venerdì 20 dicembre 2013

Il mercatino dell'Otto dicembre e la dignità del lavoro. Auguri a tutti

 

Ho scattato questa foto lo scorso otto dicembre, all'imbrunire.
Come (forse) si intuisce, ho trasportato il cesto dei nostri gatti sul banchetto che ho allestito per il primo mercatino natalizio di Fermo. Nella cittadina marchigiana rispettano infatti in maniera molto rigorosa il calendario delle festività cristiane. Prima della festa dedicata all'Immacolata Concezione, per dire, non accendono neanche le luminarie.

E insomma: tra un dubbio e l'altro, alla fine ho pagato una cifra sostenibile per occupare uno spazietto a due passi dalla grande piazza principale e, per l'intera giornata, decisamente umida, mi sono trasformata ancora una volta in ambulante.

A chi mi chiedeva che cosa vendessi e in alcuni casi anche perché, ho spiegato, con tutta la calma che mi è possibile (sono un tipo francamente suscettibile, anche se cerco di nasconderlo in ogni modo) che mi sembrava una buona idea continuare in questa forma di artigianale "direct marketing" che tanta fortuna aveva avuto la scorsa estate.

E in effetti è andata bene anche stavolta. Benché, adesso posso dirlo con tutta sincerità, fare la vita dell'ambulante è davvero dura, soprattutto d'inverno. D'altro canto, ho fatto anche un'altra, educativa scoperta.
In quel mercatino, di persone prestate al mestiere del mercante ce n'erano davvero tante.

Sulla mia sinistra, per esempio, c'erano due coppie di sessantenni, o giù di lì, con i loro oggetti fatti in casa di davvero pregevole fattura. Sono rimasta a osservare diversi minuti ogni singola pallina natalizia ai ferri e soprattutto il meraviglioso paraspifferi con tanto di funghi e lumache cuciti sopra, dal costo di diciotto euro.
Niente, considerato l'amore, la cura e il tempo che la sua realizzatrice deve averci messo. A fine giornata, però, quel bellissimo oggetto era rimasto invenduto e io posso assicurarvi che se avessi avuto qualche denaro in più l'avrei comprato.
Pensate, anzi, a quanto costa la stessa cosa se la prendete in uno dei quei negozi di artigianato locale o pseudo tale.

Idem per le bellissime agendine di carta crespa confezionate una per una dall'altra signora sessantenne, lo sguardo vispo e il marito molto simpatico, un elettricista disoccupato.
Quest'ultimo usa il suo tempo libero per fare degli orecchini molto fini, piccini e delicati, più facilmente smerciabili, certo, ma venduti a prezzi talmente bassi che dubito che il ricavato gli basti a coprire le spese dei materiali e del tempo lavoro che ha dedicato a ognuno di loro.

Di fronte a me, poco più su, c'era una signora russa, della Crimea per la precisione, la tipica struttura di capelli a cofano e la faccia di chi ha molto sofferto molto frequente tra queste signore dell'Est Europa che vediamo assai spesso in compagnia di anzianissimi connazionali.
Con lei c'era una ragazza dagli occhi di ghiaccio e una treccia da dottor Zivago, che continuava a sferruzzare con il suo uncinetto piccolissimi sotto bicchieri e presine varie.
Anche il loro banchetto era minuscolo, forse persino più del mio.

Mi sono avvicinata ai loro oggetti e ho comprato, esattamente come avevo fatto con gli orecchini fatti dall'elettricista. Anche in questo caso perché il prezzo era molto basso. Anche in questo caso, infatti, ho pensato che gli stessi prodotti venduti in uno dei negozi sfavillanti di qualsiasi centro urbano costerebbero tre volte tanto. Almeno.

Alla mia destra, invece, c'era un bancaccio enorme, pieno di cineserie, gestito da uno strano trio di personaggi, un'italiana sporca e puzzolente, i capelli unti e gli occhi d'acqua, e due uomini giovani con i denti già marci, forse pakistani. Ogni tanto dal loro banco partivano dei fasci di luce stroboscopici e una musica chiassosa e di bassissima qualità sonora forse prodotta proprio da uno dei loro oggetti in vendita. Sul filo sopra al banco una schiera di quelle scimmiette che imperversavano anche la scorsa estate sulle spiagge.

Non ho idea quanto abbiano incassato, ma posso assicurarvi che erano molte le persone che si fermavano da loro, qualcuno per le scimmiette, qualcun altro per quegli aggeggi stroboscopici, altri ancora per degli orribili fiori finti.

In ogni caso, era chiaro il motivo per cui il grosso dei passanti era attratto dal loro banco: il bassissimo costo che però, in questo caso, era anche sinonimo di bassissima qualità.
Dubito insomma che i grossisti di tutta quella paccottiglia vendano sottocosto ai dettaglianti.
Noi ambulanti per caso (o sarebbe meglio dire per costrizione) rischiamo invece di rimetterci o di andarci solo a pari.

Detto questo, per me che ho studiato ma sto avvicinandomi un passo alla volta sempre di più al baratro della miseria, è stata una lezione di vita sentirmi dire, a fine giornata, dal pakistano con gli occhi di brace e l'alito di curry: "Hai lavorato?".
E' come se avesse capito tutto, è come se in quelle poche ore passate l'uno accanto all'altro, si fosse creata una sorta di solidarietà da disperati o simil-tali, piena alla fine della dignità di chi comunque non è stato a grattarsi la testa o a battersi il petto, ma ha comunque, eccome, lavorato.

Sì, caro pakistano. Quella sera ho lavorato e sto continuando a farlo, come posso, cercando di non smarrire mai la fiducia nel futuro.
Non è facile, ma è proprio vero che l'istinto di sopravvivenza è più forte di qualsiasi altro sentimento.

Stamattina, poi, sono stata contentissima di prendere altri due ordini da una mia cara amica che non sentivo da tempo. Adesso anzi corro a farle la spedizione. Mi cambierò, truccandomi un po', e andrò alla posta. Con tutto l'orgoglio segreto di chi ha capito che bisogna lottare. Sempre.
Come sta facendo la mia magnifica mamma anche in questo momento.
A lei ho dedicato, non a caso, il mio libro.
A voi che mi state leggendo, dico grazie. E Buone Feste.
Ce le meritiamo.

giovedì 5 dicembre 2013

The Suit a Fermo, la vita oltre la tragedia grazie a Miriam Makeba



Davvero piacevole The suit, lo spettacolo di Peter Brook, Marie-Hélène Estienne e Franck Krawczyk che ho visto ieri sera al Teatro dell'Aquila di Fermo.
Non so dirvi se c'erano imperfezioni tecniche (non sono una critica teatrale), ma posso solo raccontarvi dell'atmosfera, resa lieve dai colori accesi della scenografia e dei costumi, e anche dalla leggiadria di Matilde, detta Tilly, il personaggio femminile protagonista di quella che in verità sarebbe una tragedia della gelosia, ma che invece finisce per trasformarsi in un inno all'amore e alla vita.

Non ho idea di come si chiami la ragazza sudafricana che aveva le lacrime agli occhi quando si sono accese le luci a fine spettacolo. Sulla cronaca della prima delle due serate, pubblicata da un quotidiano locale, ho visto che le hanno attribuito il nome della curatrice dell'opera andata in scena per la prima volta nel 1999, con il titolo Le costume.

Non sono certa che abbiano ragione, ma in ogni caso ho trovato assai credibile quel che avrebbe detto l'affascinante attrice, ossia di essersi completamente calata nella parte.
Del resto, bastava vederla cantare Malaika di Miriam Makeba per capire le ragioni della sua commozione.

Sarà che l'età mi sta rendendo sempre più malinconica, in ogni caso, stamattina, leggendo la storia di Mama Africa, com'era chiamata la voce simbolo della lotta all'Apartheid, e soprattutto scorrendo il testo del brano riproposto ieri sera in scena, mi sono scese un po' di lacrimucce.

E a proposito: visto che ho capito quasi tutto senza leggere i sovratitoli, giacché ci sono, faccio un ulteriore esercizio traducendo nella nostra lingua (nel modo meno scolastico possibile) il testo che scorre dopo le note biografiche della Makeba, in swahili e in inglese.

Prima si sente Miriam che dice:
"Signore e signore, questa canzone viene dalla Tanzania: è una canzone in Swahili, una canzone d'amore, e dice semplicemente 'Malaika, nakupenda Malaika', che vuol dire solo 'ti amo, mio angelo'".

E poi comincia a cantarla:

"Angelo, io ti amo, angelo (due volte)
vorrei sposarti, mia fortuna
vorrei sposarti, sorella
Non ho saputo difendermi dai colpi della sorte,
ma vorrei comunque sposarti, angelo (due volte)
La mancanza di denaro sta affliggendo la mia anima (due volte)
E io, tuo giovane amante, che cosa posso fare?
Non ho saputo difendermi dai colpi della sorte
ma voglio sposarti lo stesso, angelo (due volte)
Uccellino, ti sogno, uccellino mio (due volte)
E io, tuo giovane amante, che cosa posso fare?
Non ho saputo difendermi dai colpi della sorte
ma vorrei comunque sposarti, angelo (due volte)
Angelo, ti amo, angelo (due volte)
 E io, tuo giovane amante, che cosa posso fare?
Non ho saputo difendermi dai colpi della sorte
ma vorrei comunque sposarti, angelo (due volte)
voglio sposarti, angelo
voglio sposarti, angelo

Sotto vi riporto un'altra versione di Malaika, con una Miriam Makeba giovane e splendente, molto simile alla bella attrice che ieri ho avuto l'onore di vedere da molto vicino.





Adesso starà allietando gli angeli e gli uccellini, ne sono sicura.
Grazie, a lei e ai suoi giovani e bravi discendenti.

Aggiornamento del 6 dicembre:
Giusto ieri sera, mentre mi preparavo ad andare a dormire, ho scoperto che Nelson Mandela l'ha raggiunta da qualche parte. Ed è incredibile che abbia acceso la radio nell'esatto momento in cui stavano dando la notizia.
Madiba è entrato, in fondo, di recente a far parte anche della mia storia, intellettuale ed emotiva.
Sono contenta di averlo conosciuto un po' meglio anche grazie ai rapporti che ho stretto con i miei giovani insegnanti sudafricani.
Spero proprio che l'umanità non ne dimentichi lo straordinario passaggio su questa terra.

martedì 3 dicembre 2013

Paris Geller e gli altri personaggi di Una mamma per amica... w le repliche!


L'attrice Liza Weil interpreta Paris Geller in "Una mamma per amica", alias The Gilmore Girls, il telefilm andato in onda a partire dal 2000 per sette stagioni e ritrasmesso in questo periodo su La5.
Come già ho scritto nel precedente post, sono diventata una fan sfegatata di Lorelai, la giovane mamma di Rory, diminutivo del nome prescelto per la stirpe delle Gilmore da generazioni e generazioni.
Devo però aggiungere che l'altro personaggio che adoro particolarmente, è proprio quello di Paris.

La compagna di classe di Rory è davvero antipatica per la maggior parte degli anni scolastici che le due ragazze trascorrono insieme. Man mano che le puntate vanno avanti, però, si capisce che dietro al suo caratteraccio e la sua parlantina saccente si nasconde una solitudine non così rara nelle buone famiglie di tutto il mondo.
Paris passa la maggior parte del suo tempo con la tata messicana e le figlie di quest'ultima: anche il giorno del diploma, per dire, i suoi genitori non compaiono, impegnati chissà dietro a quale business improcrastinabile.

A un certo punto, la goffaggine e la rusticità che la caratterizzano fanno breccia nel cuore di Rory, che, si sa, è buona oltre che bellissima. Poi è intelligente quanto la sua futura amica biondina e altrettanto in difficoltà con una parte del mondo adulto. Anche Rory, infatti, è in fondo cresciuta da sola, sostenuta, questo sì, da una mamma straordinariamente simpatica ed equilibrata come Lorelai, ma pur sempre senza il padre Christopher, il quale si fa vivo con lei soltanto quando sta per diventare maggiorenne.

E insomma, i due cervelli della Chilton cominciano a studiare insieme, realizzano il giornale e le presentazioni scolastiche, ma soprattutto trovano di avere molte più affinità di quanto non sembrava all'inizio. La frattura tra loro, causata da una comune compagna invidiosa e arrivista, dura poco, per la precisione fino al giorno in cui Paris svela a Rory di aver fatto l'amore con il fidanzato e al contempo di non essere stata ammessa ad Harvard, la celebre università a stelle e strisce che era stata frequentata da tutta la sua famiglia. Arruffata e disperata, si presenta a scuola in condizioni assolutamente inadatte a sostenere la diretta tv che era stata organizzata dal liceo proprio per il commiato finale degli studenti prima del grande salto nel mondo accademico.

Il tutto potrebbe sembrare quasi tragico, se non fosse per il tono sempre vagamente scanzonato che mantiene il telefilm anche nei dialoghi più drammatici. A consolare la biondina del disastro che combina durante le riprese televisive, ci pensa proprio la Gilmore giovane dagli occhioni blu, mentre la mamma-amica aspetta con tenera discrezione fuori dall'aula di riportarle entrambe a casa.

Il giorno del diploma le due ragazze si salutano ricordandosi di essersi odiate per quasi tutti gli anni passati insieme. Dal modo in cui si abbracciano si capisce che è tutto alle spalle, proprio come le lezioni scolastiche e quei corridoi austeri della scuola che ormai non fanno più paura.

Se l'avessi visto in anni diversi, voglio dire proprio quando avevo l'età che interpretano le due attrici, che nella vita vera si portano quattro anni (Liza è del '77, Alexis Bledel, Rory, dell'81), probabilmente avrei affrontato con uno spirito un po' più leggero i momenti no che ho vissuto anch'io, come loro.
Non importa. Sono sopravvissuta alla grande, direi, e forse, chi lo sa, è bene guardarlo adesso che sono ben più vecchia di quanto non sia la protagonista Lorelai, l'attrice Lauren Graham, all'epoca 34enne.

Da quest'ultima, infatti, posso ancora imparare molto su come si affrontano i problemi sul lavoro, per esempio brindando con champagne, come fa lei quando le comunicano che l'albergo che dirige deve chiudere battenti del tutto per via dei danni causati dall'incendio che l'ha semi-distrutto, oppure quando ride come una matta dopo l'ennesima frizione con la madre Emily (un altro personaggio che adoro).

Sì, credo proprio di essere diventata una addicted delle Gilmore Girls.
Peccato però che non capisca una parola quando parlano in inglese: spero di riuscirvi, un giorno.
Soprattutto, spero che il telefilm duri il più a lungo possibile...
W le repliche!
:-)

giovedì 28 novembre 2013

The suit di Peter Brook a Fermo... e le coincidenze continuano!


Un momento di The Suit, foto di Johan Persson

Mi ripeterò, ma le coincidenze che mi capitano di continuo stanno diventando davvero troppe perché non debba tornarci su nuovamente.
Che dire, per esempio, dell'approdo al Teatro dell'Aquila di Fermo, i prossimi 3 e 4 dicembre, di The suit, la piéce del regista britannico Peter Brook ispirata al romanzo di Carl Themba, uno scrittore sudafricano morto esule e in povertà nel 1968?
Chi mi segue dovrebbe infatti sapere che sto studiando inglese con l'aiuto di due insegnanti che vivono proprio nella terra martoriata fino a non troppi anni fa dall'apartheid. Da quando li ho incontrati (ahimè solo online) il mio interesse per il continente che si affaccia sulla Sicilia è cresciuto ancora di più.
E insomma: proprio oggi mi è arrivato il comunicato stampa che annunciava l'arrivo di The suit a Fermo, praticamente sotto casa mia, in qualità niente meno che di tappa esclusiva per l'Italia per questa stagione, dopo il debutto, nel giugno dello scorso anno, al Festival del teatro di Napoli.
Prima ancora, la piéce era andata in scena solo a Londra, nel vestito attuale (scusate il gioco di parole), nato sulle ceneri del precedente Le costume, presentato da Brook nel 1999, in francese.
La versione aggiornata, scritta dal regista con l'aiuto di  Marie-Hélène Estienne e Franck Krawczyk,è invece in inglese, con sopratitoli in italiano per i poveracci (come me) che sono più o meno digiuno della lingua anglosassone.
Sì, credo proprio che assistervi sarà un'esperienza interessante, dal momento che gli attori sul palcoscenico (Jordan Barbour, Rikki Henry, Ivanno Jeremiah e Nonhlanhla Kheswa) verranno accompagnati da un gruppo che suonerà dal vivo musiche che spaziano da "Schubert a Miriam Makeba", come riferisce l'Associazione marchigiana attività teatrali (Amat), promotrice dell'evento con il Comune di Fermo.
Di che cosa parla lo spettacolo e il libro dello scrittore sudafricano, riscoperto in patria, come le opere di molti altri suoi connazionali di pelle nera, solo dopo la liberazione di Nelson Mandela?
Di adulterio e di una bizzarra punizione inflitta dal marito tradito alla moglie fedifraga.
Colta in flagranza di tradimento, quest'ultima è infatti costretta a un morboso ménage à trois con il coniuge e il vestito dell'amante, da costui abbandonato su una sedia per via della sua fuga precipitosa dalla finestra.
Si tratta, insomma, di un dramma a tinte fosche, ma credo che le luci, la scenografia e la musica (oltre che l'impegno che ci metterò a capire i dialoghi senza leggere la traduzione italiana) mi trasporterà direttamente a Sophiatown, la città sudafricana nella quale è ambientata la vicenda, in un'epoca che fortunatamente i miei giovani insegnanti di Cape Town e Johannesburg conoscono solo dai libri di storia.
Concludo con alcune piccole informazioni tecniche.
Lo spettacolo comincia alle 21, i biglietti vanno dai 12 ai 30 euro (biglietteria del teatro:
0734 284295).
La compagnia ha vietato foto e riprese (e ha fatto proprio bene: l'altra volta, allo spettacolo di Toni Servillo tratto da Le voci di dentro di Eduardo De Filippo l'attore e regista napoletano se l'è presa non poco per la luce di una fotocamera... ).
La foto che vedete sopra mi è stata gentilmente fornita dall'Amat, che può essere contattata, per ulteriori informazioni, al numero: 071/2072439.
E ora (più meno...) su il sipario!

venerdì 22 novembre 2013

Il valore dell'attenzione: un articolo di Alessandro Bignami

Non so se Carla Bignami, l'anima del Centro donatori del tempo di Como di cui ho parlato qualche tempo fa, mi ha mandato l'articolo che leggerete sotto per via del post precedente che le ho segnalato.
In ogni caso, la ringrazio dal più profondo del mio cuore, perché quel che vi è scritto rispecchia alla perfezione il mio pensiero e forse il mio stile di vita.
Bisogna concentrarsi sulle cose e averne cura: solo così riusciremo a liberare le forze più profonde che albergano dentro di noi. Precarietà o certezze a parte.
Ma lascio la parola ad Alessandro Bignami e al suo articolo, pubblicato sulla rivista Chimica Ambiente, nel numero5, uscito lo scorso settembre/ottobre. A tutti voi, buona lettura.


IL VALORE DELL’ATTENZIONE

 

UN TEMPO FORSE C’ERA LO SPAZIO PER PRENDERSELA CON PIU’ FILOSOFIA,

PER ESSERE MENO PRECISI E DUTTILI. OGGI QUESTO NON E’ PIU’ POSSIBILE, PER COLPA, O PER MERITO, DELLA CRISI.LA COMPRESSIONE DEI MARGINI E LE RISTRETTEZZE IN PERIODI DI SPENDING REVIEW COSTRINGONO A MOLTIPLICARE GLI SFORZI E AD ACCELERARE I TEMPI DI LAVORAZIONE, OLTRE CHE A OCCUPARSI SPESSO CONTEMPORANEAMENTE DI MANSIONI  DIVERSE  E  TALVOLTA NON PROPRIE. QUESTO PUO’ VALERE PER LA MAGGIOR PARTE DEGLI  IMPIEGHI, DALL’OPERATORE FINANZIARIO AL MECCANICO SPECIALIZZATO O AL MANUNTENTORE DI GIARDINI.

LA CONCITAZIONE VIENE ANCHE DALLE NECESSITA’ DI OTTIMIZZARE LA PRODUZIONE, DATO CHE SPESSO DIMINUISCE IL PERSONALE MA NON LA MOLE DI LAVORO DA SMALTIRE, OLTRE CHE  DALLE NORMATIVE SEMPRE PIU’ SEVERE E COMPLICATE. IN QUESTO BAILAMME NON E’ DIFFICILE DISORIENTARSI E PERDERE LA PRESA SUL SENSO DELLA PROPRIA STORIA PROFESSIONALE. E’ UN PROCESSO D’ALTRONDE DIFFICLE  DA INVERTIRE. CIO’ CHE SI PUO’ FARE, FORSE, E’ AUMENTARE L’ATTENZIONE E LA CURA VERSO IL PROPRIO LAVORO.PER I MONACI BUDDHISTI GIAPPONESI CONCENTRARSI SU CIO’ CHE SI STA COMPIENDO E’ UNA VIA PER LA REALIZZAZIONE INTERIORE.

DETTO QUESTO, FARE BENE LA PROPRIA ATTIVITA’ E VEDERNE LA BELLEZZA, E NON SOLO GLI OSTACOLI E I DISSAPORI QUOTIDIANI, PROBABILMENTE NON BASTA A SUPERARE I MOMENTI DI DIFFICOLTA’ ECONOMICA.

CERTO E’, PERO’, CHE QUESTO TIPO DI ATTENZIONE E’ UNA LINFA VITALE PER PROSEGUIRE CON FIDUCIA IL PROPRIO CAMMINO, SENZA CHE I PENSIERI BUI E LE PREOCCUPAZIONI PREVALGANO. UN PO’ COME STARE NELL’OCCHIO DEL CICLONE DOVE, AL CONTRARIO DI QUANTO ACCADE INTORNO, IL CIELO RESTA SERENO E NON C’E’ VENTO.

LA RICHIESTA DI MAGGIORE ATTENZIONE E IMPEGNO NEL PROPRIO LAVORO NON E’ QUINDI SOLO UNA STRESSANTE NECESSITA’ DELLA STAGIONE IN CUI BISOGNA FARE MEGLIO E IN MINOR TEMPO. L’ATTENZIONE CI CONSENTE INFATTI DI “GODERE DI CIO’ CHE SI FA”, ENTRANDO IN RELAZIONE PROFONDA CON LA REALTA’ IN CUI SI OPERA E LIBERANDO LE FORZE NASCOSTE CHE VIBRANO DENTRO SE’.

 

                                                                                                      ALESSANDRO BIGNAMI

giovedì 21 novembre 2013

Diciotto anni per la ripresa in Italia: andiamo oltre la paura

La ripresa italiana secondo Nomisma

Diciotto anni sono una bella età. Si prende la patente, si può votare. Fortunati i bambini italiani che stanno per venire al mondo, quindi. Infatti, se tutto andrà secondo le previsioni di Nomisma, la società di studi economici di Bologna che da oltre trent'anni analizza e documenta le dinamiche di sviluppo locale e internazionale, dalla ripresa effettiva dell'Italia ci separano ancora diciotto anni.
Ai miei nipoti, 6 e 8 anni in questo momento, andrà ancora bene: supponendo che staranno lasciando il mondo dell'istruzione giusto in quegli agognati giorni, dovrebbero riuscire a trovare adeguata collocazione. Si togliessero però dalla testa la prospettiva di un altrettanto adeguato stipendio.
Date un'occhiata al grafico sopra riportato: vedete a destra la cima della linea blu spezzata (per la precisione, precipitata nell'angolo acutissimo giusto nell'anno che si sta chiudendo)? Se ci fate caso, si trova esattamente alla medesima altezza del picco registrato nel 2007.

Come a dire che tra diciotto anni torneremo agli stessi livelli che avevamo quasi sette anni fa. Insomma, stiamo sereni (il bolognese Romano Prodi sarebbe fiero di me): avendo già toccato il fondo, più in basso di così non si può andare.
O meglio, non si dovrebbe.

Sulla crisi oggi sappiamo di tutto e di più e se non siamo completamente sconsiderati, è bene ascoltare le (cosiddette) cassandre che ci consigliano di rispettare i vincoli di Europa 2020.
Solo in questo modo, infatti, riusciremo a evitare ai miei nipoti e quelli che stanno venendo al mondo giusto adesso di fuggire verso lidi migliori, sempre che nel frattempo non li abbiano già trascinati via dall'Italia quelli che li hanno messi al mondo.

Perché, ahimè, per i diciottenni di oggi e per i loro genitori, zii e fratelli maggiori, il presente è davvero drammatico, come hanno illustrato più o meno tutti e quattro i relatori che hanno preso parte alla conferenza inaugurale dell'anno accademico dell'Università del tempo ritrovato e dell'educazione permanente (in sigla, Utete) di Grottazzolina, un ridente paesino in provincia di Fermo.

Il tema conduttore di tutti gli interventi era "Una finestra sul futuro. Il territorio fermano verso Europa 2020" e, tolta la prima mezz'ora dedicata a rivangare i lustri del passato, il resto è stato una sorta di dotto appello alle energie locali e nazionali per una virata decisa verso un ripensamento complessivo del nostro sistema socio-economico.

Gli applausi più vibranti sono andati all'intervento del sociologo Massimiliano Colombi, ma personalmente ho trovato molto illuminante quello successivo di Marco Marcatili, analista economico e project manager di Nomisma, il quale mi ha gentilmente elargito le sue slide.

Amici miei, ha detto fuori dai denti il giovane studioso, di che cosa stiamo parlando quando diciamo che si intravvedono segnali di ripresa? Che cosa ce ne facciamo del + 0,7% previsto per il 2014? E via via dell'1,1 del 2015 e dell'1,4 del 2016, anche considerando che staremo comunque sotto, anche se di poco, la media europea prevista negli stessi anni?

Di quel che accadrà dopo il 2016 ho già accennato all'inizio, ma è chiaro il problema posto da Marcatili: la ripresa attesa di qui a cinque anni non si tradurrà in un miglioramento delle condizioni di vita della maggioranza delle famiglie italiane né in un aumento di redditività di una buona parte delle imprese nazionali, troppo piccole e troppo poco esportatrici.
Come uscirne? That is the question.

Qualcosa bisognerà pur fare, logicamente.
Per esempio, mettere un po' d'ordine e chiarezza dentro di noi. Un po' come ci succede dopo una separazione non voluta, un lutto o un qualsiasi altro evento che ci ha mandato "in crisi".
Nelle slide che Marco ha mostrato alla platea forse un tantino attonita del piccolo teatro di paese, si leggevano parole come "dai beni privati ai beni di interesse collettivo (commons)", "politiche di sviluppo rivolte ai luoghi che abitiamo", "partecipazione delle comunità (civile e imprenditoriale)", "riscatto della qualità dell'azione pubblica", "città in cerca di economie, ma economie in cerca di città".

Insomma, ha detto l'analista economico, cominciamo intanto con il pronunciare questa serie di paroline magiche come per riabituarci al suono di un diverso modo di fare politica ed economia. Poi andiamo più nello specifico. Come si riporta al centro l'interesse collettivo?

Per esempio, eliminando le barriere architettoniche dalle nostre città, mettendo in sicurezza il nostro patrimonio storico-artistico, curando l'estetica delle nuove costruzioni e di quelle antiche.
In termini ancora più pratici, dove trovare il denaro per ridarci una verniciata (e non solo quella) di credibilità internazionale? Creando partnership pubblico-private, utilizzando un approccio più europeo nelle nostre iniziative, valorizzando le professionalità migliori.

Quest'ultimo aspetto, peraltro, porterebbe notevoli benefici alla marea di bravissimi connazionali che lottano per non andarsene dal nostro Paese: pensiamo solo agli archeologi, da una parte, e agli architetti, dall'altro. Quanti di loro sono pressoché a spasso, mentre potrebbero dare un notevole contributo per la sacrosanta valorizzazione di un patrimonio che tutto il mondo continua a invidiarci?

Le slide passano poi a mostrare una serie di numeri, non tutti intellegibili senza un'adeguata conoscenza economico-finanziaria, ma abbastanza chiari in un punto: se investiamo in risorse energetiche rinnovabili, se abbattiamo, detto diversamente, gli sprechi di calore, acqua ed elettricità, produciamo occupazione e crescita del Pil.

Oltre ai numeri, parlano infine le immagini di un progetto di riqualificazione prospettato per un quartiere di Modena, oggi un ammasso di fabbriche in disuso, domani un luogo pieno di verde e di case a basso impatto ambientale. Perché questa trasformazione sia possibile, però, è necessario il consenso della popolazione che deve andarvi ad abitare, magari attraverso un'adeguata politica di bassi prezzi di compravendita o di affitto. Senza un coinvolgimento della società civile, in sostanza, nessun progetto è credibile: diversamente, continueremo ad assistere alla costruzione di casette (casacce e casone) spesso destinate a restare vuote in zone ad alto rischio idrogeologico, come quelle che si vedono dal treno ahimè ormai su ogni piccolo fazzoletto di costa adriatica.

L'ultima osservazione, naturalmente, era mia, ma davvero, ascoltare l'intervento di Marco Marcatili mi ha fatto scattare qualcosa nel cervello e nel cuore: bisogna fare qualcosa, accidenti.
Bisogna aiutare quelli che verranno dopo di noi a non buttare via l'energia degli anni migliori.
Come?

Intanto, come ha scritto il project manager, ficcandosi bene in testa che l'Ue non è un bancomat e che per non fallire il traguardo del 2020, bisogna fare davvero sul serio. Il che significa che urge impegnarsi nella ricerca di vere alleanze tra i singoli territori, oltre i campanilismi e le recriminazioni localistiche che hanno davvero fatto il loro tempo.

In concreto, ci aspettano due scadenze molto più vicine di quel che sembra: l'Expo 2015, innanzitutto, da vivere non come vetrina per nani (metaforicamente i piccoli paesi che compongono non solo il Fermano) e ballerine (le aziende, pochissime, che danno lustro alle micro-realtà locali), bensì come luogo per catturare flussi permanenti di turisti e visitatori alla ricerca di qualità in ciò che vedono, mangiano, usano e acquistano.
In secondo luogo, il famigerato Ue2020, da prendere come data per suggellare le nuove alleanze strategiche di tipo "glocale", sotto l'ombrello di un'architettura finanziaria sostenibile per tutti.

Quest'ultimo traguardo si realizza tenendo d'occhio la domanda sociale e ponendosi, se si è amministratori pubblici, come "accompagnatori" degli interessi collettivi piuttosto che come "proprietari" degli stessi.
Un discorso simile va fatto anche per le imprese, che devono abituarsi a "co-progettare" la domanda di beni e servizi, anziché utilizzare i propri denari in incupenti colate di cemento.

Ce la possiamo fare?
Secondo me sì, anche se non sarà facile. L'unica arma che abbiamo sapete qual è? La paura della fame, niente affatto metaforica, che potremo fare proprio noi (plurale maiestatis, anche) che non abbiamo goduto, se non nei nostri verdissimi anni, di un benessere che ci meriteremmo, considerato quanto abbiamo studiato e quanto abbiamo investito per essere cittadini, non solo consumatori.

Ho davvero molta strizza, lo ammetto. Ma fare i conti con questo sentimento, impegnandoci oltre ogni ragionevolezza, lo dobbiamo soprattutto alle giovani generazioni, che hanno ancora meno colpa di noi per lo sfascio che stiamo loro consegnando.

Diamoci dentro, insomma.
Grazie a Marco Marcatili e agli altri trentenni come lui per il loro prezioso lavoro.
Il presente è nostro: facciamoci sentire.

mercoledì 13 novembre 2013

Lou! e lo storytelling di me stessa



In attesa di capire se e quando cambierò la natura di questo blog, torno al mio personal storytelling (a proposito: ho finalmente scoperto di che cosa si tratta) per parlavi di Lou! , un fumetto di origine francese che ho scovato del tutto casualmente nella fumetteria di Civitanova Marche. L'unica della cittadina della costa marchigiana, fino a prova contraria.
Le coincidenze sono davvero troppe perché non ne parlassi, almeno un attimo.

Nel numero che ho comprato io la ragazzina bionda, bassina e sognatrice, sta per compiere quattordici anni, ma se ho ben compreso, le sue avventure partono quando ne ha ancora dodici.
Gli album sono realizzati come fossero pagine del suo diario, uno dei molti che ho tenuto pure io più o meno proprio dall'età del personaggio partorito dalla matita (china? pastelli? chissà) di Julien Neel, il disegnatore che ha dato vita - sempre se ho capito bene - a una vera e propria "lou-mania" tra le coetanee in carne ed ossa della ragazzina disegnata. Oltre ai fumetti, sono stati realizzati anche dei cartoon, ma da quel poco che conosco della programmazione tv nazionale dedicati ai bambini, non mi sembra che Lou! sia arrivata anche sui nostri schermi.

Torniamo alle coincidenze. Oltre ai centimetri scarsini (ma Lou potrebbe ancora diventare una stangona, io, evidentemente, no) e ai capelli chiari e lunghi (li ho portati per anni come lei), abbiamo in comune anche il gatto: o meglio, uno dei due gatti, che è grigio come il suo, ma a differenza del suo il mio è femmina e ha anche un nome. Cos'altro ancora?

L'anno prima della storia che ho letto io sembra che abbia avuto una mezza cotta per un coetaneo che si chiama Tristan... ehm, più o meno alla sua età mi piaceva moltissimo un ragazzino che si chiamava CRistian! Nel mio numero, però, sembra essere in dubbio su un tale Paul, che al momento continua a considerare solo un amico... mio marito sapete come si chiama? E vabbè. Ultima analogia: Lou è nata d'estate, anche se non ho idea in quale giorno e mese. Beh. Inserendomi (aprendo, anzi) una lunga schiera di cugini di parte materna e paterna, anch'io sono nata d'estate. Nel cuore dell'estate, per la precisione.

Mi ha fatto poi molto ridere che la mamma di Lou sia una scrittrice di fantascienza un po' (un bel po') svagata, in conflitto con la madre. Quest'ultima, alla fine, si rivela la prima vera promoter del libro d'esordio della figlia, che va a vendere personalmente nella fiera del paese mettendo su, in quattro e quattr'otto, un banchetto. Mia madre sta facendo lo stesso con me, anche se in questo caso la corrispondenza è un tantino stiracchiata.

E insomma: Lou! mi ha divertito, distratto e fatto pensare, giocosamente, a chi ero e a chi sono.
Spero di riuscire a trovare altri numeri.
Dunque che ne dite: vado bene come storyteller di me stessa?
Mumble, mumble, direbbe Lou, mentre cerca di trovare l'ispirazione affacciata all'ultimo piano di un brutto palazzo di periferia.
Quanti pomeriggi ho passato sul balcone dei miei con analogo spirito.

venerdì 8 novembre 2013

L'antimarketing a scuola di marketing con Valentina Falcinelli e gli altri



Come volevasi dimostrare. Valentina Falcinelli mi pareva brava già sulla carta. E' brava anche dal vivo. Conosce bene la sua materia, sa molto probabilmente di marketing 1, 2 e pure 3.0, si mette la giacchetta fucsia come i colori del suo sito PennaMontata e parla pure in un buon italiano.
Non le ho sottoposto i miei esempi di tweet e di post per facebook, perché con il vino io non c'entro nulla. Però mi ha fatto molto sorridere quando ha mostrato a noi che l'ascoltavamo in un'aula un po' buia, ma secondo me accogliente, della facoltà di Economia di Ancona (nella foto, un dettaglio del cortile su cui si affacciavano penso quasi tutte le aule dell'università), la fanpage fb della Pasetti, un'azienda vinicola di Francavilla al Mare, praticamente casa mia, come una delle migliori in circolazione. Massaggiato l'orgoglio per le radici sudiste, ho avuto anche ulteriori conferme sulla necessità di tenere separate le attività di promozione da quelle intimistiche, volutamente anti-marketing.
Di questo aspetto hanno ulteriormente parlato i blogger che ho ascoltato nel pomeriggio, in un'aula ben più grande, anche se non so se magna.
Innanzitutto, con i blog personali non si mangia. Lo ha detto con particolare enfasi Paolo Campana di Bloggokin, un ragazzone con la maglietta di Tintin, che fa anche il grafico e l'illustratore. "Non mi leggevano neanche i parenti", ha specificato a un certo punto. Come lo capisco. "Facevamo la fame", ha rilanciato Simone Sbarbati, l'apparente rasta-blogger di Frizzifrizzi, a mio avviso più quadrato dell'amministratore delegato della Coca cola, oggi a capo di una mini e attivissima redazione, che si può permettere il lusso di restarsene separata dall'area pubblicità.
Molto interessante, poi, la biografia della salernitana oggi groupie torinese, Maria Chiara Montenera, ossia l'anima di thefishisonthetable, facciotta intelligente dietro occhiali neri, amante della buona scrittura e dei ristoranti, corteggiata anche dai giornali mainstream, dai quali però la medesima preferisce restare lontana.
Bravi e competenti anche Massimiliano Levi, che dalla finanza è passato alla comunicazione online dei notai, un mondo all'apparenza così lontano da like e tweet, e delle possibilità di fare impresa per i giovani dai 18 ai 35 anni con il sito larancia.org; e Nicoletta Battistoni, che proprio dalla tesi con cui si è laureata alla Giorgio Fuà ha partorito l'idea del blog saponetteverdi.com che fa le pulci alla comunicazione che si autodefinisce green, riuscendo a ottenere un sacco di visibilità in solo un anno.
Insomma: ho incontrato giovani in gamba, niente affatto depressi e/o schiacciati dalla crisi.
Per quanto possibile, cercherò di seguirli per fissarmi ancora di più la testa qualche strumento tecnico che potrei utilizzare anch'io.
Resta tuttavia una differenza ineludibile tra loro e me, che passa tutta dalla parola comunicazione.
A me hanno insegnato a fare informazione, anche se, naturalmente, quest'ultima è buona quando si trasforma un po' anche nella prima.
Il cittadino comune, per essere più chiari, capisce che cos'è la Trise se si riesce a raccontargliela come si farebbe al bar. Più o meno, ovviamente.
Per poter fare il botto (si fa per dire), insomma, forse dovrei smetterla di parlare di me e invece raccontare di trise-imu o dei prezzi del pane, come ne parlerei alle mie amiche di palestra o alla mia parrucchiera. Rendendo insomma questi argomenti friendly, semplici, dando un servizio a qualcun altro.
Voglio farlo? Non lo so. Oggi non è la giornata migliore per rispondere. Sono francamente un po' confusa.
Però va bene così: rimestando nell'ovvio, la crisi è anche un'opportunità.
Anche.

martedì 5 novembre 2013

Libertà e marketing 2.0, conciliarli è un'arte


Credo che sia la copertina di un disco. Me l'ha passata il "Bipede con la pipa", qui raffigurato in secondo piano, nelle sue vere sembianze.
Non c'entra nulla con quanto sto per scrivere su libertà e marketing 2.0, ma è un'immagine che mi aiuta a tenere a freno l'eccesso di acidità di origine ormonale che imperversa in questo momento nel mio corpo.
Detesto i consigli non richiesti: sono sempre meglio dell'indifferenza, ma comunque mi fanno scaldare come una macchinetta del caffè (da uno) sul fuoco.
Madamatap è nato prima come spazio intimo, privatissimo. All'inizio, su Splinder, l'avevo concepito come blog privato. Poi mi sono detta che senza scrivere per un potenziale pubblico (fosse pure il già citato bipede-con-pipa) non ci sapevo stare. Quindi ho accettato la logica della vetrina. Ricordo teneramente (per non dire altro) il giorno in cui ho mandato una mail collettiva a un po' di amici per avvisarli della mia esistenza virtuale. Quasi tutti mi hanno almeno risposto con un grazie, di quel genere liquidatorio che mi ha rattristato un po'.
In seguito è subentrata la fase più o meno attuale, nella quale rilancio tutto (quasi tutto) con i mezzi che conosco, fregandomene di chi mi segue o meno. Fatta eccezione per alcune persone, con le quali, evidentemente, ho ancora qualche problema di relazione.
Il punto, però, non sono tanto le mie paranoie amicali, quanto il senso che si intende in generale dare a questo nostro stare online.
Ho capito che starci a metà non funziona, ma starci per uno scopo preciso (parlare di porri, di calze o di rimmel) a me non frega nulla.
Madamatap o Balloondevie resta un diario classico, il mio diario, con un po' più di cura nell'uso dei congiuntivi e della lingua in genere, ossia usando rispetto verso chi dovesse passarci anche solo per un secondo, ma non riesco a farlo diventare qualcos'altro. Non riesco, insomma, a specializzarmi.
So bene che nel lavoro contemporaneo e in quello del futuro dovremo (dovranno: dubito che il processo in atto mi riguarderà) essere sempre più "on demand" su una precisa, micro fetta di mercato, ma almeno su questo spazio voglio avere il diritto di fare come mi pare.
Mi condanno, in sostanza, a restare per pochi intimi, ma lo faccio in maniera del tutto consapevole.
Un altro discorso, invece, è il mio libro, per il quale, certo, un po' di promozione ci vuole.
Nell'uno e nell'altro caso, però, voglio decidere da sola, dopo aver preso tutte le informazioni possibili sulle strategie migliori da seguire. Migliori innanzitutto per me. Il che significa che non tutto quel che passa dal favoloso mondo dei social network mi piace, né lo ritengo utile.
E in ogni caso agisco in fretta, tutto considerato. Basta che non mi si facciano pressioni indebite.
Detto ciò, giovedì prossimo parteciperò a un workshop intitolato "scrittura, web e comunicazione", organizzato alla Facoltà di Economia di Ancona, da Pepelab, un laboratorio di creativi che mi ha incuriosito. Sarà dura tenere a bada il mio spirito scettico-polemico, nel caso in cui vengano fuori troppe parole markettare.
Ma in definitiva restare aperti al cambiamento è più importante della cautela.
Dunque andrò e vedrò. E poi probabilmente scriverò.
A modo mio. Of course.

giovedì 31 ottobre 2013

Viaggio nella biblioteca Romolo Spezioli di Fermo: che esperimento!



Bando alle insicurezze e alla vergogna e vai, mi butto con un nuovo esperimento.
Di che cosa sto parlando? Del video che ho ricavato dalla mia seconda (anzi terza) partecipazione a Storie da Biblioteca, il concorso di scrittura e/o fotografia organizzato dall'Aib (Associazione italiana biblioteche) Marche, in collaborazione con l'associazione culturale Racconti di città e Simplicissimus Book Farm.
Sono piuttosto sicura di non aver vinto né per il racconto Il lavoro e il corpo che potrete ascoltare (anzi: sarete costretti ad ascoltare, scorrendo la galleria) né per la fotografia. Di solito l'opera prima è sempre più fortunata della numero due (alla terza l'ansia da prestazione dovrebbe essere già stata metabolizzata. Quindi vediamo come andrà l'anno prossimo!).
Non importa: sono felice di aver passato altre quattro ore tra i libri, stavolta a Fermo, la città in cui vivo ormai da più di quattro anni. E ancora di più sono orgogliosa di aver trasformato un'esperienza in fondo privata in un momento di condivisione collettiva di un luogo, la Biblioteca civica Romolo Spezioli, di una bellezza davvero rara.
Approfitto del mio blog per ringraziare ancora una volta Silvia Seracini, la coordinatrice del concorso, il gentilissimo personale della biblioteca di Fermo, i partecipanti alla seconda edizione e ogni singolo dettaglio finito sotto la mia fotocamera, studenti compresi. A quest'ultimo proposito, voglio aggiungere giusto un caloroso in bocca al lupo a loro: vi prego, cambiate questo Paese. Noi quarantenni, per quanto possibile, cercheremo di starvi dietro.
E infine, a voi che passerete di qui, buona visione e ascolto... e abbiate pietà della mia vocetta!

domenica 27 ottobre 2013

I Rem e la camicia dei miei vent'anni



Vent'anni fa, più o meno, in primavera, giravo con una bici con i freni a bacchetta, di un improbabile colore rosa, con la mia camicia fantasia. Il fondo era rossastro, ma i disegni, un po' geometrici, un po' tondi, dovevano dare sul celeste, verdino e forse giallino.
Dovrei avere da qualche parte anche una fotografia che mi ritrae con quella camicia, di una marca molto di moda negli anni Ottanta-Novanta, quella dei maglioni di lana a treccia, oggi tornati in voga. Sono sicura che chi è nato a inizio Settanta come me ha capito benissimo a quale brand (bleah) mi riferisco.
Molti anni dopo me ne sono ricomprata una molto simile al mercato di Porto San Giorgio del giovedì, o molto più probabilmente alla grande fiera di primavera, dedicata al santo patrono del borgo marino che ho imparato ad amare nel tempo. Oggi che non ci vivo più, tra l'altro, mi manca ancora di più, forse anche perché ho capito che con il denaro che posseggo non potrò mai comprarvi una casa. Ma non volevo scrivere questo post per lamentarmi del destino crudele.
Torno subito alla camicia. Quella nuova (più o meno, come sopra) è di tonalità marrone, con disegni, un po' geometrici, un po' tondi, sul rossastro, il blu, il verde e il giallo.
Come la prima, è lunga (su di me non è difficile immaginare che qualcosa mi stia grande, almeno in senso longitudinale) e va portata, preferibilmente, aperta su una t-shirt in tinta unita, per non accentuare ancora di più l'effetto coperta patchwork. La marca, stavolta, non è italiana, bensì spagnola, il che la dice lunga sull'evoluzione (?) dell'economia nazionale, assediata e fagocitata da una globalizzazione troppo aggressiva.
Inconsciamente volevo riprodurre l'atmosfera di vent'anni fa, almeno credo, favorita dalla pianura, il sole caldo e la possibilità di cavalcare una bicicletta con le ruote grandi e il telaio squadrato di un improbabile rosa, come l'altra. Della Ceriz di mia suocera, però, mi pare di aver già parlato.
Non avevo invece mai fatto cenno, almeno non su questo spazio, all'altra, i freni pericolosissimi e un'altezza troppo grande per le mie gambe corte. Una volta, per dire, ho quasi rischiato di finire contro un camioncino, impossibilitata com'ero nella frenata dal fatto che guidavo con una sola mano perché con l'altra reggevo l'ombrello. Non mi separavo mai dalla bici, neanche la pioggia mi avrebbe costretta a prendere l'autobus, da me detestato dai tempi del liceo, quando dovevo fare a botte pur di salirvi su, pigiata malamente tra altri (nonché più alti) studenti che, come me, erano condannati alla forzosa traghettata dantesca dal colle alla pianura, per tornare a casa a ora di pranzo.
E insomma, una volta a Pisa, mi adeguai in pochi mesi alle abitudini dei locali. Anche se quella bici, chiaramente rubata, era davvero un'arma micidiale nelle mie mani. Non ho mai perso l'abitudine di correre come una lippa e se non sono mai andata a schiantarmi contro qualcosa o qualcuno, è solo perché, in genere, resto una tipa prudente. Certo, dopo l'incidente di Paolo, comincio a dubitare dell'utilità del mio modo di essere: non c'è persona più attenta di mio marito alla guida, il che, tra l'altro, non vuol dire andare come lumache anche quando si potrebbe evitarlo, eppure la sfiga ci vede meglio del nostro giudizio. E pazienza. Sto divagando.
Dicevo delle mie camicie per estensione hawaiane, alla maniera di quella che Paolo Conte avrebbe voluto indossare davanti alla bella signora dal parlare difficile.
Giorni addietro, al Ruggito del Coniglio, un programma di Radio Due che mi fa compagnia quasi dallo stesso numero di anni dell'aneddoto che sto per riportare, hanno messo la canzone dei Rem che apre questo post. E dire che i Rem non sono mai stati un gruppo da me chissà quanto amato. Semplicemente, al ritornello, mi sono rivista in sella alla bici falsamente rosa (dovevano averla tinteggiata giusto qualche giorno prima di rifilarmela: sono stata fortunata che nessuno ne abbia rivendicato la proprietà accusandomi del furto. Io, comunque, la pagai, chissà se trentamila lire o forse più).
Ero appena tornata a casa, in una calda giornata di fine primavera, le scarpe di pezza ai piedi, le cuffiette nelle orecchie. Non sto parlando degli auricolari, che spesso uso quando viaggio. Sto parlando proprio del walkman, probabilmente quello di plastica arancio nel quale infilavo le mie cassette. I nastri, come li chiama ancora adesso mio zio Gigi.
Quel giorno ero contenta, forse gli esami erano lontani, o forse ne avevo dato uno da poco. So solo che ero serena, svagata e immersa in chissà quale sogno.
Non che adesso non mi capiti più, ma è proprio vero che a vent'anni si è diversi. Sono convinta che lo siano anche le giovani madri, costrette, magari, a crescere un po' più in fretta di quanto non sia capitato a me, ma in possesso di un'energia naturale, che ti fa respirare, correre, studiare quasi in uno stato di incoscienza. A quell'età, se stai bene e non hai particolari guai di altro genere (guerre in corso, povertà, situazioni familiari tragiche), sei più o meno come un bambino, giusto un po' più grande, il futuro indefinito e la personalità ancora in potenza.
Almeno, io ero così. Ed ero felice.
Non dovevo esserne consapevole, credo, anche se, ai tempi, non mi lamentavo delle ingiustizie subite né mi attaccavo ad alcun stravagante capro espiatorio. Quando ero triste (e figuriamoci se non capitava), scrivevo qualche frasetta sui miei diari, che di solito mi pareva idiota a distanza di pochi giorni, e andavo avanti. Anno dopo anno, esame dopo esame, sogno dopo sogno.
Un giorno ho subito lo stop che mi ha trasformato in adulta. E anche se, ormai, l'ho metabolizzato bene, se mi sono fatta una ragione della mia inestirpabile emotività, so che prima, ai tempi della camicia colorata che portai con me anche a Vienna, durante il corso di tedesco (la foto cui accennavo prima venne scattata nell'alloggio universitario in cui abitammo, mia sorella, una compagna di università ed io. Almeno credo che fossimo tutte e tre nella stessa stanza), ero felice.
Ero una bambina felice. Ascoltavo Beethoven, guardavo il Reno (questo l'anno prima, durante l'Interrail con mia sorella), scrivevo noterelle di viaggio, ripetevo Ich bin, du bist etc etc, ed ero contenta. Sognante e contenta.
Quella bambina non c'è più, sono stati proprio i Rem, con quella canzoncina allegra, a darmi l'esatta misura del tempo trascorso.
Vi giuro: non sono triste, giusto un pizzico malinconica. Non avendo figli, però, non posso che intenerirmi per la me stessa di ieri e per i miei adorati quattrozampe.
Quando vedo i nipoti, certo, mi capita di provare qualcosa di simile per loro: confido ardentemente nelle loro capacità e nei loro talenti e spero che anche loro, un domani, possano ricordarsi di quanto sono stati amati, negli anni più belli della vita.
Io lo sono stata. Ed è amaramente dolce rendersene conto.

giovedì 24 ottobre 2013

#ISPF2013 + Library, a place for people: il mio video!



E oggi bis alla Romolo Spezioli di Fermo... se non vado errata, anche qui il tema da raccontare per foto o parole, o con tutte e due, è sempre il lavoro. Spero di non farmi prendere dallo spirito polemico o, peggio, depresso. In ogni caso, una sfaccendata come me non poteva non partecipare. Staremo a vedere. Tornate da queste parti tra qualche giorno, se avete voglia. In generale. Di sapere come sto. Perché se tenere un blog è anche una questione di narcisismo, non è solo questo. Grazie a chi l'ha capito e a chi lo capirà. Bonne chance a noi.

martedì 22 ottobre 2013

Narcisismi da Narcissus e #ISPF2013... ma in terza persona non ci parlo!


E va bene: autocelebriamoci. E parlo pure al plurale maiestatis. Certo, sarebbe ancora più preoccupante se parlassi di me in terza persona. Se qualcuno di voi lo fa, beh, sappiate che non sarebbe un buon segno. Tanto per fare la sinistrorsa snob, tra gli abbonati al discorso in terza c'è l'odiato B.
Venendo invece a NOI, spero che la botta di narcisismo di cui sopra non mi si ritorca contro, visto che lo scatto è di Pippo Onorati, fotografo, regista, giornalista etc etc, fondatore dell'agenzia Mammanannapappacacca.
Vi confesso che prima di domenica scorsa non l'avevo mai sentita nominare (ignoranza mia, anzi nostra), ma già da come Pippo mi ha fatto piazzare davanti a quel muro, chiedendomi di mettere in evidenza la borsa e di tirare un po' più su il foulard, ho capito di avere a che fare con qualcuno che un minimo ci capiva. Prima di scrivere queste righe, però, l'ho googolato e lo stupore è stato doppio.
Che posso dire? Pippo, per favore, non chiedermi le royalties sennò sono rovinata.
Mi piace molto la filosofia della tua agenzia (e non sto cercando di blandirti... giusto un pochino, su), insieme semplice e vivace. Mi ci riconosco pienamente.
Le coincidenze degli ultimi tempi, aggiungo, cominciano a sembrarmi un po' troppe.
Non avendo una sfera di cristallo, non so dire se porteranno da qualche parte, ma in ogni caso avvertire il sangue che ricomincia a scorrere più veloce fa bene. A meno che non sia un sintomo della pressione alta.
In definitiva, il Festival del Self Publishing di Senigallia è stata una vera benedizione.
Presto pubblicherò i miei scatti, ma sono indecisa se suddividere quelli della Biblioteca Antonelliana (che ha un magazzino BELLISSIMO) dagli altri dedicati al Festival.
Comincio con un paio qui sotto:




Tra le informazioni elargite da Italo Pelinga, il direttore della biblioteca senigalliese, me ne è rimasta impressa una in particolare: al posto di quelle scrivanie di legno chiaro, fino agli anni Settanta c'erano piccoli appartamenti, suddivisi da tramezzi, destinati ai poveri della città. L'ho trovato veramente affascinante.
E se anche Alessandra non ha vinto, secondo me ha vinto lo stesso.
Adesso, però, portatemi via.

venerdì 18 ottobre 2013

Dall'incidente al Festival del Selfpublishing di Senigallia... che salto!


Ho usato per un po' la foto che vedete sopra come mio profilo di Facebook.
Sulla t-shirt, è evidente, compare la copertina del mio libro, e l'ho ricevuta in dono per l'anniversario di matrimonio. Di lì a qualche giorno avrei infatti partecipato al mercatino estivo del giovedì di Fermo, un evento che anima le belle serate estive di questo angolo delle Marche da oltre trentun anni. Perché la ripubblico in questo contesto? Per raccontare insieme due differenti fatti.
Il primo è personalissimo e riguarda proprio l'autore del molto gradito regalo, ossia mio marito.
Ieri è stato sbalzato via dalla sua vespa rossa, che adesso staziona tutta accartocciata nel garage del padre di mia cognata (o qualcuno a lui molto vicino), mentre il Bipede (mio marito), per fortuna, è di là sul divano a riposarsi. I medici del pronto soccorso che l'hanno trattenuto (direi sequestrato, visto il numero di ore che abbiamo passato in ospedale) per accertare le sue condizioni, gli hanno prescritto relax e antidolorifici in caso di bisogno. Conoscendolo, sapevo già che non ne prenderà uno, ma intanto io ho fatto scorta di farmaci che onestamente spero finiscano per scadere quasi del tutto intonsi, come i molti che ho buttato (nell'apposito contenitore) giusto la scorsa settimana.
Tant'è: sempre meglio poter raccontare cose del genere con un po' di ironia che tacere per sempre.
Vado al secondo motivo.
Domani e dopodomani (ossia il 19 e il 20 ottobre) arriva finalmente a Senigallia il primo festival internazionale del SelfPublishing, dedicato principalmente a chi si autopubblica e-book, ma anche agli incoscienti come me che hanno scelto la strada del cartaceo.
Come già precisato più volte anche su Minime Storie, a mio modestissimo avviso, un libro fotografico va stampato, ma spero di scoprire in questi due giorni strade alternative economicamente (in tutti i sensi: pure quello green) praticabili.
A leggere il programma ufficiale, il Festival sembra molto stimolante e lo immagino affollato di gente curiosa e interessante. Tra gli appuntamenti che mi hanno colpito di più, ci sono i dibattiti con Antonio Tombolini, il fondatore di Narcissus, l'editrice della piattaforma di ebook più utilizzata in Italia, ossia Simplicissimus, previsti all'apertura e alla chiusura del festival. Poi mi aspetto utili dritte da Cristiana Giacometti, che alle 17.45 di domani parlerà di come trasformare il proprio libro in audiolibro. In più vorrei tentare di carpire qualche informazione preziosa dai grossi big dell'editoria che si confronteranno con i selfpublisher più agguerriti, nel dibattito previsto sempre domani alle 18. Infine vorrei godermi qualche momento più rilassante con Matteo Caccia e il suo programma trasportato da Radio24 a Senigallia e anche con Alessandro Bergonzoni, che non rivedo dal vivo da tempo immemorabile. Prevedo di riparlare del Festival anche al ritorno dalla bella cittadina di mare della provincia di Ancona, ma prima di chiudere questo post, sarà opportuno che aggiunga un ultimo dettaglio.
Domenica mattina alle 11.30 prenderò parte anch'io all'evento: chi vorrà sapere qualcosa di più di Che gatti e di me, mi troverà a quell'ora allo spazio chiamato dagli organizzatori Pickwick Club. Anche a me, ovviamente, hanno dato solo un quarto d'ora per dare le 5 W sul mio libro, ossia perché-dove-cosa-chi-quando (e la sesta how-come!) ho deciso di buttarmi nell'autoproduzione.
Confesso di essere un pochino emozionata, ma in fondo neanche troppo.
Mi spiace, questo sì, che il Bipede, al quale ho rubato una frase per usarla come prologo di Che gatti, non possa essere presente.
Prometto comunque di impegnarmi come cerco di fare sempre per trarre il massimo da questa esperienza.
Ringrazio da adesso gli organizzatori dell'Ispf e del contemporaneo concorso Storie da biblioteca al quale dovrei partecipare solo per la sezione fotografia. Temo di non essere più nello spirito, anche se deciderò domani il da farsi.
Fatemi, fateci anzi, l'in bocca al lupo.
Mentre scrivevo, il Bipede si è messo a letto: vicino a lui si è piazzato il gatto caffellatte.
Quando si dice pet-therapy...

giovedì 10 ottobre 2013

Le Gilmore Girls e il proprio ruolo nella vita



Tredici anni fa conducevo una vita totalmente differente. Diciamo che non avevo molto tempo di guardare telefilm, mentre andavo più spesso al cinema. L'età, e non solo quella, modifica molto le nostre abitudini e anche tralasciando possibili (nonché facili) battute sul rincoglionimento prodotto dallo scorrere del tempo, è pur vero che la tv campa sulle repliche di ogni sorta di serial tv. L'ultima scoperta in ordine di tempo è New tricks su Giallo, ma ne ho viste solo due di puntate, quindi non mi sento ancora pronta per parlarne.
La penultima, invece, è stata davvero una benedizione dal cielo, visto che va in onda giusto quando ci sarebbero gli ansiogeni e/o noiosi tg serali (e in replica il giorno dopo nell'analoga fascia oraria a pranzo). Sto parlando di "Una mamma per amica", la retorica traduzione italiana di Gilmore girls, trasmesso negli Usa dal 2000 al 2007, un telefilm insieme lieve e intelligente, incentrato sul rapporto tra una giovanissima madre e la figlia sedicenne e altri caratteristici personaggi che animano il paese immaginario del Connecticut in cui è stato ambientato.
Il bar di Luke e le case in legno così tipiche della grande provincia americana della East Coast, in verità, sono tutte finte, ma poco importa che la loro cittadina tanto bellina non esista, dal momento che non c'è un attimo del telefilm in cui non sembri tutto perfettamente credibile.
Adoro gli scambi tra Lorelai, la madre di Rory, e la nonna di quest'ultima, l'attrice Kelly Bishop, che fa di tutto per mostrarsi fredda e formale, persino acida, con la figlia, alla quale non può perdonare di essere rimasta incinta a sedici anni, tradendo ogni aspettativa della sua famiglia upper class.
E mi piace assai il rapporto tra le due protagoniste, così unite nonostante gli errori della prima (così brava a lasciare i fidanzati... lasciamo stare) e l'ansia da secchioncella della seconda (che alla lontana potrebbe riportarmi al mio passato. Anche se io non mi sentivo così sicura come lei).
E insomma: mi piace assai partecipare alle loro vite ipotetiche e immaginarmi che un giorno i loro sogni diventeranno realtà. Ho leggiucchiato qualcosa sulle serie successive a quella che La5 sta mandando in questo momento, ma non ho voluto indagare troppo per non perdere il gusto di scoprire che succederà giorno dopo giorno (dubito che mi tornerà voglia di guardare i tg mentre ceno/pranzo).
Non ho tuttavia potuto fare a meno di scoprire che il telefilm non ha avuto il finale che si aspettavano i suoi creatori, una donna e suo marito, per via di problemi tra loro e la tv americana che lo trasmetteva. Del resto, nella vita l'happy end hollywoodiano non esiste, e anche senza rattristarci al pensiero della fine che aspetta noi tutti prima o poi, è più facile che si viva costantemente nel "to be continued".
Piuttosto, mi piacerebbe sapere che cosa combinano tutti gli attori delle Ragazze Gilmore, dal momento che, anno più anno meno, si tratta di miei coetanei. Non so perché, ma ci tengo alle sorti della mia generazione, anche quando le rintraccio in gente che dubito che incontrerò mai personalmente.
Sarà perché, quando vedo una recitazione di buon livello, quando scorgo facce interessanti al di là dei personaggi interpretati, mi viene naturale tifare per loro. Per esempio, mi fa molta simpatia Peppino Mazzotta, l'attore che interpreta Fazio nel Commissario Montalbano, classe 1971. Per me è un grandissimo interprete e ho idea che sia forte anche nella vita privata.
Il problema dei telefilm di successo è però evidente: il personaggio che si è incarnato ti resta appiccicato e rischi di non riuscire più a staccartelo di dosso. Di qui la mia curiosità su che cosa facciano tutti questi bravissimi attori della mia generazione al di fuori del set.
Del resto, a pensarci bene, è una curiosità tipica di chi non si accontenta di ciò che va in scena, del cono di luce sulla ribalta. C'è sempre un lato B da scrutare, anche se potrebbe non piacerci sapere che cosa riporta.
Farsi domande è dunque inevitabile, soprattutto se si ha tempo e voglia di approfondire.
Dovrebbe essere la norma, anche (di più!) quando pensiamo a persone che conosciamo realmente, ma come diceva la signorina Novak in Scrivimi fermo posta, la "gente gratta raramente la superficie" ed è così probabile che si conosca molto poco l'uno dell'altro, figuriamoci di ciò che si dice dei personaggi dello spettacolo.
Alla fine, insomma, preferisco non andare troppo oltre e sperare che almeno loro, così lontani dal mio mondo, non abbiano troppe ambasce e possano semplicemente continuare a recitare.
Incontrarli televisivamente è stato bello. Già solo il fatto di aver regalato sorrisi, sogni e qualche lacrimuccia consolatoria dovrebbe riempirli d'orgoglio. Speriamo se ne ricordino, anche quando saranno, saremo, vecchi. Loro hanno avuto uno scopo nella vita. Ed è una fortuna che non capita a tutti.

lunedì 7 ottobre 2013

Ferrara, Internazionale e un elenco infinito di grazie


A essere prevedibile era prevedibile. Ferrara e il Festival di Internazionale mi fanno sempre questo effetto rinvigorente e credo a questo punto di comprenderne ancora meglio le ragioni.
La città è magnifica: la pioggia e il freddo di quest'anno, anzi, le hanno conferito un aspetto quasi parigino. Al mattino, in hotel, sono stata svegliata dal ticchettio delle gocce attutite dalle pareti e immagino i doppi infissi della porta-finestra. Mi sentivo a casa ed è stato davvero un dono del cielo che fossi da sola, per la prima volta nella mia vita, in una stanza oltretutto così confortevole. Sono risalita con la tazza di thè verde presa alla fine di una gustosissima colazione (il pasto della giornata che considero più importante) e mi sono goduta il paesaggio che si intravede nella foto che condivido qui sopra. Una leggerezza malinconica si è impossessata del mio corpo infreddolito, della mia testa piena di immagini e nozioni, di sorrisi e di incontri propiziatori (che dire dell'africano che mi ha augurato il meglio per la vita nel treno di andata? Chissà come si chiama). E ho finito per fare un pochino tardi all'ultima mattinata del workshop con Christian Caujolle, un uomo piccolino con una faccina sorniona e una cultura notevole, che mi ha conquistato un poco alla volta, ostacolata com'ero dal suo inglese alle mie orecchie non sempre intellegibile. Ero talmente concentrata a cogliere il suo labiale che ho realizzato meglio che cosa mi stesse capitando e in quale luogo interessante mi trovassi (la facoltà di architettura, nel cuore del ghetto ebraico, se le mie informazioni sono corrette) solo un po' dopo.
Più immediata e diretta, invece, è stata la reazione che mi hanno suscitato le foto di Gabriele Basilico sulle città e soprattutto le parole di questo immenso fotografo italiano scomparso prematuramente (aveva solo 69 anni, accidenti) lo scorso febbraio. A commentarle, c'era di nuovo Caujolle, stavolta liberato dall'onere dell'inglese: la traduzione consecutiva in italiano era stata affidata a una donna con una bella voce, il che, per me, ha fatto decisamente la differenza.
Le foto (e le musiche che le accompagnavano) di Basilico mi sono arrivate direttamente nello stomaco. Se dovessi spiegarvene le ragioni a parole, però, non ci riuscirei. Bisognava essere lì a farsele scorrere addosso, mentre l'umidità mi mangiava le ossa una dopo l'altra.
Ringrazio i miei amici Ketty e Matteo per l'accoglienza, il giro notturno per Rovigo, i ristoranti e i bar in cui mi hanno portata (che eleganza questi rovigini). Ringrazio anche gli organizzatori della piccola mostra cittadina sul cinema e il fiume, e poi il peso del borsone sulle spalle, l'ombrellino provvidenziale comprato in vista del viaggio, gli stivaletti acquistati in un periodo molto difficile, il giacchino giovanilistico, i complimenti gratuiti, il jazz nel dehor di un magnifico bar, lo sguardo dolce di Tiziana e la sua grinta segreta. Ringrazio Anna per la sua estrema e rassicurante simpatia, Giulia la zingara e il fidanzato dagli occhi dolci per il loro accento così evocativo, Luca per la sua fisicità gioviale (e per gli aneddoti sulla figlia quattrenne), Gabriella per il pomeriggio africano e per quel mix di sicilianità e milanesità che mi fanno morire. Ringrazio il tabaccaio per la pipa con tanto di sigillo di garanzia che ho portato a mio marito. Chi mi manca? Vito e i suoi occhi chiarissimi da conquistador, la giovane foto-editor Silvia, classe tutta veneta, l'edicolante della stazione di Ferrara che pareva saperne qualcosa della vita. E infine ringrazio proprio quest'ultima, per avermi dimostrato ancora una volta che stare al mondo è una grande cosa.

domenica 29 settembre 2013

Suad Amiry e l'autoironia che mi conquista

Suad Amiry

Giusto agli sgoccioli di questa sorta di lunga estate indiana, ho deciso di leggere Murad Murad, di Suad Amiry, un'architetta e scrittrice palestinese che ho avuto occasione di ascoltare al Festival di Internazionale, ormai ben quattro anni fa. E ho fatto proprio bene.
Il libro ripercorre le diciotto ore trascorse dall'autrice in compagnia di un gruppo di giovani braccianti palestinesi nel loro viaggio alla ricerca di un lavoro in Israele. Agli occhi di un occidentale non addentro all'annoso conflitto che contrappone arabi ed ebrei giusto nella terra più santa dell'umanità, lussureggiante di aranceti e ulivi, un clima quasi sempre mite, può sembrare bizzarro che una signora della buona borghesia musulmana non più giovane (come la Amiry stessa si definisce) si imbarchi in un'impresa così stravagante, oltretutto pateticamente camuffata da uomo.
Basteranno invece poche pagine del bel libro di questa simpaticissima architetta residente a Ramallah, ossia nell'area della Palestina attribuita agli arabi da non so più quale accordo internazionale, per comprendere quale dramma vivono ogni giorno migliaia di giovani e meno giovani arabi di Cisgiordania che non riescono a lavorare né nella loro zona né al di là del Muro.
E già, amici lettori non avvezzi alla questione palestinese come me, nella storia recente dell'umanità non c'è stato solo il muro di Berlino: tra i passaggi più partecipati di Murad Murad c'è proprio la trasposizione metaforica di questo muro arabo-israeliano, in particolare della galleria che lo attraversa all'altezza della città di Petah Tikva, meta del viaggio dei giovani braccianti, compreso il protetto di Suad che dà il titolo al libro.
Storicamente il nostro Paese ha sempre mostrato una certa simpatia per i palestinesi, salvo negarla per ragioni diplomatiche ogni volta che questi ultimi hanno risposto ai missili israeliani con attentati e altre azioni terroristiche. Come già sottolineato, non ho abbastanza strumenti per prendere una posizione pro o contro qualcuno, ma non posso negare di essermi appuntata mentalmente i nomi dei villaggi e paesi palestinesi esistiti per secoli e secoli, in luogo dei quali oggi sorgono parchi naturali dai nomi affascinanti. D'altra parte, Suad Amiry è a capo di un'organizzazione che tutela il patrimonio architettonico di Ramallah, quindi è facilmente intuibile quanto sia sensibile ai mutamenti "urbanistici" impressi da Israele.
Il vero motivo per cui parlo di questo libro, in definitiva, è un altro e per nulla politico.
Suad Amiry ha un'ironia invidiabile: come tutte le persone intelligenti, la rivolge innanzitutto verso se stessa, dipingendosi come una culona in climaterio, prossima all'infarto dopo una corsa pazza cui la costringono i suoi giovani compagni di viaggio onde evitare i probabili spari della polizia israeliana; poi verso i suoi "big boys", i medesimi aspiranti braccianti, ai quali vorrebbe disperatamente assomigliare, ovviamente invano. Me la sono immaginata mentre cercava di ficcarsi i capelli nel berretto alla Jeanne Moreau di Jules e Jim, gli occhi vivaci, indagatori e la lingua sempre pronta alla battuta salace. Particolarmente spassoso è il resoconto dell'incontro con la famiglia di Murad, a inizio dell'avventura, quando continuano a offrirle cuscini per farla sentire a suo agio, con il risultato che le sembra di galleggiare su una barca. Prima di questo libro, che nonostante la prosa frizzante, affronta comunque un tema molto serio, so che la Amiry ha scritto Sharon e mia suocera, la politica israeliana sempre sullo sfondo, ma filtrata dalla forzata convivenza dell'autrice con la madre di suo marito. Voglio cercarlo, perché sono certa che leggerlo mi piacerà assai.
Un altro aspetto di questa straordinaria signora nata esattamente venti anni prima di me è che non si vergogna delle numerose lacrime versate lungo le diciotto ore da simil-transfuga. Sarà per via della menopausa che cita spesso, sarà per la fatica fisica accumulata durante svariati tratti a piedi, in ogni caso il suo corpo e le esigenze (anche intestinali!) che lo guidano restano sempre in primo piano. E se c'è da piangere, beh si piange.
Oggi sarei dovuta andare a Porto San Giorgio a correre dieci chilometri con alcune amiche della palestra: non so perché (anzi: lo so eccome), ma ho dato subito la mia adesione, pur nutrendo nel mio intimo più di un dubbio che ce l'avrei mai fatta ad arrivare fino alla fine. Nonostante il mio volontaristico super-io, comunque, un po' come in Murad Murad, sono stata sopraffatta dal mio corpo. Oltre al raffreddore che stanotte mi ha tormentato costringendomi a soffiarmi il naso di continuo, ieri mi sono pure slogata una caviglia. Insomma: la corsa proprio non si doveva fare e ho come l'impressione che l'indebolimento del mio ginnico micro (in centimenti, non in larghezza) corpo sia la conseguenza di un'alterazione della mia psiche. Sono pazza? Ma certamente. E però ditemi se non è strano che giusto ieri abbia incontrato una giovane danzaterapeuta di nome Lucia (dal cognome tipicamente fermano e dai morbidi lineamenti spagnoleggianti) esperta di bioenergetica.
Mi sono avvicinata con neutra curiosità al gazebo nel quale lei e altre persone facevano provare gratuitamente massaggi ai piedi, all'area cranio-sacrale e per l'appunto il trattamento che ho scelto io.
Giacché c'ero, mi sono detta, perché no?
Premendo qui e là il mio intestino perennemente colitico e il mio collo appesantito da troppo computer (e pensieri oziosi), Lucia si è ovviamente accorta che avevo un basso livello di energia (e figuriamoci: ero mezzo rintronata dal raffreddore). Però, ve l'assicuro, mi sono lasciata andare al tocco delle sue mani estremamente fiduciosa nelle sue capacità. Ogni tanto, ovvio, pensavo a quel che avrei dovuto prepararmi per cena e in generale alla nottata da single (temporanea) che mi attendeva. A un certo punto, il colpo di scena. "Hai problemi con un uomo", mi dice Lucia. Mi sono messa a ridere. Poi le ho spiegato che ieri ero sola perché mio marito era in via del tutto eccezionale fuori città e che si trattava di un fatto inedito per me (di solito sono io che parto). Ci aveva in sostanza abbastanza "inzertato", alla Montalbano maniera. Ancora più precisa è stata tuttavia un'altra osservazione: "Spesso usi la socialità per non sentire il dolore che hai dentro". Adesso: di che dolore si tratti io non lo so, né credo che il mio dolore sia più grande di quello che hanno dentro molti altri. Però è assolutamente vero che ancora troppo spesso mi nascondo dietro le chiacchiere da bar, devo averlo anche scritto quissù.
La frase insieme più divertente e inquietante però Lucia l'ha pronunciata per ultima, dopo aver avuto conferma che ho effettivamente una sorella. "Hai un problema con lei". Ah sì?, ho subito reagito, seguito dal logico In che senso? Lucia mi ha premuto in un altro punto del mio intestino sempre più in subbuglio e ha emesso la sentenza: "Riguarda la vostra infanzia e il rapporto con tuo padre".
Onestamente, lo giuro, non ho idea a che cosa si possa riferire. Certo: mia sorella ogni tanto mi prendeva in giro dicendomi che ero una trovatella e una volta mi ha fatto cascare da una giostrina (in generale voleva un fratellino e invece si è beccata questa biondina con gli occhi celesti e una faccia da madonnina infilzata, come mi chiamò un tempo l'acida nonna del mio primo fidanzato pisano). Mio padre, a sua volta, per errore mi spense una sigaretta sulla fronte: ho una fotografia di me in braccio a lui con il segno della bruciatura. Ho già avuto modo di dire, inoltre, che non escludo che davvero i miei volessero un maschietto come secondo figlio e invece è arrivato questo puffo pieno di nevrosi.
In tutti i casi, Lucia mi ha rassicurato precisando che nei prossimi giorni i punti energetici che mi ha sbloccato mi faranno agire in modo diverso dal solito. Non so se crederle. Vi dirò anzi che temo un po' i miei eccessi di energia: a differenza di Suad Amiry, è tanto che non mi lascio andare ai miei proverbiali pianti liberatori (oddio: mica vero... è che piango sempre di nascosto). E se significasse che potrei provare anch'io come lei a camuffarmi da maschio (soddisfacendo il molto presunto desiderio nascosto dei miei), credo proprio che pure in questo caso non ci crederebbe nessuno.
Tutto questo discorso sconclusionato ha una morale? Ma naturalmente no.
Con il passare degli anni, infatti, mi sono disabituata a dare troppo peso alle emozioni e alle bizzarre coincidenze. Non ho tuttavia smesso di tenere diari, nel neanche tanto inconsapevole bisogno di fissarne almeno qualcuna. Se amo scrivere e fotografare, insomma, qualche motivo ci sarà.
In questo specifico caso, forse mi occorreva incontrare Lucia per finire il post su Suad Amiry che avevo cominciato ieri. La foto che vedete sopra è mia: usarla dopo quattro anni in un contesto semi-pubblico sarà un segno di qualche cambiamento? Chissà che ne direbbe la fermano-spagnola.
In tutti i casi, bellezza bioenergetica, ti ringrazio per avermi costretta a stopparmi un attimo e a guardarmi dentro. Non posso promettere che smetterò di cedere alla socialità-camuffata come Suad durante il viaggio, ma ci proverò. In bocca al lupo a te per il tuo lavoro.
Uscendo dalla tenda, vedendola in canottiera, mi è venuto d'istinto fare la mamma: non prendere freddo, le ho detto. Chissà se avesse più tempo che cosa mi avrebbe detto di quest'altra mia trovata svia-attenzione dalla sottoscritta che ho sviluppato da quando non sono più una ragazza.
Non oso pensare a cosa mi inventerò quando diventerò una minuscola vecchina.

martedì 24 settembre 2013

Malati di Alzheimer e familiari, da Como a Cantù per non essere mai soli



Il 21 settembre è diventata da anni nel mondo la Giornata dell'Alzheimer. Si tratta di una data che, benché non sia più la blogger a tempo pieno di un sito internet aziendale che parla di anziani & disabili, le due categorie di cittadini in genere ancora troppo bistrattate, non posso più scordare. Finché la memoria mi assisterà, naturalmente. Scrivo queste parole con un filo di ironia, ma ben consapevole di stare parlando di una malattia di estrema crudeltà. Se infatti si limitasse a rubarti pezzo dopo pezzo il tuo passato, è probabile che più di qualcuno ne sarebbe addirittura contento. Purtroppo, però, dopo un certo stadio, non si è più in grado nemmeno di allacciarsi un bottone e si diventa come foglie al vento. Potete immaginare perciò lo strazio per i familiari che, oltre alla pena mista a volte a rabbia che provano per il congiunto malato, spesso non sanno bene come devono comportarsi.
Per fortuna, però, in questo strano Paese pieno di problemi, ogni tanto spunta qualche angelo, capace non solo di confortare, ma anche di offrire aiuto pratico a chi si ritrova all'improvviso in pesti così serie. E' successo per esempio a Como, dove per ben 35 anni, un gruppo di generosi pionieri oggi ultrasettantenni ha rivoluzionato il concetto stesso di volontariato, dando vita al Centro donatori del tempo, purtroppo in chiusura. Prima di rattristarvi con me per la fine di un'esperienza inevitabilmente irripetibile come lo è la vita di ognuno di noi, vi dico subito che c'è stato un passaggio di testimone. Da ottobre, informa l'ultima newsletter diffusa dal Centro comasco, "l’organizzazione  sarà gestita dalla Cooperativa Sociale Progetto Sociale di Cantù che si è impegnata a proseguire il cammino da noi tracciato". Un cammino, precisa la lettera elettronica (ma come sono demodè), intrapreso nel 1992 relativamente al sostegno ai "malati di Alzheimer ed ai loro familiari". Perché invece la sottoscritta ha parlato di attività lunga 35 anni? Semplice: perché il Centro esiste da prima del 1992 e si occupava di bambini disabili fisici e psichici. A dirmelo, era stata in un'intervista per il già citato sito aziendale Carla Bignami, socia fondatrice di questa straordinaria realtà cittadina.
Proprio Carla in persona, anzi, mi ha avvisata dell'addio alla "sua" creatura in concomitanza con la ricorrenza mondiale.
So che cosa significa chiudere un cerchio: anche ammesso che ci si metta in attesa del prossimo che si aprirà (ed è auspicabile che sia così: altrimenti che senso avrebbe la vita?), c'è sempre una fase di lutto, o quanto meno di disorientamento, che richiede il sostegno degli amici.
Sono sicura che quest'ultimo non mancherà a Carla e ai suoi collaboratori, ma è sempre bene non dare nulla per scontato. Del resto, il Centro donatori del tempo ha fatto proprio questo con i familiari e i malati: non li ha lasciati soli mai, dando comunque un po' di normalità a un'anormalità che si fa quotidiana, ogni volta che veniamo colpiti da una malattia.
Raccolgo in definitiva il messaggio sottinteso nella mail che mi ha mandato questa straordinaria signora conosciuta ahimè solo per telefono: noi del Centro non abbandoniamo i malati e i loro familiari, ma passiamo semplicemente il testimone. Al posto loro, infatti, come già detto arriva la sopra citata cooperativa di Cantù, che riattiverà il Filo diretto, ossia il servizio telefonico di consulenza psicologica ai familiari dei malati, al numero di cellulare 348-6771698, e le altre attività che hanno reso celebre il Centro comasco: sto parlando del "Caffè del Lunedì," allo Yacht Club della città dal 2001, e dei "Venerdì insieme", nella sede dell'associazione culturale Giosuè Carducci. 
Che altro aggiungere?
Solo in bocca al lupo a tutti, vecchi e nuovi donatori di speranza morale e materiale.
A Carla dico in più grazie per un sacco di cose, non ultimo per avermi ricordato che nella vita si può sempre aprire un nuovo capitolo. Lei, per dire, a 43 anni si è dedicata anima e corpo a un progetto davvero enorme come il Centro. Io, che oggi ne uno di meno di lei allora, non posso che fare altrettanto. Basta tenere gli occhi (oltre che il cuore e il cervello) sempre in movimento.
E qualcosa accadrà.

martedì 17 settembre 2013

Amazzone in tempo reale, una lezione di dignità in forma di libro

Foto di Loretta Emiri, autrice di Amazzone in tempo reale, Livi 2013

Non è facile recensire Amazzone in tempo reale di Loretta Emiri. Pur essendoci conosciute meno di due anni fa, Loretta è infatti diventata una delle mie amiche più importanti: l’ansia da prestazione è così divenuta davvero consistente, soprattutto perché i temi che affronta nel suo libro mi graffiano la pelle più delle unghie dei miei gatti. Per tentare di vincerla, comincio intanto col dire che è solo merito di Loretta se, capitolo dopo capitolo, ho imparato a distinguere i nomi e le abitudini di quel che resta delle popolazioni autoctone del Brasile (e non solo di quest’ultimo), cogliendo in più di un passaggio quanta nostalgia si sia sedimentata nell’anima, negli occhi e nella stessa postura della mia amica dal bell’accento umbro. Dopo circa vent’anni di condivisione sempre più intensa della cosiddetta causa indigenista, Loretta è tornata in Italia, che deve esserle davvero sembrata una prigione, umida (anzi fredda, non solo meteorologicamente) e angusta.
Non si tratta di farsi passare per amici degli ultimi della terra, per un frainteso senso di solidarietà con “chi sta peggio di noi”. Loretta non è tipo da sentimentalismi a buon mercato. La sua apparente durezza (anche nella lingua che adotta) è frutto di una sofferta crescita interiore, di una lucida (fin troppo impietosa) autoanalisi, tipica delle menti più vivaci. La mia amica stana l’ipocrisia come saprebbe fare solo un animale con la sua preda. Una volta che l’ha scovata, si può star certi che ce lo farà sapere. Ci lavorerà su per giorni, per anni, forse, ma prima o poi la sua riflessione si trasformerà in testo scritto, in un “brano”, come definisce lei stessa i capitoli che compongono il libro. Illuminante è, per esempio, la descrizione degli appunti-patchwork dai quali ha tratto l’ultimo brano, il più duro, probabilmente, comunque il più adatto a chiudere la sua originalissima rielaborazione dell’esperienza brasiliana, ricca di aneddoti tratti dalla sua vita di formatrice di insegnanti indios, un incarico che l’ha messa in contatto diretto con diverse realtà: innanzitutto con gli indios, ai quali Loretta dedica le parole più dolci, per via delle molte occasioni in cui le hanno mostrato amicizia, accoglienza semplice e profonda condivisione; poi con i missionari (e le suore), che non sempre descrive con parole accomodanti (tutt’altro, in certi passaggi), per via delle troppe occasioni di mancato incontro non tanto con lei, quanto con gli esponenti delle popolazioni native; infine con i politici brasiliani e in generale i discendenti dei conquistadores, non sempre in grado (per essere diplomatici) di offrire vero supporto alla causa indigenista.
Non sto mettendo le mani avanti, ve l’assicuro, è solo che, man mano che scrivo, capisco ancora di più perché mi fosse difficile stendere una recensione accurata e onesta del libro di Loretta, un’opera essenzialmente autobiografica, cui però si mescola, per forza di cose, la storia con la S maiuscola, riconosciuta tale solo in anni molto recenti, anche grazie all’azione di persone come lei e degli indios dall’autrice medesima resi immortali proprio con i suoi racconti.
Sì, era davvero arduo realizzare una sorta di diario ragionato degli anni presumo più belli della vita vissuti dall’autrice finora (ma essendole amica, ovviamente le auguro di passarne di mille altri di periodi così) e al contempo confrontarsi con la complessità della questione amazzonica, resa ancora più intricata dalla presenza di altri “povirazzi” (alla Montalbano) espulsi da una globalizzazione sempre più aggressiva, la stessa che anche in Europa sta facendo vittime di ogni genere.
Che dire, poi, delle delusioni che sento inevitabilmente anche mie, provocate in Loretta da un mercato editoriale pressoché asfittico, ostile, quasi, alle voci fuori dal coro, coriacee all’editing contemporaneo, capace di promuovere troppo spesso solo storie in serie?
E pensare che, all’apparenza, il libro di Loretta potrebbe attrarre un certo tipo di editoria impegnata, amica dei popoli, sinistrorsa, diciamo così. Come già accennato, però, l’autrice non è capace di fingere, non apparterrà mai ad alcuna parrocchia, né santa né laica. Lo si capisce bene già dal passaggio che riporta nella quarta di copertina, laddove sgombra il campo sul più macroscopico degli equivoci in cui noi occidentali cadiamo quando parliamo di Amazzonia (e anche di Africa, aggiungerei). Tutelarne la sussistenza non coincide affatto con la salvaguardia del “polmone verde del mondo”, una definizione che mai verrebbe in mente agli Indios. Se questi ultimi vogliono difendere l'Amazzonia, infatti, non lo fanno di certo per ragioni ecologiste. Semmai per ragioni ecologiche, nel senso primigenio del termine: se sparisce la foresta, ci dicono gli indios da anni, spariamo noi. Il che significa la fine di un modo diverso, non alternativo nel senso che l’aggettivo ha assunto durante l’era hippy, di vivere. Se cancellate l’Amazzonia, gridano come possono, cesserà per sempre un modo differente di stare al mondo, al quale stiamo già rinunciando, pezzo dopo pezzo, per via dell’ormai non più cancellabile contatto con voi bianchi.
Tra gli esempi di contaminazione già in atto, in particolare, Loretta si sofferma sul rimpicciolimento di alcuni oggetti di artigianato cosiddetto etnico per dare agli occidentali che li acquistano la possibilità di trasportarli più agevolmente.
Di per sé, a mio avviso, i contatti tra i popoli sono sempre arricchenti, ma diventano di altra natura quando non c’è equilibrio tra le parti.
I piccoli fanno sempre grande fatica a cavarsela. Posso ben dirlo io, dall’alto dei miei 152 centimetri.
Allo stesso tempo, i piccoli possono comunque creare qualche ostacolo, con il cervello, il cuore e le parole. Questo, certo, finché non si passa sul piano della forza fisica.
Fino a quel giorno, però, non si potrà fare a meno di lottare, mostrando con il proprio stesso stare al mondo una dignità da giganti.
E Loretta è un vero e proprio Golem di dignità, in ogni cosa che fa.
A lei, il mio più sentito grazie.
A voi, che di certo adesso acquisterete il suo libro, buona lettura.