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mercoledì 4 marzo 2015

Siamo (anche) il nostro passato. Perciò: why worry?



Il sito della scuola d'inglese sul quale mi sto preparando per il Toeic non funziona? Perché preoccuparsi? "Si dovrebbe ridere dopo un dolore, dovrebbe tornare il sole dopo la pioggia. Quindi perché preoccuparsi ora?".

Lo dire Mark Knopfler nella sua bellissima Why worry?, che qui propongo in una versione del 2009, valida, presumo, ancora oggi. 
E' così diversa dalla originale, ossia quella registrata per Brothers in arms: l'ho ascoltata poco fa mentre stiravo (non potendo studiare: sono molto multi-tasking).

Vi dirò che quasi quasi la preferisco nella versione contemporanea: secondo me, la voce di Mark è addirittura diventata più sexy adesso
Probabilmente c'entra anche la produzione del suono (mi baso su quanto mi riferisce il Bipede in merito), che negli anni Ottanta era (forse) più patinata.

In ogni caso, ieri ho rivisto di nuovo il documentario della Bbc che ho pubblicato nel precedente post (NB ora bloccato dai proprietari e quindi non più disponibile... ahimè) e, oltre a confermare la grandissima emozione provata la prima volta che l'ho visto, mi sono soffermata di più sul passaggio in cui si sentono le note di Why worry e di alcune colonne sonore che il musicista-songwriter di Glasgow ha composto per svariati film poco noti in Italia.

Mi piace moltissimo il punto in cui dice di aver inserito suggestioni provenienti dal mondo celtico (la prima c è pronunciata come una K, cosa che ignoravo), così, quasi senza accorgersene.
E' normale che succeda così, considera più o meno, perché tutto ciò che siamo oggi è frutto del nostro passato e di quello di chi è venuto prima di noi.

Potremo girare tutto il mondo, insomma, ma quello che porteremo alla luce nelle cose che facciamo, sarà sempre fortemente impastato di ciò che abbiamo conosciuto più intimamente. Anche senza accorgercene. Attraverso il latte materno, per dire.

La "mia" Majella sarà sempre con me, mia madre sarà sempre mia madre e io la porterò con me, sempre.
Perciò, why worry?

Buon ascolto e buoni percorsi a tutti.

giovedì 28 novembre 2013

The suit di Peter Brook a Fermo... e le coincidenze continuano!


Un momento di The Suit, foto di Johan Persson

Mi ripeterò, ma le coincidenze che mi capitano di continuo stanno diventando davvero troppe perché non debba tornarci su nuovamente.
Che dire, per esempio, dell'approdo al Teatro dell'Aquila di Fermo, i prossimi 3 e 4 dicembre, di The suit, la piéce del regista britannico Peter Brook ispirata al romanzo di Carl Themba, uno scrittore sudafricano morto esule e in povertà nel 1968?
Chi mi segue dovrebbe infatti sapere che sto studiando inglese con l'aiuto di due insegnanti che vivono proprio nella terra martoriata fino a non troppi anni fa dall'apartheid. Da quando li ho incontrati (ahimè solo online) il mio interesse per il continente che si affaccia sulla Sicilia è cresciuto ancora di più.
E insomma: proprio oggi mi è arrivato il comunicato stampa che annunciava l'arrivo di The suit a Fermo, praticamente sotto casa mia, in qualità niente meno che di tappa esclusiva per l'Italia per questa stagione, dopo il debutto, nel giugno dello scorso anno, al Festival del teatro di Napoli.
Prima ancora, la piéce era andata in scena solo a Londra, nel vestito attuale (scusate il gioco di parole), nato sulle ceneri del precedente Le costume, presentato da Brook nel 1999, in francese.
La versione aggiornata, scritta dal regista con l'aiuto di  Marie-Hélène Estienne e Franck Krawczyk,è invece in inglese, con sopratitoli in italiano per i poveracci (come me) che sono più o meno digiuno della lingua anglosassone.
Sì, credo proprio che assistervi sarà un'esperienza interessante, dal momento che gli attori sul palcoscenico (Jordan Barbour, Rikki Henry, Ivanno Jeremiah e Nonhlanhla Kheswa) verranno accompagnati da un gruppo che suonerà dal vivo musiche che spaziano da "Schubert a Miriam Makeba", come riferisce l'Associazione marchigiana attività teatrali (Amat), promotrice dell'evento con il Comune di Fermo.
Di che cosa parla lo spettacolo e il libro dello scrittore sudafricano, riscoperto in patria, come le opere di molti altri suoi connazionali di pelle nera, solo dopo la liberazione di Nelson Mandela?
Di adulterio e di una bizzarra punizione inflitta dal marito tradito alla moglie fedifraga.
Colta in flagranza di tradimento, quest'ultima è infatti costretta a un morboso ménage à trois con il coniuge e il vestito dell'amante, da costui abbandonato su una sedia per via della sua fuga precipitosa dalla finestra.
Si tratta, insomma, di un dramma a tinte fosche, ma credo che le luci, la scenografia e la musica (oltre che l'impegno che ci metterò a capire i dialoghi senza leggere la traduzione italiana) mi trasporterà direttamente a Sophiatown, la città sudafricana nella quale è ambientata la vicenda, in un'epoca che fortunatamente i miei giovani insegnanti di Cape Town e Johannesburg conoscono solo dai libri di storia.
Concludo con alcune piccole informazioni tecniche.
Lo spettacolo comincia alle 21, i biglietti vanno dai 12 ai 30 euro (biglietteria del teatro:
0734 284295).
La compagnia ha vietato foto e riprese (e ha fatto proprio bene: l'altra volta, allo spettacolo di Toni Servillo tratto da Le voci di dentro di Eduardo De Filippo l'attore e regista napoletano se l'è presa non poco per la luce di una fotocamera... ).
La foto che vedete sopra mi è stata gentilmente fornita dall'Amat, che può essere contattata, per ulteriori informazioni, al numero: 071/2072439.
E ora (più meno...) su il sipario!

giovedì 4 luglio 2013

I dubbi della novella ambulante... bricolageur!



Ed eccoci qua: oggi comincia il mercatino di Fermo del giovedì, da ben trentun anni appuntamento fisso dell'estate di questa piccola città marchigiana.
Mai avrei pensato di prendervi parte anch'io, un giorno, ma la vita è strana, io lo sono altrettanto, perciò ok: tra poche ore mi trasformerò in ambulante.
Per vendere che cosa? Ovviamente il mio libro, inserito dall'organizzazione come "opera dell'ingegno" (meno male), sezione bricolage. In un certo senso, è vera anche questa seconda parte, dal momento che Che gatti è un'autoproduzione. Che poi esiste (eccome) il bricolage di qualità: da frequentatrice assidua del medesimo mercatino e di vari altri che girano nelle piazze della zona, ho avuto modo di vedere (e di acquistare) oggetti di artigianato veramente originali. Quindi ok: sono una "bricolageur", ammesso che esista questo vocabolo.
Non lo nascondo: un pochino d'ansia ce l'ho, non tanto (non solo) per la comprensibile paura di fare un buco nell'acqua totale, quanto per le eventuali spiegazioni che mi sentirei tenuta a dare ai conoscenti che mi hanno incontrata in contesti totalmente diversi.
E del resto, chi me l'ha chiesto? So bene che è una mia libera scelta.
Avevo solo bisogno di scriverlo qui, in questo spazio che continua a essere semi-segreto, nonostante abbia smesso da tempo di nascondermi.
Aggiungo giusto una chiusa finale, ispiratami dalle lezioni di inglese degli ultimi tempi.
Ho scoperto il verbo (presumo annoverabile tra i cosiddetti phrasal verbs) to question oneself, che vuol dire essere insicuri per qualcosa, sentirsi incerti di qualcosa.
Ecco: di fronte all'avventura che sto per vivere, I'm questioning myself if it is a good idea...
Anche chi non sa l'inglese, può intuire che cosa intenda.
Ripeto. Ci sono. Ci sarò e conoscendomi maschererò la "niggling" ansia (un aggettivo su cui riflettevo poco fa, preso dall'interessante debutto letterario del mio giovane insegnante sudafricano... ieri ho scoperto che ha solo ventinove anni. Beato lui), che non sono certa (aridaje) di aver capito.
Chiacchiererò e sorriderò, come faccio di solito, tormentandomi forse le unghie (che ho colorato apposta per tenerle sotto controllo) o sgolandomi, semplicemente.
Sono fatta così, a quest'età dovrei conoscermi, ormai.
Non mi resta che farmi un auto-in-bocca-al-lupo, sperando che la pioggia incombente si sfoghi ora... o dopo mezzanotte! Altrimenti poveri i miei lavori di bricolage...

giovedì 7 marzo 2013

Piccole soddisfazioni da secchioncella tardiva


Una volta tanto, posso sentirmi contenta. Anzi, super contenta.
Anche se ho un vocabolario limitatissimo e mi prende l'ansia ogni volta che devo parlare in inglese, sono riuscita a superare il primo livello intermedio senza neanche doverlo finire interamente!
Vi assicuro: dà grande soddisfazione accorgersi di fare progressi nello studio, visto che erano secoli che non mi impegnavo così a fondo in una materia.
A dirla tutta, però, dovevo immaginarlo. Due anni fa, dal nulla, mi sono messa a studiare Statistica per un concorso pubblico, e benché non sia servito in termini pratici, già all'epoca mi ero resa conto che studiare mi piace ancora e sì, mi riesce. Il che non era affatto scontato, nonostante il mio buon curriculum scolastico.
Ma le soddisfazioni da secchioncella tardiva della giornata odierna non sono finite.
Poco prima della lezione con un simpatico videomaker sudafricano (pensate un po' come lavora la mia scuola d'inglese a distanza: raccatta insegnanti madrelingua da tutto il globo anglofonizzato), ho ricevuto una telefonata dalla biblioteca Mozzi Borgetti di Macerata, di cui ho parlato diversi mesi fa, in occasione della mia partecipazione a Storie da biblioteca, un'appassionante iniziativa ideata dalla sezione Marche dell'Associazione italiana delle biblioteche per diffondere tra i cittadini la conoscenza delle proprie sedi più belle. In particolare, si trattava di partecipare a un concorso in una o più biblioteche che avevano dato la loro adesione, cimentandosi nella scrittura di un racconto riguardante la sala ospitante e/o immortandola fotograficamente.
Ebbene, sono risultata la vincitrice per la sezione scrittura nella meravigliosa biblioteca maceratese! Non contenta, ho ottenuto anche il secondo premio ex aequo per la fotografia!
Lo dico apertamente: mi ha fatto molto piacere e me ne ricorderò a lungo. Pur essendo, infatti, una piccolissima vittoria, è arrivata del tutto inaspettata in un momento abbastanza oscuro della mia vita professionale.
E poi, lo riconosco, mi sono talmente divertita a scrivere il racconto che potrete trovare nell'ebook pubblicato dagli organizzatori qui linkato, e ho messo anche così tanta enfasi nell'usare decentemente il cavalletto, che un piccolo riconoscimento, un bravo + come quello che la maestra scriveva nei miei quaderni, male non ci stava.
La vita è fatta di inezie, è proprio vero.
Complimenti a me, quindi.
Cin cin!

martedì 14 febbraio 2012

Meglio buon weekend o ciao signora?


Sondaggio del giorno, tra i miei pochi lettori: secondo voi, è più inquietante chi infila l'inglese in ogni conversazione (diciamo in ogni scambio di vocaboli) o chi non sa quando e se usare il lei nel modo opportuno?
Personalmente, ho la mia visione, ma siccome c'è qualcuno di mia stretta conoscenza che mi accusa, proprio per via della medesima, di buonismo di sinistra, non la manifesto.
Però, per aiutarvi a comporre la vostra personale scala di preferenze, vi faccio qualche esempio della prima modalità di espressione linguistica e della seconda.
Ai milanesi, diciamo meglio, agli amanti della cultura aziendalista all'italiana, piace molto usare l'English.
Ormai il "we", acronimo di "week end" per i comuni mortali, è la regola dei commiati pre-fine settimana. Che poi sia comunque gentile augurare piacevoli sabati e altrettanto simpatiche domeniche non ci piove.
In tutti i casi, da un po' di tempo, si sente parlare di "we" anche in luoghi in cui, normalmente, l'italiano è piuttosto "unknown", per esempio nello spogliatoio della mia palestra, frequentato massimamente da carinissime ragazze che però non danno proprio l'idea di avere un inglese fluente. E vabbè.
Per contro, c'è la schiera di persone che non sa se darti del tu, del lei o del voi (quest'ultimo ancora in uso sotto il fiume Tronto) e che, per non sbagliarsi, li dà tutti insieme nella stessa frase.
Poco fa, per esempio, proprio mentre andava in onda il mio telefilm preferito per adolescenti con l'ormone in fiamme (e che ci volete fare se sono impazzita), è tornato Giuliano Il Muratore con il giavellotto di bambù e metallo stacca-stalattiti. Mio marito, com'è suo costume, si è rifugiato in bagno con la velocità di un gatto, per cui, come da copione, vedendomi da sola, il nostro eroe dei tetti mi si è rivolto con un "signorina", chiedendomi se per caso non stessi per andare a sciare, dopo aver notato l'inguainante fuseaux indossato non senza imbarazzo dalla sottoscritta.
Nel pormi la domanda, ovviamente, mi ha dato del tu. Dopodiché, per dirmi di scostarmi, onde non essere trafitta dall'affilato accricco (o accrocco? chissà), se n'è uscito con un "stia attenta" o qualcosa del genere.
Infine, compiuta la sua missione, se n'è andato via portandosi dietro il proprietario che anche stavolta ha dovuto far finta di preoccuparsi che non cadesse dal tetto. Sulla soglia di casa, mi è parso di sentire un "ciao, signora". Ciao a te, Giuliano Il Muratore.
Il non plus ultra delle commistioni tra formule di cortesia le fa però il simpatico ragazzotto che mi stampa le foto, da me soprannominato "grazie a lei".
"Grazie a lei" mi dà regolarmente del tu e si ricorda persino il mio nome e cognome: in più di un'occasione ci siamo sentiti anche al cellulare per via di un'emergenza che solo lui poteva risolvermi.
Grazie a Lei è gentilissimo, ma di una squisitezza davvero tenera, e però non c'è niente da fare: tutte le volte che mi saluta, dopo un'intera conversazione amichevole con il tu, al mio "grazie, ciao" di saluto, mi risponde regolarmente: "grazie a lei".
Ok, Grazie a Lei, stai tranquillo, ho capito. Sei convinto che si fa così e a me sta bene.
Invece (ma non mi sbilancio troppo, per non condizionarvi), perché si deve usare "remind" per dire pro-memoria? Perché dovrebbe essere meglio "expertise" di professionalità, esperienza?
Perché dire job-oriented per indicare qualcuno che sta cercando un lavoro?
Insomma, perché, why, non possiamo parlare in italiano quando è più logico?
Sinceramente, a volte mi si accappona la pelle. The skin. Giusto lo scorso venerdì, peraltro, Marco Cicala, un giornalista che scrive molto bene (per i miei parametri) ha preso per i fondelli l'inglesistico idioma delle aziende di alta moda.
Era ora che qualcuno lo notasse e non perché ce l'abbia con le lingue straniere. Anzi, sarei così felice di poterle mettere in pratica di più. E' che fuori contesto, francamente, sono ridicole. E ci rendono ancora più provinciali.
E con ciò ho detto tutto. Forse troppo.
Pensateci e poi datemi la vostra.
Give me your feedback, o yeah, "asap"... che sarebbe, udite udite: "as soon as possible". Ebbene sì.
In tutti i modi, passate un vero happy Valentine.