mercoledì 30 dicembre 2015

Eroi per un giorno, eroi per sempre: buon 2016 a tutti noi


Heroes è un grande successo di David Bowie, scritto (e presumo composto) con Brian Eno.
Da ignorante (quasi) integrale della musica, l'ho scoperto solo pochi giorni fa, ascoltando Andrea Schroeder, che l'ha reinterpretato in tedesco.
Come sapete, sto studiando pure la lingua crucca, onde superare (ma chissà quando ci riuscirò) lo smacco del concorsone Rai, al quale, almeno auf Deutsch, non ho preso neanche un punto.

Ebbene: ascoltare la voce profonda, alla Marianne Faithfull, di questa affascinante musicista tedesca, nel negozio di dischi e libri di cui vi ho già parlato, mi ha fatto venire una gran voglia di conoscerla meglio.

L'intero disco (uscito l'anno scorso) si chiama Where the wild oceans end e contiene diverse tracce notevoli (Until the end è super, ma mi piace moltissimo anche Summer came to say goodbye, forse perché parla della stagione in cui sono nata io, l'estate, la più crudele di tutte per antonomasia).

Helden, come immaginerete, significa "eroi" e parla (se ho capito bene il testo tedesco) di due che si sentono tali almeno per un giorno. Il motivo, almeno nella versione tedesca, non è subito intellegibile (per una che sa il tedesco come lo so io, almeno). In quella di Bowie, invece, lo è assai di più: si parla di una coppia che, essendo capace di nuotare come delfini (penso metaforicamente), finalmente si sente libera di amarsi, quindi di diventare re e regina, vincendo su quelli che normalmente li annienterebbero.

In tedesco, più o meno, il senso è lo stesso, con la differenza che qui si cita il muro (penso non casualmente) e che il ritmo è molto meno vorticoso che nell'originale inglese.

Andando via dalla parrucchiera, sotto il cielo che scuriva, ho ascoltato a tutto volume Andrea e i suoi Helden e mi è parso di esserlo pure io.

Siamo in molti a essere tali, anche se non ce ne accorgiamo. Ne siamo consapevoli a sprazzi quando amiamo e siamo riamati.
Detesto la retorica per cui la faccio breve: sarebbe davvero bello se nel 2016 stati di grazia come quelli descritti da Andrea Schroeder e da David Bowie (che ho visto in un concerto da Berlino del 2010, restandone fulminata) si moltiplicassero.

Sentirsi eroi nella quotidianità, anche quando tutti gli altri pensano di noi il contrario, deve essere, è, una sensazione straordinaria.
Lo auguro a tutti voi, a me, a noi che sappiamo quanta fatica ci voglia per non farci schiacciare come schifose cimici.

Nuotando, possibilmente in compagnia di chi amiamo, da qualche parte, prima o poi, approderemo.
E saremo re e regine. Per un giorno. E per sempre.
Buon anno!

venerdì 18 dicembre 2015

Buon Natale di leggerezza a tutti


La mano di bambina che vedete appartiene a Matilde, la figlia della mia amica Laura, entrambe spuntate, con mia grande sorpresa, all'inaugurazione della mostra collettiva di Fermo di artisti, veri e presunti (della seconda categoria la sottoscritta).
E' stata lei a ordinarmi di scattare la foto con la sua bambolina accanto alla mia solita faccia sorridente. E quando un tipo come Matilde ti dice di fare una cosa, tu non puoi che eseguire.

Sono contenta dell'accoglienza che il manifesto (e il video: quanto m'è piaciuto realizzarlo) sulla palestra ha avuto tra le mie compagne di corso. Sto aspettando i commenti dell'insegnante più anziana, la super-tosta Rita, ma lo ammetto: l'applauso improvvisato che mi hanno fatto ieri nello stanzone teatro dei nostri volteggi ed esercizi ginnici mi ha alleggerito assai.

Mi ci voleva.

Non so come viviate voi i giorni pre-natalizi, ma a me, man mano che invecchio, va aumentando il sentimento di malinconia. Mi ci vorrebbe, molto probabilmente, un po' di svago scaccia-pensieri, forse un'uscita con le amiche di un tempo, una birretta in più, insomma, cazzeggio innocente. Spero sia possibile durante le ferie. Degli altri. Alt: non mi lagno, sennò il mio compagno di liceo mi rimprovera.

La settimana che si va chiudendo, del resto, è stata abbastanza impegnativa: due giorni fa, per dire, ero così stanca che alle dieci e mezzo di sera sono crollata. Non si può essere sempre energici, in definitiva.

Una cosa, però, dovete saperla: se fossi passata di qui ieri o il giorno prima, avrei rischiato di ammorbarvi con nuove, autoreferenzialissime riflessioni sul concetto di rabbia. L'avete scampata bella.
Accenno solo alle cause dello sventato sproloquio, ossia il funerale laico al quale ho partecipato, in onore di Mario Dondero.

Ho visto persone e ascoltato cose che voi umani non potreste nemmeno immaginare.
Il figlio Bruno, forte accento francese, ha lasciato emergere un po' della sua incazzatura di figlio di un padre spesso assente. E meno male: sennò il ritratto dell'eroe senza macchia, del santo laico sarebbe stato quasi insopportabile. Lo dice una che ha voluto bene al suddetto eroe, come già sapete.

Ma ripeto: lasciamo andare.
A mente fredda, mi resta di quelle ore un sapore dolce-amaro, meno fastidioso (molto meno) della morsa d'angoscia che ogni tanto mi prende ancora quando torno a Chieti, un luogo così simile nei suoi riti piccolo-borghesi alla cittadina del Girfalco.
Le pubbliche esequie, in altre parole, devono necessariamente contenere qualche elemento farsesco, soprattutto in provincia. Quindi, detto alla Crozza che fa Mentana, eeeeh, ci sta, ci stava.

Fortuna che il tempo mite e il mare piattissimo (come l'ho visto stamattina, dopo vari giorni senza essermi affacciata sul lungomare) placano la vis polemica che ogni tanto m'afferra.

Sono talmente tornata in me che, anzi, alla fine, ieri ho fatto pure l'albero (e disposto il mini-presepe sotto il medesimo: quanto mi piace la pecora con le ali che veglia sulla grotta di Gesù Bambino), tutta contenta come sicuramente sarà stata la simpaticissima Matilde, quando hanno allestito il suo.
Il primo albero di Natale a casa mia: accidenti. Sì, l'ho pensato guardandolo acceso nella casa buia, di ritorno dalla palestra.

In fondo, non va tutto male. E' tutto tremendamente faticoso, questo sì, ma pazienza.
E l'orologio costosissimo che ho adocchiato sul giornale come auto-regalo che non mi farò, non importa, l'anno prossimo, magari, mi avrebbe già stufato.

Sono saggia, vero? Ditemi di sì: con i pazzi, ve lo consiglio, è meglio fare così.

Cerco solo, umanamente, di nutrire di levità il presente, di coltivarla, proprio.
Non è sempre possibile, ma praticabile come atteggiamento di massima.

Concludo, perciò, augurando anche a voi analoghi percorsi: lasciatevi andare alla leggerezza, che non significa vuota superficialità, semmai il contrario.

Soltanto chi ha provato pesantezze vere, infatti, sa che cosa significa lasciarsele cadere, anche solo per pochi minuti, dalle spalle o dalle gambe. Un po' come quando ti togli le cavigliere o lasci andare i pesetti a terra, alla fine di un ciclo di esercizi che poi dovrai ripetere.

Ecco: volevo dirvi solo questo, amiche e amici di Madamatap.
Auguri di vero cuore.

lunedì 14 dicembre 2015

Dedicato a Mario Dondero

Edoardo Sanguineti, visto da Mario Dondero

Non se ne doveva andare. Non è giusto, anche se dannatamente umano, come lui, tra i grandi della terra. Uno di quelli dotati della straordinaria capacità di valorizzare tutti, ma proprio tutti.

Fortuna che ho fatto in tempo a incrociarlo e a intervistarlo nell'ottobre del 2010.

Non ho mai rilanciato nulla in modo così esplicito: lo faccio a titolo di pura testimonianza.

E perché a Mario ho voluto bene davvero (come è successo, lo so, a tutti quelli che l'hanno incontrato).

Salutaci l'Eden. Rendilo verde e giovane, come te.


Mario Dondero, il fotografo innamorato dell’umanità


Mario Dondero, visto da Danilo De Marco

“Le piace questa cravatta?”. All’appuntamento Mario Dondero, il fotogiornalista più blasé d’Italia, arriva con un leggero ritardo. Ma arriva e “il ciak si gira” scatta in un lampo. Voleva essere elegante per l’appuntamento, dice, perciò si è messo quella cravatta, che sì, è di un bel verde oliva. Mario dice che l’ha pagata pochi euro, ma chissà se è vero, considerato quel che scrivono di lui i numerosi amici di questo signore della fotografia in bianco e nero, assolutamente (anche se non per pregiudizio ideologico, come poi preciserà) analogica, nato a Milano (ma genovese nell’essenza, com’era suo padre) il 6 maggio del 1928. Molti di loro fanno i giornalisti e gli scrittori, di qui i ritratti sempre molto letterari apparsi sui media. Due anni fa, per esempio, gli è stato dedicato un libro intitolato Dondero 4 20, per i suoi ottant’anni o anzi, per meglio dire, per i suoi vent’anni ripetuti quattro volte. Perché Mario non si sente proprio vecchio, anche se ha accettato di buon grado di incontrare Muoversi Insieme, forse per uno scopo più alto. Al fotografo interessato principalmente all’umanità dei soggetti immortalati nella sua lunghissima carriera piuttosto che alla qualità estetica dell’inquadratura adottata, preme parlare di generazioni, di memoria e di speranza, legati da fili fragilissimi che rischiano di spezzarsi, come racconta nell’intervista che segue. Buona lettura.
Che idea ha del tempo, suo personale?
Non so bene se sono nella seconda, terza o quarta età. In tutti i modi, direi che la vita mi ha abbastanza risparmiato sul piano fisico.
Tra poco presiederà la giuria del Premio Chatwin-camminando per il mondo: è vero che va sempre a piedi?
Sì, non ho la macchina e trovo che camminare e prendere i mezzi pubblici renda più allegri: si fanno degli incontri, si parla, ci si sente dentro la comunità, il che è un tonico dello spirito molto importante. E poi sa perché non mi sento vecchio?
Perché?
Perché amo le donne (ha appena scherzato simpaticamente con una giovane cameriera, scegliendo il thè “Lingua di fuoco”)… la verità è che io ho sempre amato l’amore e trovo che non sia affatto vero che sparisce con gli anni. L’unica cosa che cambia è che si può essere affetti da difetti fisici che non si aveva da giovani, ma l’immaginario legato all’amore è sempre permanente. Quando si è perso questo, si è davvero passati nella quarta età.
Che poi può succedere anche da giovani di smarrirlo, non crede?
In effetti trovo che ci sia una crisi delle relazioni umane piuttosto preoccupante: per me il simbolo di questo è l’ipermercato. Prima c’erano i caffeucci, l’ortolano, le botteghe, se invece trasferisci la vita nel centro commerciale, quando si sono spente le luci è finito tutto. Ma sei sicuro che non ti piace la mia cravatta? (Al nostro tavolino si è unito anche Carlo Madesani, il responsabile di Camera 16, una galleria fotografica di Milano che ha organizzato una mostra sulle foto di Mario che aprirà il prossimo 11 novembre: la cravatta cambia collo).
Come vede il nostro tempo, quindi?
Sento un declino nazionale molto forte: mi sembra che si stiano smarrendo la simpatia, l’allegria e addirittura la speranza. Forse quest’ultima è solo occultata, in ogni caso bisogna farla rinascere.
Come?
Bisogna che chi ha vissuto intensamente passi il testimone parlando con i giovani. Spesso vado nei licei e nelle università e scopro che molti studenti ignorano pagine importanti della storia, non per colpa loro. Invece la memoria della storia va conservata come lezione per il futuro perciò uso la mia piccola tribuna di giornalista come via d’uscita dalla solitudine.
Anche la sua personale? La spaventa la solitudine?
Direi di no. Invece sono un cultore della “reverie”, alla francese: per esempio mi piace guardare il mare in tempesta, particolarmente il Tirreno, il mare della mia infanzia a Camogli, oppure quello del Nord Europa: ad Aberdeen, in Scozia, i pescherecci stanno in verticale rispetto all’onda…
Ha buona memoria?
Medicalmente mi pare di averne una forte del passato remoto e più debole del prossimo. Mi pare che sia un classico dell’invecchiamento, no?
Dicono…  Da poco è stato insignito del premio “Città del diario” a Pieve Santo Stefano, dedicato ai linguaggi della memoria: in generale che cos’è la memoria, per lei?
Ricordarsi dei momenti significativi del passato. Per esempio, andare sulla tomba di Robert Capa: se ho fatto il fotografo lo devo a lui (Mario e Carlo, molto probabilmente, partiranno a dicembre per un viaggio in Usa coast to coast, però a bordo dei pullman Greyhound, per un reportage sulle foto inedite da poco ritrovate di uno dei fondatori dell’agenzia fotografica Magnum e della sua fidanzata Gerda Taro).
Che cosa le piace di Robert Capa?
Non tanto il suo coraggio nell’affrontare il rischio bellico, ma il suo sguardo umano, la sua capacità di narrare la storia con un occhio semplice senza elemento estetico sovrapposto. Per me è un modello di umanità.
Su internet gira un video molto bello realizzato dagli studenti dell’università di Teramo in cui lei dice di non aver mai badato troppo all’aspetto artigianale della fotografia: non le piaceva stare in camera oscura, preferiva stare all’aperto…
Ho detto così? In effetti è vero, l’aspetto artigianale m’interessa nella misura in cui mi serve.
Allora perché usa solo la fotografia analogica? Il digitale, in fondo, può essere più comodo…
Ma io non ho una preclusione ideologica al digitale, che tra l’altro ti permette di fare foto in tutte le condizioni, per esempio anche quando la luce è scarsa. Diciamo che a esserne rovinati sono i fotografi, mentre nel campo della narrazione il digitale funziona bene. E poi ho paura che si possano perdere nel computer (nel frattempo Mario ha salutato Giovanni Marrozzini, un giovane fotografo, interessandosi dei suoi progetti futuri: gli stringe la mano quando sente che anche lui usa la pellicola).
Si considera un uomo di talento, un artista o che cos’altro?
Sono un sostenitore delle attività plurime, anche se nella vita ho fatto in prevalenza foto. Per esempio, mi piace molto la radio (è appena tornato dalla festa per i sessant’anni di Radiotre). In generale, non voglio essere incastonato in un cassetto, anche se in Francia sono stato classificato come fotografo letterario per un solo scatto (la celebre foto che ha segnato la nascita del gruppo del Nouveau roman). Devo dire però che quando do consigli ai giovani dico sempre di trovarsi una loro nicchia, cioè di specializzarsi in qualcosa che nessun altro sa fare.
Che cosa l’appassiona particolarmente?
Senz’altro la politica, anche se i romanzi spesso attraversano le epoche meglio di quanto facciano i libri storici (poco prima si è accorto che ha dimenticato da qualche parte un libro in francese di Vasilij Grossman e manda Carlo a cercarlo che per fortuna lo ritrova. Quindi lo mostra al giovane fotografo e ai suoi amici). Due anni fa sono stato annoverato, chissà perché, in un lotto di intellettuali (c’era anche Edoardo Sanguineti che Mario ha fotograto negli anni Sessanta) per parlare durante un programma radiofonico di cinque libri per me significativi.
Posso saperne i titoli?
Certo, sono tutti da consigliare ai lettori: Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, La luna e i falò di Cesare Pavese, Il deserto della Libia di Mario Tobino, Autoritratto di un reporter di Ryszard Kapuściński e Pappagalli Verdi di Gino Strada.
Ha realizzato un reportage dall’Afghanistan visitando l’ospedale di Emergency: perché consiglia il libro di Strada?
Sa che cosa sono i pappagalli verdi? Sono mine anti-uomo di fabbricazione sovietica, ma in Afghanistan se ne trovano anche di italiane: si tratta delle pericolosissime Valmara (in una sua foto si vede un bambino afghano che ne tiene una in grembo come fosse un giocattolo).
Ha fatto il partigiano quand’era molto giovane. Che ricordo ha di quella esperienza?
Avevo diciassette anni, sono stato in Val d’Ossola per quattro mesi fino al grande rastrellamento del ’44: mentre la vivevo non mi rendevo conto di quel che rischiavo. L’ho capito dopo. Una volta ero a Mathausen e guardando nel sacrario degli italiani, ho visto la piccola foto di un ragazzo nato il 6 maggio del ’28 come me: lui era morto, io no. È stato un colpo molto forte.
Il telefonino di Mario squilla più volte finché decide che sia meglio spegnerlo. Non riesce a schiacciare il tasto giusto, così fa in tempo a organizzare una serata a casa sua rinnovata in “stile Rive Gauche Cinquanta” forse in ricordo dei suoi quasi quarant’anni vissuti a Parigi, con il suo amico scrittore Angelo Ferracuti. Soprattutto, comunica alla sua compagna e a una giovane amica dove si trova il bar in cui sta bevendo il suo thè “infuocato”. Mentre sta dicendo che tra le sue “attività plurime” gli piace cantare, ballare e conclude lanciando un’appassionata dichiarazione d’amore al Genoa, la sua squadra del cuore “filosofica” (chissà poi perché), arrivano le due donne e Mario chiede, non si sa bene a chi: “Non trovate che ci sia un’atmosfera erotica?”.
La risposta esatta è certo che sì: c’è tutto l’eros di una vita speciale, passata a illuminare volti di povera gente o di personaggi famosi senza neanche bisogno del flash.

venerdì 11 dicembre 2015

Stoner, post bis sul concetto di eroismo

Sono costretta a dedicare un secondo post a Stoner, il romanzo di John Williams che ho finito di leggere ieri pomeriggio.
Sono un tipo impulsivo (non so se si era capito) e in più sono - ancora per poco - una giornalista: le due cose messe insieme - ahimè - producono pressappochismo.

Sì: è vero che John Mc Gahern attribuisce al protagonista del bellissimo libro la patente di eroe. Prima di lui, però, l'aveva fatto colui che l'aveva inventato.
Per rendere onore e giustizia a questo scrittore così enorme, vi traduco qui il brano dell'intervista uscita pochi anni prima della sua scomparsa (avvenuta nel 1994), nella quale Williams spiega meglio di come potrebbe fare chiunque altro chi sia per lui Stoner.

Vado. E scusatemi per la traduzione imperfetta (meglio, spero, di quella di Google).

Io penso che sia un eroe vero. Molte persone che hanno letto il romanzo credono che Stoner abbia avuto una vita così triste e brutta. Io penso invece che ne abbia avuta una davvero ottima. Di sicuro, molto migliore di quanto capiti alla maggior parte della gente. Ha potuto fare quel che voleva fare, ha provato anche qualche sentimento verso quello che faceva, ha esperito in qualche maniera il senso dell'importanza del lavoro che svolgeva. E' stato un testimone dei valori che contano... Il punto centrale nel romanzo per me è proprio il senso di Stoner per il lavoro. Insegnare per lui è un lavoro - un lavoro inteso nel senso più buono e onorevole della parola. Il suo lavoro gli ha dato un particolare tipo di identità e lo ha reso ciò che è stato... E' l'amore inteso in questo modo che è essenziale. E se si ama qualcosa, lo si capirà. E se lo si capisce, s'imparerà molto. La mancanza di quell'amore si traduce in un cattivo insegnante... Nessuno può mai conoscere tutte le conseguenze di ciò che si fa. Io penso che tutto si riassuma in ciò che ho cercato di fare in "Stoner". Non si può che seguire la propria fede. Ciò che conta è permettere alla tradizione di andare avanti, perché la tradizione è civilizzazione".

Immagino - ma correggetemi se sbaglio - che la parola "tradition" significhi qualcosa come obbligatorietà dell'istruzione (education all'inglese, che è ben di più), come unico baluardo contro la barbarie e l'ignoranza (all'italiana maniera).
Insomma: Stoner, con il suo lavoro, ha permesso ad altre persone di dotarsi di qualche strumento per conoscere se stessi e il mondo senza paraocchi.

Credo che chi fa bene il suo lavoro, fosse pure il calzolaio, compia un'analoga operazione.
Perciò la vita del protagonista di questo malinconico, a tratti straziante libro, è stata bella ed eroica.
E anche se quasi nessuno dei colleghi e pochi dei suoi studenti sembrano sapere chi fosse davvero, è ben curioso il destino che, al di là delle pagine, questo personaggio letterario ha avuto realmente.

John Williams, probabilmente, ci sta ridendo su.

Rileggendo l'introduzione di John MCGahern, ho poi fatto una seconda scoperta: gli altri romanzi di Williams sono completamente diversi da Stoner.
Aspetterò giusto un attimo, ma credo che me li procurerò.

A voi buon lavoro.

giovedì 10 dicembre 2015

Stoner, il senso di una vita


Sto per compiere uno sforzo quasi sovrumano: offrirvi una recensione a caldo di Stoner, il romanzo di John Williams scritto nel 1965, diventato un caso letterario solo un paio di anni fa.
Personalmente, ne sono venuta a conoscenza solo il mese scorso, quindi ben dopo il periodo in cui, persino sui giornali italiani, notoriamente in ritardo sull'attualità che conta davvero, ne era giunta l'eco.

Ho appena riletto l'intervista a Ian Mc Ewan a La Repubblica, in cui lo scrittore inglese spiega come mai ne sia rimasto completamente conquistato. Leggetela pure voi, se vi pare.

Qui invece vi dico perché, se ne avete il coraggio, dovreste farvene conquistare anche voi.

In 288 pagine - quante sono nella versione inglese che orgogliosamente sono riuscita a finire quasi senza aprire il vocabolario - scorre una vita minima solo all'apparenza.
William Stoner è un professore di letteratura all'università del Missouri, proveniente da una famiglia contadina. Alla materia che poi insegnerà si appassiona durante gli studi di agraria da un giorno all'altro, quasi senza rendersene conto.

Ed è proprio nella parola passione la chiave di tutta la sua storia. E nel suo opposto: l'indifferenza, forse si potrebbe usare meglio la parola inglese "ignorance", di cui Williams e il suo Stoner parlano verso la fine in modo preciso.

In tempi di condivisioni all'eccesso delle proprie superficiali emozioni, leggere di uno che a un certo punto della vita si accorge di non essere affatto diverso dai genitori e dai genitori dei genitori e via andando ancora più indietro nelle generazioni, nella capacità, attitudine del sangue direi meglio, di mostrarsi al mondo con una specie di maschera neutra, mi ha fatto pressoché sobbalzare.

Conosco persone che fanno la stessa cosa, educate a un riserbo di sapore contadino che ha tutta la mia ammirazione. Un pochino così è anche mio padre. E forse pure il solito Maestro astigiano, che pure di estrazione contadina non è.

Stoner, alla fine, è un eroe, e sono assolutamente d'accordo con lo scrittore che ne ha curato l'introduzione nella versione che ho io del romanzo (John McGahern) sul fatto che se tristezza c'è un questa storia, è la tristezza di ogni vita. Di quella di ciascuno di noi.

Per apprezzarlo, però, dovete essere disposti a guardarvi dentro e a riconoscere il senso di "failure" (c'è scritto proprio così) che ci afferra più o meno tutti nei rapidi bilanci che facciamo tra un anno e l'altro.

Il protagonista si interroga se non si possa giudicare così la sua vita verso la fine (non vi dico in quale circostanza, potreste desistere dall'aprire il libro), ma ancora più sorprendente e, direi quasi rasserenante nella sua segreta ironia, è la conclusione alla quale arriva.

Nella vita è riuscito a ottenere proprio tutto. Esattamente tutto quello che ha desiderato: insegnamento, matrimonio, casa, figlia, amante, letteratura, scrittura. Pure sul suo nemico collega di università riesce a ottenere una specie di vittoria morale.

In Stoner domina dunque una certezza: niente ha senso se non la vita in sé. Basta solo esserne consapevoli, semmai sta tutto lì il problema. Il protagonista di questa commovente storia è uno di quei fortunati che l'hanno capito per tempo.
Chissà che cosa ne pensava veramente il suo autore, che è stato un professore di letteratura come il suo personaggio, ma ha precisato non esservi alcun elemento autobiografico in quel che ha lasciato in eredità a noi posteri.

Sinceramente, io ci credo poco. Certo, uno scrittore degno di questo nome è sempre in grado di mescolare la realtà con la finzione facendo affidamento sulla propria abilità con le parole.
Ritengo tuttavia che si riesca a essere credibili solo quando si racconta qualcosa che si conosce molto bene. Intimamente bene.

Intimità. Ecco: Stoner è una di quelle storie da assaporare in solitudine, facendosi anzi vanto di essere capaci di starsene lì minuti, ore, a dialogare in silenzio con frasi e periodi così ben allineati.

Non ho idea di come siano gli altri romanzi di Williams.
Sono in ogni caso davvero grata al gruppo di lettura creato da Romina Coccia nel piccolo negozio Mingus di Porto San Giorgio per aver scelto questo suo romanzo come libro del mese.
Non so se agli altri abbia fatto lo stesso effetto che ha fatto a me.

Ne parleremo martedì prossimo, giorno previsto per l'incontro-resoconto.
Spero di poterci essere.

mercoledì 9 dicembre 2015

La giusta terapia anti sindrome da Calimero


Ho scattato la foto che ripubblico sopra esattamente quattro anni fa, l'anno dei miei primi quaranta (e passa), lo stesso in cui ho conosciuto Bibi Iacopini, prima, e Patrizia Di Ruscio, dopo.
Sto parlando dei due organizzatori di #Intanto, la mostra collettiva natalizia che ha trasformato uno spazio "temporaneamente" non utilizzato come l'ex mercato coperto di Fermo in un mega salone espositivo per i molti talenti e artisti provenienti in massima parte dalla provincia.

Tolta la prima edizione (in cui non conoscevo ancora praticamente nessuno in città), ho partecipato sempre. Anzi: ho osato partecipare.
Perché scrivo così? 
Perché, obiettivamente, il livello di alcuni espositori è notevole (basti pensare a Pierluigi Savini tre anni fa, per citare un vero artista. Ma ne ho in mente anche altri). 
Quest'anno, poi, è stato previsto anche un omaggio a Mario Dondero e sono sicura che diverse cose mi sorprenderanno. E forse trasmetteranno un po' di malinconia.

Sono giorni abbastanza opachi, d'altra parte. Quattro anni fa è cominciato il mio declino professionale e anche se, contemporaneamente, ho scoperto di non aver del tutto perso la creatività che mi attribuivo in anni più verdi, il bilancio continua a sembrarmi negativo.

Lagnarsi è il peggio che si possa fare, quindi soprassiedo.
Durante il ponte appena passato, mi ha tuttavia fatto una certa impressione notare quanto siano cresciuti i nipoti e quanto la vita vada avanti per tutti, me compresa.

Quattro anni fa non avrei mai immaginato di perdere mia madre, né di ritrovarmi a fare, certe volte, da madre a mio padre. Quest'ultimo, in verità, mi dà ancora un sacco di dritte (e di punti), ma è evidente che sia più fragile, anche se non sempre riesco ad accettarlo. 
Quanto vorrei che si potesse tornare indietro, in alcuni momenti.
Come vorrei non sentirmi così inutile, in certe situazioni. 

Sapete che cosa penso davvero?
Sono afflitta da una specie di sindrome da Calimero.
In alcuni momenti, diciamo in concomitanza con il dannato ciclo femminile, mi pare che gli altri siano tutti migliori di me, più realizzati e felici di me e che mi tengano a distanza apposta per questo.

Non voglio pensare a che cosa farò quando saranno sparite le crisi mensili per l'avvento della menopausa.
Sicuramente troverò un'altra scusa per alimentare il pulcino nero che è in me.

E meno male che ci ironizzo su.

Ho passato troppo tempo da sola, a cantarmela e suonarmela davanti a uno schermo, alternando le chiacchiere di passaggio con i negozianti alla solitudine domestica.
Studiare per il concorso, alla fine, mi ha fatto bene anche perché mi ha costretta a dare una finalità a questi lunghi anni di distanza da tutto

Però mi sono chiesta oggi (e alle altre crisi mensili precedenti): sarei capace di reggere alle relazioni sociali degli ambienti di lavoro? Quanta fatica farei a riadattarmi a stare in mezzo alla gente non cinque minuti, ma ore?

L'aspetto più terribile del sentirsi Calimero è proprio questo: mi prenderebbero ancora di più per un'aliena? Riuscirei a nascondere il senso d'inadeguatezza alla vita che, temo, mi si legga in faccia?

Gli altri (le altre) si faranno tutte queste pippe mentali o è davvero arrivata l'ora di darsi alla pesca?

Non credo che esistano risposte, però avevo bisogno di questo breve momento di verità.
Oltre i sorrisi che uso come divisa d'ordinanza.

mercoledì 2 dicembre 2015

Raccontare ciò che si sa. E ricominciare



Non immaginavo che facendo stretching mi venisse una gobba così, ma comunque non mi posso lamentare. Sono stata immortalata in questa guisa ieri sera nella mia amata palestra, durante la lezione con Rita Sacripanti, l'insegnante di fitness più tosta che io abbia mai conosciuto. Una maga, oltretutto, degli abbinamenti tutina-calzini-fasciapercapelli-scarpedaginnastica.

L'autrice dello scatto è Tiziana Bastiana, l'altra insegnante appartenente all'Associazione sportiva Fermo 85, che di solito incontro il lunedì e spesso il giovedì (in alternanza con Rita), la sola che sia riuscita a farmi volteggiare (all'incirca) e salire e scendere dallo step senza eccessiva ansia.
Alle mie ore nella palestra di Fermo ho già dedicato almeno un paio di post, per cui cerco di non ripetermi.

Ieri e l'altro ieri, però, ho finalmente messo in pratica un proposito che maturavo da tempo: fotografare la lezione, le donne che dividono con me gli allenamenti e le istruttrici. Soprattutto loro.
Il tutto (o meglio: una piccola parte del reportage nipponico che ultimerò domani sera con la lezione di zumba, che io non frequento, ma che è assai meritevole d'attenzione) finirà nella mostra natalizia all'ex mercato coperto della cittadina del Girfalco.

Ho avuto l'idea giovedì scorso, praticamente quasi in zona Cesarini (la mostra si apre il 12 dicembre prossimo), dopo giorni durante i quali mi scervellavo nel tentativo di escogitare qualcosa di originale.
Ballonzollando a ritmo di musica, mi si è accesa la lampadina di Archimede: falla semplice, racconta ciò che sai.

E così sto facendo, anche con un certo orgoglio e anche se l'impegno e la fatica ci sono ugualmente, quasi non sembra di provarli.

Più o meno gli stessi sentimenti ho avvertito stamattina pagando l'ultima rata che sancisce definitivamente l'acquisto del mio appartamento.
Sono, come potete immaginare, preoccupata per il conto che via via scende, ma al contempo sento fortemente di aver fatto la cosa giusta.

Quindi mi allungo, oltre i miei 152 centimetri, respiro più profondamente e attendo con fiducia il domani.
E a chi crede che lasciare il giornalismo significhi mollare, beh, non è così.
Significa con coraggio ricominciare.
Da qualche parte qualcuno sta sorridendo con me.

Hop hop...

lunedì 30 novembre 2015

Nuova vita, nuovo lavoro: give me a chance, please



Se non fosse venuta mia cugina, dubito che sarei riuscita a tornare in quel posto con la leggerezza che, tutto sommato, ho provato.
Cioè, intendiamoci: sono piombata in una delle stanze che ben conoscevo un tempo con un fortissimo scetticismo, alimentato, peraltro, anche da quel che ho sentito lì dentro.
Mi pare di capire, detto in soldoni, che la politica europea e italiana delle quote accettabili sul suolo patrio di migranti non funzioni proprio benissimo e anche se comprendo con tutta l'umanità di cui sono capace che quelli che ci lavorano a stretto contatto abbiano l'urgenza di far sapere quanto male stiano le cose, dubito assai che qualcuno dei presenti all'incontro (me compresa, ovvio) potrebbe fare qualcosa per "squarciare il velo dell'indifferenza", usando una delle noiosissime frasi fatte, circolanti in ambienti sociable.

Insomma: come ho già scritto un po' di tempo fa, non credo (non più, comunque) nel giornalismo sociale. Mi spiego meglio: credo che il giornalismo, se fatto bene, abbia una natura sociale, socializzante e solidale di per sé, senza bisogno di ulteriori aggettivi.
Come farlo bene? Lo dico apertamente: dietro sonante denaro. Per scrivere pezzi seri, fare reportage dal basso o dall'alto, come volete voi, bisogna avere (ma guarda un po') compensi adeguati ed editori veri. Diversamente, si scriveranno, filmeranno, condivideranno chiacchiere o punti di vista limitati al mondo al quale si appartiene e dal quale non si ha il coraggio (comprensibile, abbiamo tutti famiglia) di uscire.
Ma andiamo avanti.

Per fortuna, qualche perla rara si trova pure in mezzo alla monnezza.
Alcuni incontri e alcune informazioni raccolte resteranno nella mia memoria e anche il fatto di aver usato l'auto, di essermi vestita e armata di una corazza immaginaria contro uno dei vari mondi che mi ha rifiutato (o che io non ho accettato), male non mi ha fatto.

Ammetto, comunque, che essere stata platealmente ignorata da gente che ho conosciuto e rivisto negli anni e da uno che appena un mese e mezzo fa mi diceva di seguire con attenzione il mio avvicinamento alla Rai, mi ha lasciato lì per lì esterrefatta. Sono tuttavia ben fiera di non aver ceduto nemmeno per un secondo alla tentazione mortificante di ri-presentarmi.
E, tutto sommato, quel che ho sentito dalla voce e il bel viso di Stefano Dionisi, mentre parlava del suo libro La barca dei folli , sulla malattia mentale mi è stato utile.

L'attore lascia trasparire la sua fragilità: sinceramente non mi è sembrata costruita. Temo tuttavia che il circo delle presentazioni che si scatena quasi in automatico per i vip dell'editoria potrebbe danneggiarne l'autenticità. E trasformarlo in una macchietta.
In bocca al lupo di cuore: il dolore va rispettato. Sempre.

Avrei voluto scrivere anche cose più crudeli e sarcastiche, ma preferisco andare oltre.
Sto cercando di cambiare lavoro, come qualcuno sa già e come vado ripetendo quasi per convincermene del tutto. Specifico meglio (è una nota che sto aggiungendo solo ora): cambiare lavoro significa per me trovarne uno che niente abbia a che fare con il giornalismo (così il mio amico di liceo, che non aveva capito, e come dargli torto, le mie parole, è più contento).

Una cosa del genere mi è successa molti anni fa, quando ho deciso di andare via da Milano. Anche in quel caso, prima l'ho deciso e poi ho cominciato a dirlo, con una certa ingenuità, nei corridoi del giornale che molto generosamente mi aveva elargito un contratto serio (il solo della mia vita, in pratica), scavandomi da sola la fossa.
In questo caso è diverso, perché sono davvero finita giù in fondo a un burrone ed è come se stessi gridando, da molti metri sotto terra, "ehilà, sono quaggiù, mi sentite?".
Quindi, non ho, in fondo, molto altro da perdere.

Semmai, ho da guadagnare. Una nuova vita.
Blogger sfigata (e culturista) chiama Terra. Please, give me a chance.
Sinceramente, me la merito.

mercoledì 25 novembre 2015

Paolo Conte e il mio post di riserva sul suo dolce mondo



Fatemi scrivere un post di riserva
.
Davvero, non è cosa semplice, per me che sono contiana da quasi trent'anni, raccontarvi, nemmeno recensirvi, Fammi una domanda di riserva, il libro Mondadori curato da Massimo Cotto (bellissima la sua introduzione), nel quale sono raccolte frasi pronunciate dall'avvocato Maestro astigiano dal 1985 in avanti.

Potrei, come ama ripetere spesso il nostro Baffone nazionale, dirvi solo dell'atmosfera, della malinconia più che nostalgia che pervade, a questo punto, non solo le sue musiche, ma anche il suo dire, non solo in formato canzone.

Conoscevo diverse delle frasi qui raccolte, ma messe così tutte insieme fanno decisamente un altro effetto.
Sarà la stagione e le temperature colate a picco, sarà l'età che avanza, saranno questi giorni di vuoto e di pensieri, ma lo ammetto: mi sono quasi commossa.

Ho ritrovato, un capitolo dopo l'altro, molti dei motivi che mi hanno fatto, ebbene sì, innamorare della musica del sempre giovane Canadese (come lo chiamava il suo amico e mentore Mingo Chiodo). E delle sue parole, naturalmente.

Perché se è vero, e lo è, che quasi nessuno gli fa delle domande competenti sulla sua musica, è altrettanto vero il fatto che dalle sue parole non si può prescindere.

E' tutto un complesso di cose che lo rende così unico. E così simpatico. Assai.
Mi piace che dica che non sia colto. Che mangi il minestrone e il bollito nella sua camera d'albergo, pur essendo in tournée all'estero.
Ed è troppo, troppo nostalgico (alla sua maniera) quando racconta dei suoi inizi, della povertà e del dilettantismo con cui lui e i suoi amici si buttavano a fare jazz.

Mi verrebbe da abbracciarlo per quanto scrive sull'essere snob (non lui) e l'essere dandy (avere il culto della bellezza profonda, lui).
E per Maigret, per Camilleri e pure per il giallo svedese di Mankell (quest'ultimo in verità da me scoperto solo per via dei telefilm che gli sono stati tributati in patria con un fantastico attore, perfetta incarnazione dell'anti-eroe).

Dovrò rileggerlo, questo libro: perché, pur essendo godibilissimo, contiene talmente tanto (che fa pure assonanza enigmistica, cosa che l'avvocato capirebbe e perdonerebbe, spero) l'universo contiano da meritare di essere mandato a memoria da noi adepti grati e piccini.

C'è tanto di Parigi e di Asti, nel suo universo. E dell'esotismo non salgariano ma quasi, delle palme e bambù delle origini.
Adesso, alla vigilia dei suoi primi magnifici 79 anni, il Conte nazionale conosce abbastanza il mondo, ma a volte a me sembra, e le sue parole raccolte me lo confermano, che non abbia mai lasciato la sua cittadina di provincia.

Solo un provinciale poteva mettere a fuoco (cinematograficamente parlando) così bene quella nutrita schiera di persone senza importanza che caratterizza molte delle sue canzoni.
Solo un uomo cresciuto con la campagna a due passi poteva imparare, crescendo, a nutrire un così attento amore per i particolari.

Peccato che io non sia una musicista, perché se avessi basi in quel mondo, nel suo mondo, potrei capire ancora meglio come mai dice di amare Franck, da Conte considerato un anticipatore del Novecento, il suo secolo di riferimento, quello che gli ha indotto una tale "confusione mentale" (pronunciato alla francese) da spingerlo poi sulla via del jazz e dello swing, che in verità è un qualcosa che non si spiega, e che anzi, pare, gli scorra direttamente nelle vene.

Il libro ha peraltro confermato alcune delle mie scoperte recenti, ossia i legami tra la sua musica e quella di Ellington e anche di Armstrong, da Conte amatissimo.

Non sapendo, tuttavia, nulla o quasi del jazz degli anni Venti, posso solo credergli sulla parola quando si sofferma sulle differenze tra quel periodo e i decenni successivi.
Cita però Jelly Roll Morton, che ho ascoltato e apprezzato, o un tale (per me!) Tricky Sam, asso del trombone, al quale il Maestro si sarebbe ispirato.

Sapevo del suo desiderio di essere interpretato da Charles Aznavour, ma non che sarebbe stato contento se avesse scritto lui Ma l'amore no, di Giovanni D'Anzi.

Che l'habanera e il fandango fossero pasta per le sue note si capiva, ma non immaginavo che la mamma gli facesse ascoltare i tanghi tedeschi (esistono tanghi tedeschi?).

Della mamma parla anche in un'altra occasione, verso la fine, quando racconta di averle fatto ascoltare Celentano che interpretava Azzurro. Lei pianse e io con il suo ricordo.

Che cos'altro posso aggiungere, a parte il consiglio, accaloratissimo, di leggerlo se siete contiani come me  (i neofiti potrebbero aver bisogno di qualche ripetizione, a mio personalissimo avviso)?

Solo questo.
Per me, Paolo Conte è un uomo dolce, di una dolcezza che solo i veri uomini non nascondono di avere. Tanto più andando avanti con gli anni, quando si acquisisce il senso, come lui stesso dice, del durante.

Da giovane, spiega, non vedeva l'ora di farsi una bella doccia calda dopo una partita, di cenare con i suoi musicisti, dopo un concerto. Adesso gli importa solo di essere lì, a pestare di note il piano (o il vibrafono e il kazoo), felice se qualcuno lo segue o lo applaude con la foga che si destina agli acrobati e ai clown.

Pur essendo molto più giovane di lui, mi riconosco alla perfezione nelle sue parole.
Non le ho assolutamente fatte mie, nella quotidianità, ma, davvero, vorrei arrivare a un tale grado di riconoscenza nei confronti della vita da non nutrire più nient'altro che la gioia di essere, di esserci, su questa dannata terra.

Peccato che il Conte preferisca le brune, dimenticavo.
Ma, del resto, per me lui è un Maestro dell'anima, mica un immaginario amante.

E poi, se devo proprio dirlo, preferisco i bruni pure io.

Grazie a Massimo Cotto per il suo libro.
Rosico un cicinin per non essere entrata tra quelli da cui ha attinto per i suoi testi (il mio pezzo è uscito negli stessi giorni in cui c'era su Io Donna l'intervista della mia conoscente, bravissima, Giulia Calligaro, riportata nella bibliografia).

Ma cosa importa?
La fama non dura.

La musica del Maestro, sì.

lunedì 23 novembre 2015

L'amaxofobia e il cerchio delle nostre paure



La scorsa settimana ho fatto un sacco di cose. Diciamo meglio, alla Moretti, ho girato e visto gente.
In cima agli incontri più significativi, di sicuro, metto quello con la vicina di casa brasiliana. Abbiamo passato insieme un'oretta e più: da quel che ho capito, è abbastanza fuori di testa per riuscire a realizzare ciò che si è prefissa. Non scendo nei dettagli finché non si è chiarito che tipo di aiuto potrei darle. Mi è però molto piaciuto il suo sorriso, uno dei più belli che io abbia mai visto, e il suo gesto con cui ha disegnato, sul tavolino del bar dove eravamo sedute, un cerchio. Al suo interno c'era una persona che conosce: con il dito ha mostrato quanto il medesimo desideri saltare il bordo per uscirne fuori.

Se restiamo all'interno delle nostre vite, accerchiati dal peso delle nostre abitudini, mi spiegava questa bellissima donna, non possiamo combattere davvero le nostre paure. Per sconfiggerle, bisogna uscire (e qui il dito saltava da dentro a fuori) e guardarle da lontano. Da uno di quegli altrove che tutti, chi più chi meno, desideriamo sperimentare almeno una volta nella vita.

Per fortuna che mi ha chiamato, quella mattina. La sera prima, in teatro, mi ero sentita poco bene: poca aria, molta angoscia. Ho deciso di dedicare un breve passaggio al mio malessere, perché ho capito che è arrivata l'ora di uscire dal cerchio delle mie paure/abitudini. Se non le guardo da un'altra prospettiva, non posso annientarle.

Ci ho messo anni per tornare a uscire per strada (pure a piedi) senza temere incidenti mortali per la mia vita.
La prima esperienza in tal senso è in uno dei racconti del passato che trovate sopra.
Quando l'ho buttato giù, ero ben lontana da come sono adesso.
Se ci penso, anzi, ora non sarei in grado di riscriverlo.

C'è troppa letteratura, o presunta tale, in tema di attacchi di panico. Io, poi, non sono sicura di averne mai sperimentato uno.
La mia è angoscia, è morsa allo stomaco che mi fa perdere, per qualche istante, l'equilibrio.
Solo quando guido, ebbene sì, rischio davvero di farmi venire l'ansia. Anzi: mi è successo che mi sia venuta. Pochi anni fa ho scoperto che il mio disturbo è molto più comune di quanto immaginassi e si chiama amaxofobia. Chi ne sa di più di me, forse, saprà anche spiegarmi perché mi viene solo in determinate strade e solo se devo fare qualcosa che mi pesa.

Per dire: se devo andare a buttare la spazzatura alla discarica della cittadina in cui vivo, tutta pianeggiante e scarsamente trafficata, oppure fare la spesa, difficilmente mi succede di entrare in iperventilazione. Se, invece, mi si prospetta la possibilità di andare su in collina su un rettilineo che per tutti sarebbe una boiata, beh, lì c'è il rischio concreto che mi prenda malissimo.

In un paio di occasioni ho proprio cominciato a tremare e sono stata costretta a tirare giù il finestrino e a respirare più profondamente per calmare il battito accelerato, ma nella maggior parte dei casi non mi è successo proprio nulla: il problema è che ti resta sempre l'incertezza che possa accaderti di nuovo.
Per questo motivo, ma non solo per questo, vado in autobus in palestra.

Scavando un pochino di più, forse, potrei sconfiggere del tutto il mio disturbo (credo di essere davvero a un passo dalla soluzione definitiva), ma poi le abitudini e la pigrizia mi spingono a ripercorrere (pure letteralmente) le stesse strade e a usare gli stessi mezzi.
Molte volte, però, mi sono detta: ma se avessi urgente bisogno di partire usando l'autostrada (il mio spauracchio più grande), che cosa farei? Quanto ancora devo aspettare prima di affrontare in modo definitivo il mio problema? Un'altra domanda: è un vero problema o è un alibi per rinchiudermi in casa? Quanto mi fa comodo appoggiarmi agli altri pur di non guardarmi veramente in faccia?
Se trovassi (finalmente) un lavoro serio e dovessi raggiungerlo per forza con la macchina, che cosa farei?
A parole, a quest'ultima domanda, di solito mi rispondo che accetterei e che mi obbligherei a guidare.
Però, appunto, è tutta teoria.

E dire che molti mi considerano coraggiosa.
Ammetto, comunque, di aver già sperimentato di essere capace di accendere, imbroccare la marcia giusta e andare.
Le mie sono riflessioni piccine picciò magari a beneficio anche di qualcun altro.

Ma torniamo alla settimana appena passata.
L'incontro con la vicina brasiliana mi ha aiutato assai a non fissarmi sulle mie lagne autoreferenziali, ma anche a realizzare ancora una volta quanto siano essenziali gli incontri dispensatori di energia.

Il giorno prima dell'episodio in teatro ho conosciuto i membri del gruppo lettura organizzato da una piccola libreria/negozio di musica gestito da una coppia molto interessante.
Sono rimasta stupita dalla passione per la lettura dei partecipanti e anche dalla loro età.
Mi aspettavo di essere la più vecchia e invece, anno più anno meno, mi sono trovata in mezzo a un gruppo di coetanei, non solo di sesso femminile, che ha preferito passare un'ora e più della propria giornata per parlare di libri. L'ho trovato piuttosto stupefacente e ho ascoltato, nonostante la stanchezza, con molta attenzione, ogni loro parola. Proverò a leggere il nuovo libro (scelto dopo dibattito democratico alle undici e mezzo, tutti con la palpebra già a mezz'asta).

Per finire, ho partecipato, sabato scorso, a un incontro di giornalisti per giornalisti.
Sono andata, devo dirlo, con un certo scetticismo (rigorosamente in treno, sia chiaro), ma anche in questo caso, mi sono ritrovata, quasi senza rendermene conto, a prendere appunti, ma soprattutto ad ascoltare attentamente. C'è tanta gente che fa cose meravigliose anche nel mondo che sto cercando di lasciare.

A che servono tutte queste frasi? Solo a dire che per combattere i veleni delle nostre paure (quando capiamo che hanno fatto decisamente il loro tempo), uno dei sistemi è vivere esperienze coinvolgenti. E poi rielaborarle. Dandosi del tempo. Il che significa, in altri termini, imparare a distinguere tra incontri-paravento e incontri di sostanza.
Invecchiando, posso garantirlo, s'impara a riconoscere gli uni dagli altri. Almeno, a me sta succedendo così.

Se in tutti questi anni, bene o male, ho imparato a convivere con la maggior parte dei fantasmi che mi porto addosso, è perché non ho mai perso la curiosità verso tutto quello che c'è al di fuori del mio angusto cerchio. Spero, in definitiva, che capiti pure a voi, se siete nelle pesti peggio di me quanto a fobie e idiosincrasie.

Ieri ho raccontato a una mia vecchia amica le vicissitudini della scorsa estate: essendo poco social, non ne sapeva nulla. Ho davvero apprezzato il suo affetto e mi sono sentita leggera. E pronta a continuare in questa nuova vita, dovunque mi porterà.

Magari a bordo della mia macchina, da me medesima guidata.
Chissà chi incontrerò lungo la strada. Diritta e a quattro corsie.

Aiutooo...
;)

giovedì 19 novembre 2015

Billy Elliot e i sogni (si spera) contagiosi dei ragazzi


Prima di tutto, una piccola confessione: non sono un'esperta di musical. Sarà per questo che ieri sera, a un certo punto, diciamo intorno alle 23, ho cominciato ad agitarmi vieppiù sul seggiolino alto del palchetto dell'affollatissimo Teatro dell'Aquila di Fermo, dal quale ho assistito alla messa in scena di Billy Elliot, tappa esclusiva regionale dell'allestimento curato da Massimo Romeo Piparo, con le musiche di Elton John tradotte in italiano.

A essere bravi, erano tutti bravi e in parte: in particolare ho apprezzato Mrs Wilkinson, l'insegnante di danza di Billy, interpretata da Sabrina Marciano. Mi ha poi molto divertito il personaggio di Michael, l'amico del cuore del protagonista, per il cui ruolo di sicuro è stato rubacchiato qualcosa a Elton.

Credibilissimo il fratello maggiore di Billy, il sanguigno minatore difensore dei diritti della classe operaia, che non riesce a capire, insieme con il grosso degli uomini-machi della piéce, per quale motivo un ragazzino preferisca la danza al pugilato.

Forte anche la nonna, anche se un po' troppo caricaturale, per i miei gusti.

Che cosa non mi è piaciuto?
A mio personalissimo avviso, a parte l'eccessiva lunghezza, i balletti non erano eccezionali, a parte quelli a base di tip tap e i volteggi del Billy grande con quello giovane.
La musica, mi spiego meglio, molte volte era troppo potente e troppo energica, mentre lì, sulla scena, il leggiadrissimo protagonista Alessandro Frola, continuava a roteare su se stesso, anche quando, sempre secondo me, avrebbe dovuto tirare fuori più fervore.

A ben guardare, per buona parte dello spettacolo è giusto che Billy non sveli a noi del pubblico tutto il suo talento, ma a me è sembrato che non l'abbia fatto neanche nella canzone danzata davanti alla commissione del Royal Ballet, nella quale ci stava, per l'appunto, spiegando perché ama così tanto ballare. Ma può anche darsi che fossi semplicemente stanca morta e che a mancare d'energia fossi solo io.

Nel complesso, comunque, è stata un'esperienza interessante: davanti a me c'erano due ragazzi più o meno della stessa età dei due protagonisti e del grosso delle ballerine sul palcoscenico. Uno dei due teneva segretamente il tempo e canticchiava le canzoni dello spettacolo. Dall'accento ho dedotto che non fosse di Fermo, ma non ho capito bene se facesse parte anche lui della compagnia. Di certo lui e il suo amico (o il fratello?) con i capelli lunghetti avevano l'aspetto di ballerini. Solo nell'intervallo mi sono resa conto che il teatro era strapieno di adolescenti così ed è stato davvero straordinario osservarli tutti insieme. Quanti talenti, quanto entusiasmo, quanti sogni.

Nelle interviste della Rai che ho guardato ieri alle due piccole star del Billy Elliot nostrano, mi ha colpito proprio quello che entrambi dicono sul loro futuro: tutti e due vogliono diventare "artisti completi". Lo affermano con una sicurezza dalla quale ci si vorrebbe far contagiare, come capita alla già citata Mrs Wilkinson, la fascinosa e disillusa insegnante di danza che è la prima ad accorgersi di quale etoile in potenza abbia davanti a sé.

Il vero spettacolo, in definitiva, erano proprio i giovanissimi attori in scena e quelli intorno a me, immersi nei loro progetti a tutto tondo, bisognosi, però, di tutto il sostegno dei grandi.
Ed è poetico, e si vorrebbe credere anche vero, che il maschilista papà di Billy (l'attore Luca Biagini) addirittura metta da parte la sua aspra battaglia sindacale pur di stare accanto al figlio "diverso".

Il potere delle storie più amate dai noi esseri umani è, concludendo, proprio questo: trasmettere sentimenti di speranza e spiragli di vita nuova. Quindi, onore a voi, artisti e ragazzi innamorati di Billy Elliot.
E soprattutto, buon futuro.

Ps guarderò presto il film che ha dato vita a tutto ciò e, nel caso, ne parlerò. Vi toccherà tornare a trovarmi :)

mercoledì 18 novembre 2015

Umorismo sotto assedio: strategie di resistenza


Sono giorni che rimugino sull'umorismo e sulla sua importanza. Lo stavo facendo, a dire il vero, da prima dell'ennesima barbarie parigina (che viene dopo quella libanese, quella giornaliera della Siria, quella degli studenti keniani di qualche mese fa, quelle periodiche di Boko Haram, etc etc. Così siete tutti contenti, ok?).

Ci rifletto, a dirla tutta, da sempre.
Subito dopo il terremoto dell' '87, mia sorella ed io, guardandoci in faccia nel cortile del palazzo, tra gli altri condomini atterriti, abbiamo fatto qualche battuta idiota su come eravamo conciate. Magliacce da casa, ciabatte schiantate e, conoscendomi, pure un vago unto nei capelli.

Non so più, per amor di verità, se era quello l'argomento che ci aveva aiutato ad allontanarci almeno per un attimo dal dramma collettivo del momento, ma in generale ho sempre pensato, quella volta e in molte altre, che chi non ride mai è piuttosto inquietante.
E di gente che vorrebbe eliminare una delle poche facoltà che ci distinguono dal grosso degli altri animali (ma pare che ridano pure loro), ahimè, ce n'è fin troppa, non solo tra i bastardi del terrore mondiale.

Illuminante è, in questo senso, un articolo dello scrittore Jonathan Coe comparso sul Guardian, che il settimanale Internazionale ha tradotto nel numero di questa settimana, cambiandogli il titolo in La morte dell'umorismo, ben più diretto per il pubblico non britannico dell'originale Is Martin Amis right?.
Nel pezzo, Coe commentava la recente uscita del suo collega Amis, il quale giudica Jeremy Corbyn, il nuovo leader labourista, "un ignorante privo di senso dell'umorismo", una colpa, per lo scrittore, gravissima, quasi più del fatto che si esprima per frasi fatte.

Coe sospende il giudizio su Corbyn (e io, che non so nulla né di Corbyn né di Amis, mi unisco a lui), ma utilizza la storia per parlare della sempre più diffusa abitudine mutuata dai social network di avere sui fatti del mondo due sole opinioni, una positiva una no, su modello dei mi piace/non mi piace di Facebook.

Per suffragare la sua tesi, parla di Charlie Hebdo e delle vignette "anti" Islam all'origine della strage d'inizio gennaio (e del mancato premio americano per la libertà d'espressione per via delle medesime) e poi di un'altra, su Aylan, il povero bambino ritrovato senza vita sulla spiaggia turca, di certo di difficile digestione, forse ancora di più di quella che vedete sopra. 

Sinceramente: in molte di queste vignette io non mi riconosco, ma voglio poterle vedere e semmai giudicarle apertamente oppure, semplicemente, ignorarle. Non accetto, né mai lo farò, però, la censura da parte di chi saprebbe (forse) ridere solo davanti all'idiota che fa che le boccacce su Youtube (che, comunque, per me, ha diritto di starci. Basta non me l'impongano un giorno o l'altro pure sulla pubblicità come hanno fatto con il facciotto di Pif).

Temo tuttavia che Coe abbia ragione. Temo che, davvero, ci sia sempre meno gente in grado di riconoscere i meccanismi dell'umorismo, ossia, riassumendo quanto scrive lo scrittore inglese, quell'evidente contrasto tra due diversi piani di realtà per cui, per esempio, smetti di piangere e cominci invece a ridere perché qualcuno ti ha fatto notare che ti sta calando il muco sul collo, oppure, come con Crozza quando fa De Luca, perché l'imitazione diventa talmente iper-reale che non puoi non ridere anche se ci sarebbe da piangere.

E dire che Crozza non è neanche uno dei più raffinati o, per meglio dire, ha un umorismo abbastanza diretto e popolare. E' proprio il De Luca reale, invece, a dimostrare quel che Coe vorrebbe facesse Corbyn,  ossia l'essere dotato di notevole presenza di spirito: dalla Gruber, quando se n'è uscito con una battutaccia sulla Bindi, che ha scatenato l'ufficiale sdegno governativo, poco prima aveva detto che ogni tanto si trattiene per non essere troppo crozziano. Ci ride su, in definitiva, come Coe spera per il leader labourista che, certo, ha problemi ben più importanti da risolvere che quelli di rispondere agli attacchi di Martin Amis.

Tornando a noi: come fare per non perdere il gusto di ridere? Come resistere al clima di conformismo e di censura/demonizzazione in salsa social? 
Coe cita un libro: The philosophy of humor di un tale Paul Mc Donald. Chi volesse tentare, lo legga e poi lo diffonda.
Mi pare che c'era qualcosa di analogo pure di Pirandello: ma io, mo' ve lo dico, Pirandello non riesco più a leggerlo.

Che altro fare? Innanzitutto, secondo me, usare quella cosa che sta sulla sommità del corpo, appena sotto la pelle della testa (per i pelati) e dei capelli (pochini ma biondini, per quanto mi riguarda).
E poi, lavoro duro, amici miei, cioè training quotidiano, né più né meno che se stessimo esercitando i bicipiti femorali (ahiai...) e il lato B, troppo, davvero troppo, preso di mira da varie, diciamo così, fonti indesiderate (Crozza e il suo InCool8 lo spiega piuttosto bene).

La nuova resistenza passa da cosette così, insomma.
Amanti della risata, unitevi.

lunedì 16 novembre 2015

Valeria Solesin, mia sorella. Grazie, mamma



Valeria Solesin mi somiglia. Soprattutto, somiglia a molte donne tra la sua e la mia generazione che continuano tutti i giorni a lottare per affermare e mantenere il proprio ruolo sociale nel mondo.
Da pochissimo mia sorella maggiore ha cominciato un dottorato di ricerca. Ebbene sì: alla sua veneranda età (48 anni) ha fortemente voluto sfruttare l'opportunità che le offre il suo datore di lavoro pubblico (ah, questi statali) di darsi alla ricerca.
Per riuscire in questo intento, ha studiato tutta l'estate, fino a tarda notte, dopo essersi occupata dei figli, della casa e anche del padre in difficoltà.

Si è sentita pure fare delle battute sciocche (non dico da parte di chi, non vorrei metterla nei guai) sul fatto che, ma come, ti rimetti a studiare tu, che c'hai una famiglia e vari anni sulle spalle? Alla faccia dei cretini di ogni religione e (sub) cultura, lei è riuscita a superare uno scritto e un orale e ora avrà a che fare, forse, anche con giovani come Valeria, una sua possibile sorellina minore, quasi figlia volendo, una di quelle che doveva vivere e continuare a studiare come mai in Italia le donne con figli (ma purtroppo non solo loro) spesso stanno a spasso o sono (troppe volte) semplicemente sotto pagate e in generale sotto valutate solo perché portano tacchi e smalti colorati.

Giusto qualche ora prima che questa splendida mia sorellina minore (volendo mia figlia, se fossi stata una di quelle spose bambine di cui tanto si chiacchiera spesso a sproposito) venisse barbaramente cancellata dalla Terra, mia sorella vera mi stava appunto esponendo le sue indecisioni in merito all'argomento che dovrà trattare nella ricerca: l'istinto la stava conducendo verso la sociologia politica, ma, molto appropriatamente, si domandava se non sarebbe meglio proseguire nei suoi studi condotti quando Valeria andava ancora alle elementari, anno più anno meno, ossia il diritto amministrativo e le sue procedure.

Non so quale scelta farà alla fine, ma potete stare certi che a qualunque cosa si dedicherà, l'affronterà con la stessa serietà ed entusiasmo presenti nell'articolo che la giovane dottoranda italiana alla Sorbona aveva inviato due anni fa a una rivista francese, vedendoselo pubblicare pur essendo un'illustre sconosciuta.
Un fatto che in Italia capita molto, molto di rado.

Colpisce, non solo me, la dignità con cui la madre parla di sua figlia, la voce rotta, ma presente a se stessa. Mancherà, dice questa signora, alla società, Valeria, perché era una persona meravigliosa.
Una madre non dovrebbe mai piangere per la morte dei propri figli.
Se la mia fosse stata ancora qui, sarebbe stata così orgogliosa di mia sorella e se mia sorella ce l'ha fatta a dimostrare ancora una volta quanto sia meravigliosa, il merito è anche suo.

Non è una consolazione, non può esserlo, ma vorrei tanto che la mamma di Valeria lo sapesse: se sua figlia aveva quel gran talento, ma soprattutto se lo stava mettendo in pratica in modo così brillante, il merito è anche suo.

La mia tesina per diventare giornalista professionista riguardava il Libro Bianco di Marco Biagi, ucciso da vigliacchi bastardi non musulmani: i signori colleghi della commissione, nel 2002, mi fecero i complimenti per l'argomento e per lo stile.
Alla tesi di laurea, idem, applausi, per il mio stile di scrittura giornalistico.

Se ho ancora qualche chance di uscire dal guado, lo prometto solennemente in questo momento, lo farò anche in nome di Valeria.
E in nome di mia madre, che per fortuna non ha assistito alle tragedie di questi ultimi tempi.

Aggiungo solo un piccolo, patetico, grazie.

E ora, forza, sotto a lavorare, donne.

domenica 15 novembre 2015

Dedicato a Parigi e alla civiltà



Ci risiamo: bastardi terroristi uccidono nel cuore dell'Europa e sui social si scatenano dibbbbattiti sul fatto che siano o meno da condannare tutti i musulmani del mondo e se quella in corso è una guerra di civiltà.
Sulla seconda parte, lo dico apertamente, io la penso così: quella che si combatte - una guerra, senza se e senza ma - ha a che fare con la cultura e la convivenza democratica e civile tra gli umani, ma la religione, almeno per me, è un elemento di sfondo.

Aggiungo, a scanso di equivoci, che io non sono credente e che ogni volta che vedo il pur degno papa Francesco nei tiggì, penso che sarebbe l'ora di finirla con il confessionalismo da bar che ormai ha catturato tutti i media. Se proprio mi dovete fare vedere l'Angelus, allora informatemi pure su che cosa hanno predicato il Rabbino, l'Imam e il Dalai Lama. O anche no: lasciate che le prediche vengano ai fedeli nelle rispettive chiese.
Detto ciò, veniamo a Parigi e alla bandiera tricolore bianca, blu e rossa che pure io ho scelto, temporaneamente, di piazzare sulla foto del mio profilo.

Qualche mio contatto la pensa diversamente e sostiene che allora dovremmo mettere la bandiera di Beirut (Libano), ma, a questo punto chioso io, pure curda e pure armena, tanto per citare alcune delle tanti stragi passate e presenti che la storia ci dispensa copiosamente.

So benissimo che si tratta di emozioni del momento e che, ahimè, di tragedie di come quella di venerdì sera ce ne potrebbero essere ancora molte.
Però, amici, Parigi è Parigi e per la maggior parte dei cittadini europei sopra i quarant'anni almeno, ma pure di vari giovani italiani che a Parigi continuano ad andare a vivere, è un luogo unico, forse uno dei pochi nel mondo nel quale, forse con un po' di ingenuità provinciale, molti di noi pensano che ci siano ancora spiragli di crescita culturale e professionale.

Aggiungo un'altra nota, piuttosto triste.
La sera di venerdì, con mia sorella, dopo anni che non passavamo insieme un po' di tempo sole lei ed io (e nostro padre), avevamo appena finito di vedere Crozza. Dovete sapere che io fino allo scorso anno non mi ero mai filata "Nel paese delle meraviglie": da quando ho scoperto che piace ai miei nipoti, cuore di zia, ho cominciato a seguirlo. Lo aspetto, anzi, con piacere, sperando di alleggerirmi un po' l'animo (ma come mi sono ridotta).

Avevamo appena spento la tv, ma Linda (mia sorella) mi ha chiesto di riaccendere: "Dai, vediamo se c'è qualcos'altro". Crozza aveva invitato a guardare Mentana, quello vero, e, in effetti, Mentana era lì, abbastanza crozziano, ma, ahimè, con cose da comunicare nient'affatto divertenti.

Siamo rimaste attonite, letteralmente, davanti alle immagini dello stadio pieno di gente immobile. 
Da lì, almeno io, ho cominciato a compulsare freneticamente Twitter, mentre cambiavo canale alla ricerca anche di altre voci. Le prime cronache erano, ovviamente, imprecise e, direi, tutte molto caute e serie.

Perché, come ha scritto qualcuno dopo, stavolta siamo stati colpiti noi cittadini comuni.
Scusate se mi permetto di parlare di nuovo della mia povera vita: la tristezza personale è stata amplificata ancora di più dal fatto di non poter esserci anche io, in uno qualunque di quei tg o di qualche giornale, a seguire e a scrivere con gli altri. Perché l'unico contributo che può dare un giornalista, in momenti come questi, è lavorare a un prodotto collettivo che aiuti chi non fa questo di mestiere a capire che diavolo ci sta succedendo.

Perciò oggi scrivo giusto queste righe. Voglio darvi il mio modestissimo contributo da qui, da blogger quasi ex giornalista, che spera, ancora nella civiltà e nel bene pubblico.

La canzone che linko sopra era in una colonna sonora di Mark Knopfler: ho appena letto di che cosa parla il testo. Parla di ragazzi e ragazze alle soglie della maturità. L'ho scelta perché è affiorata spontaneamente alla mia memoria insieme con una delle sigle di Maigret (Le mal de Paris) interpretato da Gino Cervi, che immagino sarebbe stato assai affranto se fosse vissuto oggi.

La dedico alle vittime del Bataclan, in massima parte ragazze e ragazzi che volevano solo passare una serata insieme a sentire musica che io presumo orribile.
La dedico pure alle ragazze e ai ragazzi che scelgano, alla fine, di non farsi esplodere, pur sentendosi fragili e disperati.

La dedico, infine, alle vittime più adulte di ogni colore e ogni nazionalità, scusandomi se non metto le bandiere delle loro terre ogni volta che qualche bastardo (e purtroppo bastarda) tecnologizzato, ma per me con l'anello al naso, infila una cintura esplosiva o usa un kalashnikov ammazzandoci tutti ogni giorno di più.

Finisco con la cronaca da Parigi da Facebook di un mio conoscente, un fotografo di Fermo che si chiama Marco Illuminati, che sembra quasi che si sia sentito in colpa per essere riuscito a mettersi in salvo.
Non credo che il suo racconto abbia bisogno di ulteriori parole: giudicatelo voi che sapete tutto su islamici e non islamici. Però, per cortesia, non fatemelo sapere.

Non riesco e non voglio uscire dal letto. Ci sono entrato alle 3h17, intero, cosciente, e scosso. Cerco di rompere questo surreale isolamento domestico nel quale siamo chiusi.
Stavo mangiando una pizza ad Acqua e Farina a pochi metri da La Belle Equipe. Eravamo dentro, ho sentito dei botti molto forti, tutti li hanno sentiti. Qualcuno si è affacciato, continuavano i botti. Vedevo qualcuno sulla strada, ci domandavamo se fossero petardi, tutti se lo domandavano. Tra la paura e lo stupore, nessuno osava fare altro che porsi delle domande. Dopo diverse raffiche e colpi singoli, un odore di polvere da sparo. Abbiamo pensato fosse la conferma che si trattasse di fuochi artificiali, non sapevo che le armi da fuoco potessero avere questo fortissimo odore. Poi di seguito, un auto nera si ferma di fronte alla brasserie colpita con le quattro frecce e riparte, gli asiatici dell’emporio di fronte capiscono per primi cosa è accaduto (forse la guerra l’hanno vista) e chiudono per primi la serranda, esco, mi avvicino, con la certezza crescente che non si trattava di una festa a sorpresa. Vedo altri ragazzi nascosti dietro una campana del vetro, due tornano, gridando « sono tutti morti ». Da questo momento, la vista si fa opaca. Mi ricordo solo dei dettagli, mi ricordo una sedia spaccata dai colpi, il legno era spaccato, non forato, credo le armi pesanti facciano questo. Poi il sangue, e poi la terrazza, a fianco del giapponese. La terrazza come un contenitore di corpi, ammucchiati, tra i tavoli e i vetri. La carne macellata era ancora fumante, c’era quel silenzio di morte che si immagina tra il trauma e la reazione, come quel tempo sospeso tra la caduta di un bambino e il suo pianto. Poi una ragazza con i pantaloni neri e la scarpa con il tacco, con la gamba forata sul tavolo, forse con qualcuno che la stringeva, comincia a gridare, e si rompe il silenzio, o forse comincio a sentire. Mi ricordo un uomo a petto nudo che urlava, mi ricordo un ragazzo che filmava e un altro che lo attaccava gridando. Mi ricordo un lavoratore del locale, forse un cuoco sulla porta, immobile, sotto shock. Mi ricordo un ragazzo con la testa sull’unico tavolo in piedi, con un occhio di fuori e lo spot luminoso ancora puntato sul tavolo come in un teatrino dell’orrido. Mi ricordo le luci spente, i vetri rotti, mucchi di ragazzi ben vestiti. Cercavo di ripetermi che erano persone vere. Poi improvvisamente non mi sono più sentito al sicuro, sono scappato, senza aiutare nessuno e senza pensare. Ho corso, sono rientrato all’ Acqua e Farina e ho avuto una fitta allo stomaco. Siamo scappati nella casa di un’amica, fino a quando non siamo riusciti a rientrare. 
A questo aggiungo solo poche considerazioni a caldo. La scena di quella carneficina era uguale a quella che ci capita spesso di vedere nei media quasi quotidianamente dopo un attentato: stessa architettura dei corpi, stesso odore, stesso ambiente di morte. Però questa volta sono vestiti come me. Questo cambia tutto. Il nostro immaginario non si riconosce in queste scene, e il décalage è forte. Non hanno tuniche, non hanno barbe, non gridano in arabo. Sono vestiti come te, hanno la tua età, ti somigliano. Era quello che volevano i terroristi, colpire l’intimità di ognuno, creare immedesimazione. 
Non ho aiutato nessuno, e mi domando perché. Come si fa ad aiutare un cumulo di persone? Puoi aiutarne uno, una persona ferita, mi è capitato più volte. Ma come si fa quando sono tanti? Non sapevo dove mettere le mani, e me ne sono andato, come quando spegni la televisione. 
Penso a chi vive quotidianamente questa situazione, penso alle innumerevoli persone che sono in Francia immigrate che hanno già vissuto queste situazioni. E penso a noi, figli della « belle époque » del « non ci riguarda » o ci riguarda ma in fondo…. 
Per la nostra generazione europea è la prima volta che la guerra entra nelle nostre case, nei nostri occhi, sulle nostre strade in maniera così eclatante e pesante. Non si tratta di una bomba, né della distruzione di un obiettivo sensibile. A fare questa strage sono ragazzi della tua età armati che si mettono di fronte a te per ucciderti, faccia a faccia a pochi metri, per ucciderti, per distruggere la tua illusione di benessere, per strapparti la convinzione che in fondo capita sempre ad altri. 
Lo straniamento è un processo di autodifesa, cerco di restare presente a me stesso.

venerdì 13 novembre 2015

Kafka sulla spiaggia, metafora della nostalgia. Una furberia che ammalia



Mentre scrivo questo post, sto ascoltando il Trio dell'Arciduca di Beethoven, in un'esecuzione di Rostropovich and company che, sinceramente, non mi ricordo già più se è citata in Kafka sulla spiaggia, il libro di Murakami (Haruki, il nome di battesimo, poco nipponicamente parlando) che ho finito di leggere ieri sera.

L'ultima parte, ve lo confesso, mi ha lasciato un po' perplessa: troppo, troppo onirica e fumettistica per i miei gusti. E al contempo, anch'essa, come il grosso di questo affascinante libro, molto, molto attraente.

Perché più passano gli anni e più ne ho la certezza: la perfezione rompe le balle, le crepe nella narrazione e i passaggi inverosimili che mi hanno fatto sorridere in modo spontaneo sono tra i motivi principali per cui posso dire che sì, valeva davvero la pena trascorrere varie ore in compagnia del poco credibile quindicenne Tamura Kafka, dell'uomo-donna Oshima, di Nakata l'autistico che parla in terza persona e dello scombinato camionista Hoshino, tra tutti, il personaggio che meno ho capito.

C'è qualcosa che mi ricorda i cartoni di Miyazaki in questo libro, anche se, obiettivamente, so talmente poco di Giappone e di letteratura dell'estremo Oriente in generale che potrei pure star scrivendo una boiata.

Mi piace comunque assai l'animo pop di Murakami e pure quella che alcuni giudicano un'autentica furberia, ossia il suo continuo citare marchi di abbigliamento in particolare (e calzature: la Nike magari gli passa qualche dollaro per ogni volta che ce la infila, ma chissà), perché, come tutte le altre cose che scrive, lo fa con un'apparente naturalezza che me lo rende simpatico.

E poi la cucina: accidenti quanta attenzione dedica ai piatti della sua terra (pure ai surgelati: voi sapevate che in Giappone si trova il riso fritto surgelato? Io proprio no) e in generale alle funzioni corporali dei suoi personaggi. La cacca è citata almeno un paio di volte. Per non parlare delle eiaculazioni e del glande appena sbocciato di Tamura. Abbiamo capito che vuoi farci credere che parli di un quindicenne, ma, per quanti sforzi tu faccia, caro Haruki, non ci caschiamo. Quello sei tu, rassegnati.

Veniamo però alla storia. O meglio, alle sensazioni che mi ha lasciato leggerla.
Tutti quei dettagli di vita quotidiana e poi la primissima parte e l'ultima, in cui la facoltà di parlare con i gatti passa da Nakata lo scemo (per così dire) al suo improbabile amico camionista, mi hanno messo una malinconia che non so dire.

In certi momenti mi affioravano alla memoria le canzoncine giapponesi del Castello errante di Howl e della Città incantata, i primi due lavori di Miyazaki che ho conosciuto e che tanto hanno significato per me in altri tempi. Forse dovrei rivederli ora, forse mi direbbero cose ancora diverse. O forse rivederli mi darebbe ancora di più la misura del tempo passato.

Ho trovato davvero commovente la descrizione della signora Saeki, il personaggio femminile chiave della narrazione, la mamma con la quale, come Edipo, Tamura Kafka deve giacere.
In vari punti c'è lei quindicenne come il protagonista e lei cinquantenne, identica ma con un sorriso forzato e i tacchi e le perle a differenziarla da com'era un tempo.

Per puro caso (ma chissà), durante questi giorni di lettura, ho scorso velocemente il mio archivio fotografico. In una mezza mattina ho rivisto me e non solo me in questi ultimi dieci anni e pure di più.
Non ho avuto tempo né voglia di soffermarmi troppo a lungo su nessuna delle fotografie (ne stavo cercando una in particolare, volevo ritrovarla nel più breve tempo possibile).

Ebbene: ho avuto una prova materiale della nostalgia di cui è impastato tutto il romanzo. Se si può dare una definizione breve, da tweet, di Kafka sulla spiaggia, potrei solo dire che sia una metafora (una parola ripetuta spesso nel libro) della nostalgia.
Avrebbe potuto parlare anche d'altro, avrebbe potuto non infilarci i soldati dell'esercito imperiale e neppure il serpente vischioso e bianco che Noshino deve uccidere verso la fine: il sentimento principale non sarebbe cambiato.

Se lo si legge con la giusta predisposizione d'animo, insomma, alla fine si piange. O comunque si dovrebbe farlo se non si avesse un cuore pesante più della pietra dell'entrata che ossessiona il lettore da un certo momento in poi della storia.
Io, per dire, ho solo pensato di piangere; ma ho versato talmente tante lacrime in altri momenti (pure recenti) che stavolta, no, nemmeno un po' di sterili goccioline.

Chissà che diavolo stava succedendo nella testa di Murakami mentre scriveva Kafka sulla spiaggia.
Ho fatto un po' di conti: ci ha lavorato quando aveva più o meno cinquant'anni. Credo che questi passaggi decennali angoscino un po' tutti (alla vigilia dei quaranta io, per lo meno, sono andata in forte paranoia). Gli uomini, forse, temono di perdere vigore fisico, ma non saprei.
Sono certa, in ogni caso, che ci abbia infilato dentro un po' dei suoi sogni: si fa davvero fatica a distinguere il reale dal surreale, il che è sicuramente voluto, figuriamoci.

Giusto ieri, per caso, ho letto un pezzo sull'autore nipponico uscito sul Giornale la scorsa estate: era molto ironico (ben scritto, devo dire) e giudicava Murakami assolutamente sopravvalutato.
Non avendo letto che poche cose di lui, non posso concordare.
Però l'articolo ha avuto il grande merito di farmi scorgere le analogie tra lo scrittore e un'altra grande mia passione. Indovinate un po' di chi sto parlando? Ma ovviamente di Paolo Conte, che da poco ha pubblicato dei racconti sulla sua vita (titolo: Fammi una domanda di riserva. Ovviamente me lo procurerò quanto prima).

Invecchiando, il mio amore per il maestro astigiano non è passato, ma ammetto di aver imparato a smitizzarlo.
Sì, perché nel frattempo ho conosciuto vari dei suoi autori di riferimento, da Duke Ellington a Glenn Miller, ma pure autori meno famosi scoperti guardando un sacco di film in bianco e nero e ascoltando qui e là la musica del Bipede soprattutto.
Il buon gattone avvocato ha letteralmente saccheggiato dal jazz e dalla musica francese (e pure quella italiana alla Carosone) un sacco di elementi ritmici e di scrittura.

L'ha fatto, preciso, perché li ha interiorizzati talmente bene da essergli venuto naturale creare uno stile tutto suo, talmente suo da non essere ripetibile per nessun altro musicista che tenti di suonare/cantare alla sua maniera (chi ci prova, in genere, è patetico: ho in mente esempi precisi, ma non sto qui a scriverli).
Il "mio" Conte, insomma, è furbo e sornione, con quei baffoni indisponenti sotto gli occhi azzurro cerei, ma sono ben contenta che lo sia. Che ci sia.

Allo stesso modo, credo, Murakami deve aver fatto lo stesso con i suoi maestri: Checov, per esempio, dev'essere uno che gli piace assai, visto che ne parla espressamente, ma anche Dostoevskij e di certo la tragedia greca, sulla quale, tra l'altro scrive cose interessantissime.

Per me che non so assolutamente nulla, insomma, un po' di intelligente furberia altrui è un elemento positivo, non certo un demerito. Chi è capace di rubare con classe è un grande, per me, detto altrimenti.

Perché tanto, nessuno inventa nulla, la storia, la letteratura, l'arte sono percorse da temi che si ripetono all'infinito: tutto sta a saper trovare la propria voce per tramandarli ancora e ancora a chi verrà dopo di noi. E se questa voce si è formata copiando il timbro di qualcun altro, ma aggiungendovi anche solo un diesis che prima non c'era, beh, tanto di guadagnato per chi ascolta, legge e interiorizza.

So già che molte delle suggestioni che ancora aleggiano in me di Kafka sulla spiaggia sono destinate a sparire. Di Dance dance dance non ricordo nulla, se non qualche riferimento alla cucina (mi piacerebbe vedere Murakami preparare qualche piatto. Magari su You tube c'è pure), ma non importa.

Mi ha fatto ben più che compagnia in questa fase di vuoto e di trasformazione.
Già solo per questo motivo, se siete in analoga fase, leggetelo.
E poi continuate nella vostra vita. Come Tamura Kafka riprende la propria, dopo molto vagare, reale, forse, immaginario di sicuro.