martedì 23 settembre 2014

Finanziarie e recupero crediti: diffidate, gente, diffidate


Ho scattato questa fotografia in una cupa (ma calda) giornata di fine agosto. L'avevo intitolata "Denti d'ombrellone". Un titolo alternativo che mi era venuto in mente è "ombrelloni-pescecane", ma mi pareva meno efficace. Lo ritiro fuori adesso per una ragione precisa: viviamo veramente in oceani infestati di animali infidi (detto tra parentesi: l'accento va sulla seconda i).
Vi faccio un esempio molto concreto: avete presente le società di recupero crediti e le finanziarie che spesso danno loro mandato?

Vi vedo come se vi avessi davanti agli occhi, mentre esclamate "uuuuh, non me ne parlare".
Bene. Io, vispa Teresa di 43 anni, fino al maggio scorso non ne sapevo proprio nulla, non avendo MAI (neanche stavolta, come vedrete tra poco) comprato nulla a rate.

Un giorno, però, presa dal femmineo desiderio di vedermi i capelli in condizioni migliori di quelle che ho (ahimè) sempre avuto, decido di sottoscrivere un "abbonamento" a un ciclo di trattamenti che avrei dovuto effettuare dalla mia parrucchiera e a casa.
Non l'avessi mai fatto.

Scopro, in giorni che più duri non potevano essere, che il contratto da me incautamente firmato con la società Tricomef Srl, ossia l'azienda che avrebbe dovuto erogarmi per circa due anni dei kit mensili comprensivi di uno shampoo e un balsamo più sei fialette rinforzanti da applicare sulla cute e una fialetta che avrei dovuto portare alla mia parrucchiera, non era per nulla un abbonamento, ma un finanziamento del valore complessivo (centesimo più, centesimo meno) di 1.500 euro, da corrispondere alla società Cofidis spa attraverso bollettini postali.
Nell'ingenuità della mia iniziativa, insomma, per lo meno avevo scelto come formula di pagamento quella meno pericolosa per i miei risparmi.

Tutto questo era successo a inizio marzo, in tempi ancora relativamente tranquilli.

Qualcun altro, lo vedo, si starà comunque chiedendo: "ma come diavolo le sarà venuto in mente?".
E infatti me lo sto chiedendo anch'io dal giorno stesso in cui sono stata contattata da una ragazzina qualunque della suddetta società finanziaria in un lontano, siderale per me, giorno di maggio.

Avvicinandosi la scadenza del mio primo trattamento, la fanciulla provava da giorni a chiamarmi a casa (su un numero che io non ho mai dato né alla Tricomef, né tanto meno alla Cofidis), per propormi un'assicurazione integrativa al contratto di finanziamento, che li tutelasse in caso di "incidente, perdita del lavoro" e, udite bene, "morte del soggetto richiedente il finanziamento".

Ricordo come se fosse ieri (nonostante tutto quello che è successo dopo. Aggiungo: ahimè) quello che stavo facendo mentre ricusavo la proposta ironizzandoci anche su (se sono morta, consideravo con la signorina, addio trattamento ai capelli): stavo stendendo i panni.

Chiusa la telefonata, ho realizzato quale enorme cazzata avessi fatto. 
Ed è lì che è cominciata la vicenda nella quale ancora sono in ballo.
La racconto solo perché, comunque, sono una giornalista, a beneficio di chi, magari, giusto in questi giorni, sta pensando di cominciare un trattamento estetico dietro sottoscrizione di un contratto analogo a quello che ho (scioccamente) firmato io.

Ho immediatamente chiamato la Tricomef spiegando di voler recedere dal contratto, per gravi motivi familiari.
Per chi non mi conoscesse, li riassumo in due righe: proprio in quei giorni mia mamma entrava in quella che sarebbe stata la fase finale della sua vita. Allora io non lo sapevo, certo, ma abitando la mia famiglia d'origine in un'altra città, considerando anche la lunghezza del trattamento cui mi sarei dovuta sottoporre, mi ero resa conto (e l'ho anche brevemente spiegato all'impiegata della Tricomef) di non avere più né tempo né voglia di farmi massaggiare alcunché.

La signora (devo dire cortese) dell'ufficio legale della sopra detta società mi dice che, ahimè, non c'era più niente da fare: per esercitare a norma di legge il diritto di recesso unilaterale, avevo solo quindici giorni di tempo, ahimè abbondantemente scaduti al momento della mia telefonata.

Restava però il fatto che io non avevo ancora cominciato alcun trattamento, per cui speravo ancora (ah, pischella me) che si potesse trovare un'altra strada per risolvere la questione.
Ed effettivamente la Tricomef me ne suggerisce una, che purtroppo, però, era difficilmente praticabile: avrei dovuto trovare una persona disposta a fare il trattamento al posto mio.
Riferisco l'idea alla mia parrucchiera, che mi dà qualche speranza, pur se molto debole.
E del resto, chi, a parte la scrivente, poteva cadere in un ginepraio simile?

Mia mamma si aggrava e io riparto.
Scade la prima rata. Mia madre se ne va.
E subito, zac, mi chiama una società di recupero crediti di Catania.
A dirla tutta, la prima volta mi beccano sul telefonino, che io avevo tenuto acceso perché pensavo fosse qualcuno che voleva farmi le condoglianze.
Dopodiché, ogni volta che provano, smetto di rispondere.

Non contenti, mi cercano a casa, dove, però, non ci sono.
Risponde mio marito.
Una, due, più volte.

Chiamano pure i vicini di casa (altri inquilini e i padroni di casa) e non una volta sola
L'avvocato, che io ovviamente nel frattempo avevo contattato, mi dice che si tratta di violazione piuttosto seria della privacy, meritevole di una seconda raccomandata. Che io spedisco.
Già nella prima li avevo diffidati dal cercarmi telefonicamente, dicendomi disponibile a una soluzione bonaria, che per quanto mi riguardava (inizialmente: adesso è guerra aperta) consisteva nel rimborso dell'unico kit che ho ricevuto dalla mia parrucchiera, la quale - peraltro - me l'aveva dato in anticipo pur non essendo ancora in possesso del macchinario con cui avrebbe dovuto farmi il trattamento. 

Potevo non prendere neanche quello, avete ragione, ma provate a calarvi nei miei panni di quei giorni: il mio primo pensiero era mia madre, del kit non me ne poteva davvero fregare di meno.
E in ogni caso è un'arma di prova della mia totale buona fede: sta qui accanto a me, praticamente intonso. 

Come va avanti questa storia?
Arrivo a numero 3 raccomandate, seguite anche da uno scambio di mail tra me e la responsabile dell'ufficio legale della Tricomef, che mi ribadisce che non c'è - a loro dire - nulla da fare.
Ok, dico io: allora fatemi causa.

L'ho ribadito giusto ieri a un tizio della Cofidis che si è qualificato come addetto ai contenziosi o qualcosa del genere. 
Il risultato è che stamattina mi ha richiamato il secondo recupero crediti coinvolto in questa vicenda: la Recus
E anche qui vale la pena soffermarsi giusto un attimo: la prima volta che sono riusciti a mettersi in contatto con me, hanno esordito dicendo che avevano delle importanti comunicazioni amministrative da darmi e se mi autorizzavano a registrare la telefonata.
Ovviamente, ho risposto di no.
Sono seguite le comunicazioni amministrative: ossia paga la Cofidis.

Non appena sento nominare quest'ultima, ripeto nuovamente che se hanno qualcosa da dirmi ho fatto espressa richiesta di essere contattata solo per iscritto. Tuttavia, mi scaldo un po' e mi lascio trascinare nell'ennesima ricostruzione dell'intera vicenda, compresa la grave perdita subita.
Idem mi è successo ieri con il tizio della Cofidis, ma comunque l'ho fatta breve.

Purtroppo, amici, non è sempre facile mantenere la calma davanti a questa che io considero una vera e propria forma di stalking telefonico. Il mio buon padre mi ha spiegato che in banca si faceva qualcosa del genere con i cattivi pagatori (come me!), ma ai suoi tempi si usava un'altra parola, nella lingua nazionale: stancaggio. In genere si stabiliva un tot di chiamate a debitore, superato il quale numero poi si passava al successivo, immagino fino al raggiungimento di qualche risultato. Ma poi chissà. 

E' obiettivamente snervante, ma dalla mia ho innanzitutto la coscienza a posto; in secondo luogo, ho anche i nervi saldi e no, non mollo.
Mi rendo, tuttavia, conto che questa storia potrebbe andare avanti ancora per molto tempo e che potrebbe peraltro concludersi anche a loro vantaggio, visto che, tecnicamente, non ho rispettato i termini indicati da una noterella piccina picciò per esercitare in tempo utile il diritto al recesso unilaterale dal dannato contratto di "abbonamento". 

Staremo, starò, a vedere. E, nel caso, ci tornerò su. Perché non c'è niente che resti più a lungo di quello che passa da internet. 
E no, cordialissimi seccatori, non è una minaccia. Bensì una promessa.

martedì 16 settembre 2014

Le fotografie di mia madre e i tratti distintivi del suo carattere


Mia mamma mi ha vista così, credo due anni fa, a giugno. Deduco il periodo dell'anno dal colorito che ho normalmente, prima del breve periodo di rosolatura estiva. Il posto in cui è stata scattata la fotografia mi è molto familiare. E se è crudele passarci tutte le volte, andando e tornando dal mare, lo è stato ancora di più vederlo in immagine.

Ci abbiamo festeggiato così tante riunioni familiari, che dubito che riuscirò a rimetterci piede tanto presto. Anche mio padre sembra pensarla come me, ma d'altra parte poi il tempo passa e ammetto di essere stata contenta che abbia giocato a carte con gli amici della spiaggia, giusto due giorni fa, alla fine di questa estate così triste.

Sfogliando le fotografie scattate da mia madre, però, devo ammettere di aver più volte sorriso.
Abbiamo passato molti momenti felici, naturalmente felici, di quella normalità intima priva di aneddoti rilevanti se non per la stretta cerchia parentale, che tutti meriteremmo di avere.

Guardando i momenti del nostro passato comune resi inconsapevolmente immortali (salvo sbiadirsi negli anni o disperdersi nel cimitero dei byte), capisco ancora di più quanto io sia stata fortunata.
Mi sono rivista mentre giocavo a racchettoni con zio Gigi, mentre prendevo il sole con il quotidiano spaginato sulle ginocchia, con indosso i pigiami vecchi che continuiamo a metterci mia sorella ed io quando andiamo nella nostra casa da ragazze. E poi ho visto gli zii, i cugini, i nipotini prestarsi all'obiettivo con quel misto di ritrosia e vanità che mia mamma stuzzicava sempre quand'era in loro, in nostra, compagnia.

A volte ci fotografavamo vicendevolmente, in un gioco infantile che dava piacere a entrambe.
Ho scovato anche un suo ritratto in cui sfoggiava una parrucca verde fosforescente e sorrideva molto divertita. Ne ho una analoga di me, con un'espressione straordinariamente uguale, solo il colore della parrucca è diverso.

Da lei, credo, di aver preso un po' di spirito canzonatorio.
A fine mese mia zia farà dire una messa dal suo padre spirituale: gli ha passato un po' di parole chiave che vorrebbe che dicesse per ricordarla.
Io ne ho aggiunte due all'elenco per il resto veritiero composto dalla sorella: ironia e fierezza.

Per lo meno, io l'ho vista anche così.

Più passano i giorni e più mi convinco che non avrebbe mai potuto sopportare di diventare un vegetale. Noi avremmo voluto che restasse di più con noi, ma poi, come si dice dei figli, bisogna accettare che le persone che si amano di più prendano altre strade.

Non riesco ancora a provare granché conforto nel saperla sepolta accanto ai suoi genitori, ma al contempo, non posso fare a meno di percorrere il viale di cipressi soffermandomi ad ascoltare il gracchiare dei corvi e di qualche altro uccello a me sconosciuto.

Sei con me, sei con noi, in ogni momento.
Guidaci, se puoi, ancora un po'.
Ciao, mamma. Adesso sono io che vado a guidare: il cambiamento è cominciato dalla macchina nuova. Speriamo che ne arrivino anche altri.

So che tu ci credi. Cercherò di crederci anch'io.

domenica 7 settembre 2014

Più forte del fuoco

Sembra che Cristina Donà, la mia scoperta di questa strana estate (in verità, è merito della mia ex compagna di liceo, Simona, se l'ho conosciuta. L'ho già ringraziata una volta, lo faccio di nuovo) verrà da queste parti verso ottobre. Dovrebbe suonare/cantare al teatro di San Ginesio, in provincia di Macerata, lo stesso in cui si sono esibiti mio cognato e suo fratello, detto anche (quest'ultimo) il Bipede Paolo. Ora che ci penso, uno degli ultimi discorsi fatti con mia mamma è stato proprio sullo spettacolo dei DelPapa boys e sulla bellezza di quel piccolo teatro di provincia. E insomma, vorrei andarla a sentire anche per questa ragione. Spero di non dovermene pentire.

Anche perché le sto per affidare un ruolo davvero importante.
Dedico una delle canzoni del suo ultimo album alla mia mamma, a tre mesi dal nostro (chissà se solo figurato) addio.
Si chiama Più forte del fuoco (sotto nella versione unplugged) ed è stata a sua volta dedicata dall'artista lombarda "alla nostra stella Olivia". Chissà chi è. Perché anche Olivia "è" in ogni caso, dovunque sia.

"Più forte del fuoco c'è solo l'amore. Esiste da sempre". Proprio così. Lo conferma una che ha già provato le ortiche. Altro che se le ha provate. Sotto, effettivamente, può esserci la seta. Anche se faccio ancora fatica a riconoscerla. Sono sicura che ci riuscirò. Oggi più che mai.

Ciao, mamma. Grazie di tutto.



lunedì 1 settembre 2014

Settembre, risaliamo. Facendo quel che si può



Un pezzetto(ino) alla volta, spero proprio di fare più o meno come in questa canzone.

Verso fine mese esce il nuovo cd di Cristina Donà, una bella scoperta di questa strana estate in chiusura. Credo che me lo procurerò e, se è il caso, ne parlerò.

Buon settembre, amici. Facciamo tutto quel che si può.
Per risalire.
Lo sto già facendo adesso.
Sì, lo sto già facendo.