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venerdì 14 settembre 2012

Gli eroi di tutti i giorni e l'intimo errare verso l'alto... nonostante tutto!


Ho scattato questa non memorabile fotografia a Sassoferrato, un piccolo borgo dell'Anconetano che ho avuto occasione di visitare di recente. Ero rimasta colpita dall'intrico di linee orizzontali e verticali che celavano solo parzialmente, oltre alla scritta nel cartello, un magnifico orto, uno dei molti che ingentiliscono i paesi d'Italia lontani dai centri urbani maggiori.
Inconsciamente, devo aver associato l'eroismo dei grandi combattenti di tutti i tempi a quello molto meno visibile, ma non per questo meno importante, di coloro che lottano con tenacia per strappare manciate di ettari, magari anche solo qualche metro, alla cementificazione allo scopo di farvi crescere qualcosa di vivo.
Quando ne incontro qualcuno, provo un grande senso di pace e anche un pizzico di invidia per chi è molto più avanti di me nella comprensione di ciò che più conta nella vita.
Curiosamente, ho poi scoperto che il libro di Luciana Quaia, intitolato Intime erranze, il familiare curante, l'Alzheimer, la resilienza autobiografica, da me letto per motivi professionali, si incentra proprio sul concetto dell'eroe di tutti i giorni, ossia di colui o colei che non compie atti memorabili per passare alla storia, bensì è capace di affrontare un cambiamento prodotto da eventi critici piegandosi, sì, ma non spezzandosi. Come? Magari anche dedicandosi alla cura di un piccolo orto. In ogni caso, sapendo guardare autenticamente dentro di sé per acquisire un nuovo centro. C'è infatti una sottile differenza tra le parole resistenza e resilienza. La prima viene in genere associata alle azioni di lotta di chi combatte contro un tiranno; la seconda proviene dalla fisica - ho scoperto - ma è ormai di uso comune nelle psicoterapie a beneficio di chi ha subito un forte trauma, per esempio l'essersi ritrovato alle prese con la grave malattia di un familiare.
A mio avviso, però, imparare a piegarsi senza spezzarsi riguarda un po' tutti, a maggior ragione chi non trova consolazione in una religione o in qualche forma di meditazione trascendentale.
Il dolore fa parte della vita e solo se si hanno spalle abbastanza larghe e muscoli sufficientemente flessuosi si può andare avanti e magari diventare anche migliori.
Del libro di Luciana mi hanno colpito in particolare le citazioni letterarie (non essendo una tecnica della sua materia, penso fosse inevitabile). Due sembravano scritte appositamente per me.
Ve le trascrivo.
Da Giuseppe Conte, Il passaggio di Ermes. Riflessioni sul mito:

Quando, nel mezzo di una conversazione concitata, cadeva all'improvviso un istante di silenzio, i Greci dicevano: 'passa Ermes'.
Ermes, il dio viaggiatore, che viene da lontano ed è già pronto a ripartire, il dio messaggero, il dio delle piazze affollate, dei crocicchi, presente sulle porte d'ingresso delle città e delle case, il dio dei mercati e dei mercanti, ha dunque a che fare anche, e imprevedibilmente, con il silenzio. Con quel silenzio subitaneo ma quasi preordinato, leggero come un soffio e profondo come un baratro, in cui ciascuno di noi sente la propria solitudine sulla terra, la difficoltà di ogni comunicazione, la sospensione stessa dell'essere sui suoi fondamenti, e avverte l'irruzione di una forza invisibile, fulminea ed amica presso di sé. E' il silenzio dell'anima: Ermes, con il suo passare, ci porta intorno all'anima un messaggio muto: ci dice che la sua funzione di guida e di scorta riguarda soprattutto lei, il suo viaggio verso le ombre. E ancora: Ad Ermes interessa rendere mobile lo spazio, essere sempre nel punto dove si transita, dove una porta si apre, e nel visibile irrompe l'invisibile.

Spesso mi sembra di essere come Ermes, ossia di essere vera solo nei passaggi da uno stato all'altro. Sarà che nel mio nome c'è l'atto dell'andare, del condurre? Di parole da aggiungere ne avrei, ma preferisco lasciarvi riflettere sulle assai più interessanti frasi del poeta citato da Luciana.

L'altra citazione che mi ha fatto trasalire è verso la fine del libro ed è di Emily Dickinson:

Non conosciamo mai la nostra altezza
finché non siamo chiamati ad alzarci.
E, se siamo fedeli al nostro compito, 
arriva al cielo la nostra statura. 
L'eroismo che allora recitiamo
sarebbe quotidiano, se noi stessi
non c'incurvassimo di cubiti
per la paura d'essere dei re.

E delle regine. Di poco più di un metro e mezzo, per quanto mi riguarda.
Il mio intimo errare, insomma, continua: grazie a Luciana per avermene fatto prendere più consapevolezza. E non è detto che non mi metta a realizzare gli esercizi di scrittura autobiografica che proponi per ragioni molto più serie della mia auto-analisi da giornalaia!