semplice. 
E dire che ho avuto un esempio straordinario di mamma. Forse persino troppo.
Magari è stato così grande da farmi sentire protetta e coccolata ben oltre gli anni in cui avrei dovuto organizzare serrate interviste ai miei possibili fecondatori.

O semplicemente dovevo diventare adulta in un'altra maniera, con la sua perdita.

Non si torna indietro, per cui quel che fatto è fatto, ma di quell'energia assoluta che ho visto in lei e nelle mamme che mi hanno aperto il loro cuore sull'infinito amore di cui sono state capaci, farò tesoro. Sempre di più.

Auguri a tutte le mamme, di ieri, di oggi e di domani.

venerdì 28 aprile 2017

Ewwa e il concorso di scrittura per le tastiere fumanti


La signora in maglia verde che firma il libro è la scrittrice Loretta Emiri, amica mia e degli Indios della foresta amazzonica, con i quali ha vissuto per una ventina d'anni tra gli anni Settanta e Novanta.
Non sono riuscita a intervistarla anche sul suo ultimo lavoro, ossia "A passo di tartaruga", ma per sua fortuna Loretta ha ottenuto articoli e recensioni certamente più importanti di quelli che avrei potuto scrivere io.
Ho scelto di pubblicare (o forse ripubblicare) la foto che le ho fatto durante l'incontro alla Casa della Memoria di Servigliano (Fm) nel febbraio dell'anno scorso per parlare di donne che usano la penna come modo per stare al mondo.

Loretta è una di quelle cui riesce particolarmente bene, considerati i non trascurabili sacrifici cui si sottopone ogni giorno per restare incollata alla tastiera e/o per non soccombere a quella vocina disfattista che ronza nelle orecchie di tutte le persone naturalmente portate a non prendersi troppo sul serio. Per fortuna, quel fastidioso Grillo parlante non ha avuto la meglio, per cui possiamo godere delle sue parole.

Oltre a lei, ce ne sono in giro di valenti, ciascuna nel proprio ambito di competenza. 
Sono dispiaciuta, per dire, di non poter ascoltare domani alle 18.30, alla sala Castellani di Porto San Giorgio, Alice Basso che parlerà del mestiere di ghost-writer.
Non vi nascondo che ho pensato spesso che avrei potuto buttarmici pure io, anche se, ovviamente, bisogna che ci sia uno scrittore-scrittore che mi ritenga in grado di prendere i suoi panni. 

Sono sicura che verranno fuori dettagli interessanti dall'incontro di domani, l'ultimo della serie di cinque (se non vado errata) organizzato dall'associazione European Writing Women (Ewwa) con il patrocinio dell'assessorato comunale alle Pari opportunità, intitolato "Non solo rosa".

Oltretutto, dalla foto del comunicato stampa che mi hanno inviato, Alice Basso pare abbastanza giovane da poter dare a chi è più vecchietto di lei la giusta riverniciata alle proprie idee sulle insidie e le opportunità offerte dal mondo editoriale. Chi può ci vada, insomma.

A proposito di dritte per le tastiere fumanti (mamma mia che brutta metafora), segnalo la novità offerta proprio dalla rete delle scrittrici, blogger, sceneggiatrici e traduttrici di cui fanno parte anche le promotrici della rassegna letteraria sangiorgese, ossia Christina Assouad ed Eleonora Vagnoni, rappresentanti per Ewwa delle regioni Marche e Abruzzo.

Si tratta del loro primo concorso letterario nazionale (aperto a donne e uomini) destinato alle storie di rinascita al femminile, con particolare attenzione a quelle riguardanti donne che hanno subito violenza. Oltre ai premi principali assegnati alle prime tre classificate, in altri termini, Ewwa ha previsto cinque menzioni speciali per articoli, reportage, saggi e trasmissioni giornalistiche che si sono occupate di violenza di genere.

Non ci sono soldi, questo è bene saperlo, ma non si paga per partecipare e in ogni caso già essere pubblicati in cartaceo e digitale (per chi ottiene il primo premio) e ricevere un e-reader per leggere in maggiore scioltezza non è affatto male.

Per ulteriori dettagli c'è un link: qui vi basta sapere che c'è tempo fino a fine anno per mandare i propri lavori.

A mio modesto parere, chi ha qualcosa di significativo da raccontare conviene che si butti a prescindere. Datemi retta: non esiste l'occasione della vita, ma tante mini-chance da... sbranare.

Roar.

Alla prossima.


martedì 25 aprile 2017

Dal mare a Fermo. E ritorno


Sono un tantino stanca, quindi perdonatemi per il tono un po' dimesso.
Le ultime due giornate sono state piuttosto strane.

La mattina di domenica ho partecipato alla Camminata delle donne con un po' di amiche di palestra e, oltre a fare la figura dell'idiota con lo speaker della manifestazione, con quella storia della colazione sbagliata come causa probabile della mia nausea dopo appena dieci minuti che correvo, ho rischiato pure di mettermi a piangere mentre ascoltavo la testimonianza di una donna che ha scelto di rasarsi a zero piuttosto che mettersi parrucche o fazzoletti per nascondere gli effetti della chemio. Una tizia affianco a me mi ha abbracciato e mi ha sussurrato: "Anche io ci sto passando". Mi sarei voluta sotterrare. Ma da un altro lato, se posso esserle stata di aiuto come spalla, va bene così.

Mia madre non ha perso i capelli, le si erano giusto un pochino diradati. Ma anche questo non è il punto.

Volevo esserci a quella Camminata, che ho scoperto essere legata al reparto di oncologia dell'ospedale di Fermo la scorsa edizione, l'ultima (almeno credo) a Porto Sant'Elpidio, dopo lo spostamento a Lu Portu, la cittadina in cui vivo.

Forse ero in ansia anche per questo motivo e poi perché, in fondo in fondo, sono una persona competitiva. Ho in mente almeno due episodi della mia infanzia che testimoniano il mio desiderio, sempre negato verbalmente, di primeggiare. Ma ve li risparmio.

Spero che la piantina grassa che ho comprato allo stand dell'Anpof (associazione Noi per l'oncologia del Fermano) attecchisca e diventi grande. L'aloe sul balcone dei miei sta magnificamente.

Spero ancora di più che quell'atmosfera gioiosa dell'altra mattina produca effetti duraturi in chi lotta ogni giorno, non solo per via della malattia.

Riesco solo a lanciare preghiere monche e banalotte, ma non ho ricette né strategie generali per affrontare il dolore.

Nella serata di domenica ho saputo della morte di Teo Tini, un bibliotecario di Fermo che ho solo sfiorato negli anni passati, ma che era riuscito a lasciarmi una forte impressione.
Difficile incontrare tutte insieme umanità, intelligenza e ironia: quando capita, non te lo scordi più.

Molto sentiti i ricordi dei suoi amici stamattina durante il funerale: mi ha colpito anche il sacerdote, che ne ha parlato come si farebbe tra intimi, non da un pulpito.
Ho anche avuto la sensazione che nessuno avesse bisogno di nascondersi nel parlare di lui.
Teo evidentemente sapeva leggere negli altri e il risultato si è visto nell'autenticità ritrovata in un rito che troppe volte suona stucchevole.

Il funerale di mia madre non è stato così vero, anche se il parroco, che ne raccoglieva le confessioni e che la conosceva da molti anni, non credo fingesse. Semplicemente non la conosceva davvero perché mia madre era schiva, molto schiva, molto, troppo forse, trattenuta. Non amava fare esibizione di sé, in altri termini, ma spesso finiva per censurare il suo innato istinto da leader.

Mi resterà sempre il dubbio che sia andata davvero così: che si sia ammalata per non aver creduto a sufficienza nella sua naturale capacità di primeggiare. Ma non so, forse proietto e basta quel che leggo in me. Che leader non sono: ho un altro temperamento, nutrito di chiaroscuri come il suo, ma molto più superficiale.

Tornando al bibliotecario e all'immagine che mi hanno restituito i tanti volti afflitti che lo salutavano, penso che lui fosse di una pasta speciale, silenziosa e attenta, che in qualche modo resterà.

Pur nella tristezza della circostanza, sono stata contenta di essere lì e di rivedere vari volti noti dei miei anni trascorsi a Fermo.

Verso il comune sul colle nutro sentimenti ambivalenti: non riesco a non associarlo ai fatti più dolorosi (è inutile negarlo) della mia vita marchigiana, ma d'altra parte, proprio per la loro estrema importanza, ogni volta che ne ripercorro le vie del centro storico, me ne ridiscendo al mare diversa, con un peso specifico maggiore.

Dicevano che Teo si era innamorato del mare di queste zone la prima volta che le vide durante il militare. Qualcosa di simile è successa anche a me durante la scuola di giornalismo.
Mi domando ogni tanto se davvero non sia tutto scritto.

Poi vado avanti, com'è ovvio.
Avverto però, lo ammetto, un legame con i volti, i suoni e le pietre di quelle salite e discese. Sto cercando di metterlo a fuoco, forse per farci pace o per chissà quale altra ragione.

Staremo a vedere.
Per il momento, meglio guardare il mare il più possibile da vicino, sotto quei fuochi che la notte scorsa l'hanno illuminato a giorno, costringendo i miei gatti a nascondersi in fondo al letto.

Ne ho sentito uno con un piede, andando a dormire.
E ho sorriso.

venerdì 21 aprile 2017

La vita che ho deciso arriverà: grazie, Paola Turci


Ho fatto una full immersion nella musica di Paola Turci per motivi di lavoro.
Mi ricordavo perfettamente Bambini che, non so dirvi perché, ma mi ha sempre colpito.

Quasi quasi mi vergognavo ad ammettere che mi piacesse, per quella forma di snobismo di sapore universitario dalla quale faccio ancora fatica a liberarmi.

Ebbene: ora lo dico.
Paola Turci fa un ottimo pop, nutrito tra l'altro da una grande voce e una notevole professionalità.

Ce ne fossero di cantautrici così in questo Paese di dilettanti.
Non che abbia nulla in contrario sul legittimo desiderio di cimentarsi con le arti: l'importante è sapere che c'è una bella differenza tra chi conosce il mestiere grazie anche alla lunga gavetta che la medesima Turci dice di aver fatto, e chi ne fa il più appassionato degli hobby.

Ho scelto questa canzone dell'album uscito lo scorso 31 marzo intitolato Il secondo cuore perché ne cita le parole in un verso. Avrei voluto metterci direttamente l'omonima che ha scritto per lei Enzo Avitabile, ma non sono riuscita a trovarla. 

La Turci mi ha spiegato che cosa significhi per lei questa espressione (lo sta dicendo a tutti i media che la stanno intervistando in questo periodo, per la verità), ma io gliela rubo per i miei tristi scopi da blogger.

Non si rinasce, almeno, non si rinasce una volta sola, considera la cantautrice, ma tutto ciò che siamo è frutto di ciò che siamo stati, quindi di continue trasformazioni. O rinascite, se ci piace di più.
Cambiamo, rinasciamo continuamente, fino alla fine, insomma.

Bella scoperta dell'acqua calda. 
Può essere. Però è vero che ci sono alcuni momenti speciali in cui avvertiamo più profondamente il processo di cambiamento. O di liberazione da inutili fardelli

Sento molto questo genere di messaggio nell'album della Turci, indipendentemente dagli arrangiamenti che non sempre mi convincono, in qualche caso usati (a mio avviso) per strizzare l'occhio ai consumatori di radio commerciali.

Mi piace la sua energia, mi ci riconosco, o forse aspiro a qualcosa di simile pure per me.

Credo dipenda dalla sua maturità come donna, penso davvero che il suo "fatti bella per te" possa significare molto per chi sta facendo i conti con il tempo che passa.
Il messaggio sarà anche semplice, detto diversamente, ma funziona, proprio perché detto da questa professionista dello spettacolo. 

Vent'anni fa, esattamente in questo giorno, mi sono laureata.
Doveva essere una data felice, di quelle che ti proiettano nel futuro.

Ci ho messo almeno una decina d'anni per superare il grosso delle conseguenze della mia prima vera crisi di crescita.
I dieci successivi mi sono serviti per recuperare il sorriso, lo stesso, ebbene sì, che ho visto nelle interviste e nelle clip di questa signora della musica.

Non si guarisce mai del tutto, ma niente, davvero niente, resta com'era. Per fortuna.

E' proprio questo passaggio della canzone che le ha scritto Avitabile ad avermi colpito di più.
In questo, secondo me Turci & co ci hanno visto giusto.

Quando capisci che va bene così, in conclusione, ossia quando lasci cadere illusioni e falsi miti, è proprio allora che tiri fuori il meglio di te.

Certo: ci vogliono denari o altro genere di risposte concrete, ma mi sono convinta da sola, già da prima di incrociare Paola sulla mia strada, che predisporsi al cambiamento porta qualcosa.

Ti aspetto al varco, vita che ho deciso.

mercoledì 12 aprile 2017

Mirkoeilcane e i gggiovani (resistenti) dell'Italia di oggi



Vedi i casi della vita.
Intervisto un'artista famosa romana per un'occasione speciale che si è tenuta a Recanati una decina di giorni fa e mi ritrovo impallinata ad ascoltare la musica di Mirkoeilcane
A parte il nome d'arte che mi lascia un po' perplessa (nel trascrivere i nomi dei sedici finalisti di Musicultura 2017, l'occasione speciale di cui sopra, avevo cancellato proprio il suo, convinta che fosse il titolo di un pezzo, mica un autore in carne ed ossa), di questo cantautore trentunenne romano che nella vita si chiama Mirko Mancini mi convince praticamente tutto.

Perché, ok, non so nulla di musica, suonavo male pure il flauto delle medie, ma è riuscito ugualmente a lasciarmi di stucco il suo talento mischiato a una notevole intelligenza.
Mirko mi ha passato gli Mp3 del primo album omonimo fatto in casa, quindi, secondo quanto dice lui, imperfetto. I suoi testi sono in rima baciata, vagamente rappeggiati in molti casi, in altri dal sound anni Ottanta che fa molto mia adolescenza (e sua nascita).

Ci deve essere anche una ragione inconscia sul perché la sua musica mi abbia colpito così tanto, per farla breve.

La canzone che ascolterete sopra racconta comunque una generazione che non conosco.
Quasi tutti i suoi testi non mi riguardano da vicino, se non per un punto: quel senso di invisibilità che l'autore si sente addosso o che affibbia ai suoi alter ego in musica e che sovente si mescola alla precarietà del lavoro.

A Musicultura Mirkoeilcane ha portato, come tutti gli altri partecipanti, due canzoni: a colpire la giuria è stata la seconda che si intitola Per fortuna, che, obiettivamente, è molto originale. La prima si chiamava Salvatore.

Ed è proprio di questa che volevo parlare.
Il protagonista della favola suonata è un cassiere di un supermercato, uno che batte i prezzi senza un'oncia di entusiasmo, mentre la gente e la vita gli scorrono davanti.
Nel grigiore generale, Salvatore si lascia però ancora un piccolo margine per sognare una via d'uscita, fosse pure solo ideale, componendo le sue canzoni.

Una storia minima, triste e demotivante, direte. Eppure in quelle poche parole c'è tutta la poesia della nuova Italia, fatta di ragazze e ragazzi che, magari il sabato sera, si mettono gli stessi pantaloni e fanno conversazioni banali, ma che in verità sono solo lo specchio di un Paese che vorrebbe distruggerli e basta. Perché tra loro ce ne sono tanti, ne sono certa, che non vorrebbero affatto passare da una serata uguale a un'altra con lo stesso risvolto e mocassini senza calze, a parlare di piastre per capelli o di nuovo look da postare sui social.

Mirko me l'ha detto: è un tipo polemico. Io avrei voluto rispondergli: e meno male.

Peccato che oltre a questo non avrei comunque potuto dirgli altro, se non, forse, di non mollare. Oppure avrei potuto suggerirgli di buttarsi prima possibile sul suo piano B, ossia fare il cittadino del mondo, pagandosi i viaggi lavorando qui e là.

Ma non lo penso davvero.
Secondo me, quel ragazzo, come gli altri (e le altre, ovvio) dotati di qualcosa da dire devono prendersi lo spazio che meritano non dico subito, ma almeno in tempi ragionevoli per non passare direttamente dall'infanzia alla tomba.

Ce la farà, non ce la farà?
Detto diversamente: ce la faremo, non ce la faremo?

Mi sta scoppiando la testa a forza di pensarci, ma temo di non conoscere la risposta.
E se la conoscessi sarebbe sbagliata, come avrebbe detto Quelo.

Ma la stagione non è adatta alla depressione.
Meglio tornare a parlare di rinascite etc etc.

In bocca al lupo a tutti noi.

sabato 8 aprile 2017

Nega, ridi e ama, il consolante (e autentico) libro di Rossella Boriosi


La mia settimana si è aperta all'insegna della confusione e così è andata avanti almeno fino a ieri pomeriggio. Il merito del mutamento in corso (un po' confusa lo sono ancora e d'altra parte lo sono sempre) è del libro "Nega, ridi e ama", di cui vedete sopra la copertina, scritto da Rossella Boriosi.

L'ho acquistato al primo dei cinque appuntamenti di "Non solo rosa", una rassegna di letteratura al femminile organizzata a Lu Portu da un'associazione di scrittrici, blogger e semplici appassionate di parole (European writing women association) con il patrocinio del Comune e dell'assessorato alle Pari Opportunità.
L'avevo preso sospinta da un'istintiva simpatia per l'autrice e per il coraggio, in verità molto naturale, con il quale ha scelto di parlare della sua menopausa.

Il giorno che l'ho vista, peraltro, non avevo idea di che cosa trattasse il suo libro, ma una vocina interiore mi stava dicendo da giorni che avrei fatto bene a leggerlo.
Ieri l'ho divorato.

Al di là dell'argomento in sé, che non nascondo mi spaventi alquanto, ho apprezzato la faccenda delle fasi attraverso le quali dovremmo affrontare tutti i passaggi più difficili della nostra vita.
Rossella raccontava di essersi ispirata alla teoria di Elizabeth Kubler (con l'umlaut sulla u) Ross sull'elaborazione del lutto, un'esperienza che conosco da vicino e che mi fa a tratti ancora male.

Quando ci capita di perdere qualcuno (o, nel caso della fertilità, qualcosa), dice la Boriosi, innanzitutto neghiamo il problema. Poi ci arrabbiamo (seconda fase), quindi cominciamo a farci i conti (negoziazione, terza fase), ci deprimiamo (quarta), ci ripigliamo (accettazione, quinta) e infine, se tutto va bene, rinasciamo.

La sesta fase, se non vado errata, è stata aggiunta dall'autrice.

Avendo scritto per anni su un blog aziendale che parlava di terza età e stili di vita, ho usato (e forse abusato) della parola "rinascita", soprattutto in periodo pasquale. Dopo la morte c'è la resurrezione, appunto una rinascita, una metafora usata non solo nel Cristianesimo per raccontare la ciclicità dell'esistenza.

Sono abbastanza sicura che questa cosa abbia un senso, soprattutto per noi donne. Ed è altrettanto plausibile che una volta superata la fase fertile della vita si vivano altri tipi di ciclo.

Mi piace la visione orientale non medicalizzata della menopausa, di cui parla Rossella. E pure io, in generale, trovo spesso più affascinanti le donne anziane delle giovani. Capisco però quanto sia complicato accettare età e fallimenti veri o presunti quando capisci che tra le gambe, accidenti, il sangue non uscirà più.
Ci si mette un po' ad abituarsi di essere uscite dall'infanzia, il pensiero di essere passate dall'altra parte della vita non è granché confortante, credo, nemmeno per chi pratica il Q Gong con grande impegno occidentalissimo (divertente il racconto che ne fa l'autrice che tenta di sperimentarlo, addormentandosi di brutto, su una spiaggia salentina).

Ragiono sul tempo che passa praticamente da sempre. La perdita di mia madre mi ha dato una scrollata non da poco, ma se negli ultimi due anni ho per lo meno fatto chiarezza su ciò che non voglio diventare di qui a qualche anno, temo di essere ancora lontana dalla rinascita di cui parla Rossella.

Occorre che mi prepari al cambiamento che verrà (ho assistito all'incontro con l'autrice il primo giorno di fiume rosso, ne ho letto le cronache il mese seguente il quarto già in remissione), ma intuisco che sarei davvero una persona nuova se la smettessi di farmi sovrastare dall'ansia.

Anche perché, quando eccedo con la finta organizzazione che do alle mie giornate, succedono cose come quella di ieri, ossia andare a un convegno una settimana prima di quella stabilita dal calendario. Ci rido su, ovvio, ma è stato in quel momento, dopo una passeggiata al sole con le tempie pulsanti per il raffreddore, che ho scelto di infilarmi sotto una coperta e di finire il libro di questa brillante e intelligente scrittrice.

Non si ride a crepapelle: almeno a me non è successo, perché ne avvertivo comunque la sottile nota drammatica. Invecchiare fa schifo, suvvia. Al contempo, mi sono lasciata andare alle sue parole con gentile senso di resa. Se un giorno un'estetista dovesse dirmi le stesse tremende verità sulle clienti post-climateriche non credo che ci tornerei mai più. Anzi: sono ben felice di farmi i peli da sola da tempo immemorabile. Sono ancora traumatizzata da quanto ebbe a dirmi la placida Oriana in merito alle mie cosce forti e un po' ballonzolanti in anni ancora verdissimi: "Mica vuoi diventare come quelle vecchie con le gambe che fanno deleng deleng?". Credo sia stata l'ultima volta che mi ha visto. W il silkepil.

Detto questo, sono grata a Rossella Boriosi per avermi ricondotto alla ragione.
Qualunque cosa farò negli anni prossimi, andrà bene, purché vi sia arrivata con la giusta dose di serenità.

A tutte noi, buone rinascite (alla faccia della retorica).