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martedì 15 maggio 2012

Giulio Brillarelli, uno scrittore di gran classe... nonostante la coppola


Non mi capita molto spesso di chiudere un libro e di restarci male perché è già finito.
Mi è successo invece proprio così con i diciassette racconti di Jack Birindelli, lo sciocco ma tenero pseudonimo dietro il quale si nasconde Giulio Brillarelli.
Conosco Giulio dal 2005, giorno più giorno meno, ossia dagli anni mitici e mitizzati della Voce delle Marche, il settimanale diocesano di cui io ero redattrice e lui collaboratore esterno.
Che fosse bravo, anzi bravissimo, mi era chiaro già allora, quando mi stava accanto a scribacchiare le sue brevi in ciabatte di gomma e camicia hawaiana. Non parlava molto, il nostro validissimo giornalista in erba, ma quando lo faceva profferiva sempre una miscela di stronzate e di genialità che ci lasciavano secchi.
Al contempo, avevo già intuito l'idea che Giulio fosse molto di più di un aspirante collega, ma uno scrittore fatto e finito, giusto un po' naif (lo prendevamo regolarmente in giro per il suo abbigliamento non proprio elegante, infatti. Negli anni è decisamente migliorato: adesso porta la coppola anche a giugno, come lascia trasparire dalla descrizione di un suo personaggio).
Mai mi sarei potuta immaginare, però, all'epoca avesse già scritto la quasi totalità dei racconti che si è di recente autoprodotto con Ilmiolibro.it, intitolandolo Bionde, fantasmi, pasticceri e brutti figli di puffana.
Che risalissero a un periodo della vita ormai lontano per tutti e due (anche se Jack ha esattamente dieci anni meno di me: classe 1981, gli anni di piombo agli sgoccioli), l'ho scoperto solo qualche sera fa, quando Giulio è venuto a casa mia con il nostro ex mentore, il grandissimo e da noi molto rimpianto Giuliano Traini, il direttore di quel piccolo gioiello di stampa locale ahimè mai più ripetibile.
Pure quella sera Giulio se n'è stato zitto per quasi tutto il tempo, ma con gli occhi seguiva i miei sguardi di simpatica presa per i fondelli indirizzati all'ignaro diretùr, dandomi ulteriore conferma della sua sagacia.
La prova più tranciante di quest'ultima, però sono proprio i suoi racconti, in cui l'autore ha alternato stili e lunghezze diverse.
Il tema dominante è, se posso permettermi, tipico di un giovane scrittore, ossia l'amore, inteso come struggimento per la sua mancanza, come innamoramento zuccheroso per la sua presenza (davvero frizzanti Albricorilla e Bionda naturale) oppure incazzato per la fine inattesa.
Interessante la parentesi musicologa dedicata ai nove Greatest hits della sua adolescenza, tra cui (purtroppo!) anche Laura non c'è, ma accidenti se è scritto bene pur trattandosi di una canzone di merda!
E, a proposito di quest'ultima parola, Giulio è capace di scriverne di ben peggiori trasformandole in vera letteratura. Strizzerà anche l'occhio ad altri autori che del turpiloquio hanno fatto una vera e propria poetica trash, ma a me il suo sembra molto efficace e divertente.
Meno (non me ne voglia) mi piacciono le sperimentazioni più ardite, quelle in cui rimescola le frasi, alla maniera di Alessandro Bergonzoni. Ma se davvero è intenzionato ad addentrarsi ancora di più sul sentiero della letteratura dadaista, di certo non sarà questa mia recensione improvvisata a fargli cambiare idea.
In tutti i modi, concludo con quel che gli ho spifferato anche dal vivo: Giulio è uno di quegli autori capace di incollarti alle sue parole facendoti dimenticare che intanto il tempo se ne va e tu non sei più bambina (mi pare di aver letto anche il nome di Celentano tra le sue pagine: e se non c'era, beccatelo un po', tu che ascoltavi - ascolta-VI, vero? - Nek).
Beh, bambina (a parte i 152 centimetri di bassezza) non lo sono più da un pezzo, ma non dovrei essermi ancora rimbecillita (tra poco viene a prendermi l'infermiere, devo fare presto) ed è proprio per questo che voglio concludere la presente nota con una preghiera, accoratissima, rivolta all'autore: vai avanti così, Giulio, tu sei fatto per scrivere e per i lettori che non aspettano altro che di leggerti.
Ci conto, ci contiamo. E beccati anche questa: grazie.

Alessandra Cicalini