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lunedì 26 marzo 2012

Monologhi allo specchio


Sono stata una grande attrice.
Veramente. Fatevelo dire dalla maestra Filomena (sempre che rammenti bene il suo nome): sul palcoscenico mi sentivo a mio agio e mi divertivo moltissimo nei panni della figliola che racconta la sua giornata ai genitori, davanti a un piatto fumante di qualche cosa ("abbiamo mangiato veramente", ho scritto nell'album dedicato a me e alla mia famiglia che la maestra mi fece realizzare credo in quinta elementare).
La magia è durata però fino verso ai cinque anni, quando mi sono fatta improvvisamente timida. Ho ancora negli occhi l'immagine di me impalata davanti al pubblico dei genitori, non più in grado di assecondare l'emissione della mia vocetta, via via sempre più flebile, con i movimenti del corpo.
Mi ci sono voluti anni (e anni) per liberarmi dalla goffaggine. Sempre ammesso di esserci riuscita davvero.
Ricordo ancora la canzone "zingarella" eseguita pateticamente in terza elementare e le tournée con il coro parrocchiale, chiamato "minicol" (chissà perché con la elle, e non con la erre), in cui, mi diceva mia madre, cantavo a squarciagola. Mescolata nel gruppo, mi scateno. Ancora oggi è così. Da sola tendo alla tragedia, in compagnia faccio il giullare.
A quest'ultimo proposito, mi è tornato in mente un episodio della mia adolescenza giusto qualche giorno fa, dopo aver intervistato l'immensa Franca Valeri. Proprio in fondo, la signora del teatro consiglia, a chi abbia davvero voglia di confrontarsi con i grandi, di leggere Ovidio, Dante e Shakespeare. Beh, qui posso dirlo con orgoglio: il drammaturgo britannico era pane per i miei denti quando avevo quattordici-quindici anni. Mi rivedo in particolare sprofondata nel librone rilegato come una bibbia dal Club degli editori a leggere le avventure di Riccardo Terzo, Re Lear e Amleto.
Soprattutto, mi è tornata in mente quella volta in cui, davanti allo specchio del mio armadio, accovacciata per terra, mi sono messa a declamare il monologo disperato di Ofelia, ripetendolo più volte per cercare di mandarlo a memoria. Almeno, penso si trattasse di questo importante personaggio, perché sono certa di essere stata fissata anche con "il mio regno per un cavallo" e per il celebre elogio di Antonio per l'appena defunto Giulio Cesare, nonché, naturalmente, per "essere o non essere, questo è il problema".
Perché declamare Shakespeare in quella maniera? Perché avevo partecipato, per la prima volta nella mia vita, a un reading tenuto da veri attori professionisti, rimanendone fulminata.
Negli anni, mi è capitato più volte di risperimentare l'emozione del palcoscenico e di saggiarne la scomodità (il pavimento è eccezionalmente inclinato in alcuni teatri), ma mai più, credo, ho avuto modo di ritrovare la passione così immediata e così segreta di quel pomeriggio solitario trascorso a fissarmi nello specchio, tentando di modulare la voce come avevo visto fare dall'attrice poco prima.
Ovviamente, dimenticavo di specificare, quel giorno ero sola in casa: mi sarei vergognata troppo di farmi vedere dai genitori. Mia sorella, penso, era già via per l'università. Se fosse stata presente, infatti, sarebbe finita sicuramente in farsa. Ci siamo sempre bonariamente derise l'una con l'altra, allenandoci alla sottile arte del non prendersi troppo sul serio, da una parte; coltivando, dall'altra, forse un po' troppo fortemente il dubbio sui nostri talenti. E pazienza.
Diventare adulti significa ritrovarsi in altri specchi e guardarsi per quello che si è, senza eccessi nella critica e nelle lodi.
Sono sicura, per dire, che quella passione adolescenziale non sia sparita del tutto. Si è solo trasformata, diventando un pezzo della mia identità, chiunque io sia diventata oggi.
Oltre a Shakespeare, amavo moltissimo anche Pirandello, in particolare nel primo anno di liceo. Di lui non potrò mai dimenticare "Uno, nessuno e centomila", una lettura che la prof del ginnasio mi consigliò di rimandare ad anni più maturi, temendo che affrontarla allora avrebbe potuto ulteriormente minare la mia personalità-puzzle. Com'è andata a finire? Che io, una volta adulta, non sono più riuscita a leggerlo: non appena lo cominciavo, mi prendeva un'angoscia mista a noia davvero strana. In generale, non ho più aperto un libro dello scrittore siciliano, perché tutte le volte che ci ho provato, l'ho trovato fastidiosamente contorto.
Forse aveva ragione la mia prof, o forse il rigetto è stato causato proprio dal mio desiderio neanche troppo inconscio di fare fuori i paranoici dal parco-autori-di riferimento, onde evitare di alimentare la confusione ancora troppo presente, nonostante gli anni accumulati sulla faccia.
Giusto ieri osservavo le mie rughette un po' meno leggere sulla fronte: la prossima volta, mentre lo faccio (naturalmente in assenza di occhi indiscreti: i gatti non fiateranno), provo a declamare qualcosa.
Così è la volta buona che chiamo la neuro.
O più semplicemente sorrido, mi trucco un po' e vado a godermi il sole.
L'inverno del nostro scontento può attendere. Ancora un po'. 

giovedì 8 marzo 2012

Franca Valeri e la vera bellezza

L'arancione è un colore che mi piace molto. Di recente, ho scoperto di avere questa preferenza in comune con Loretta Emiri, un'altra grandissima piccola donna che ho avuto la fortuna di conoscere di recente.
Gli ultimi mesi, come vado dicendo già da un po', sono stati proprio densi, soprattutto di persone e di idee, non so decidermi, sinceramente, se siano state le prime a stimolare le seconde o viceversa.
Quella penna è un dono fattomi da uno di questi incontri così importanti per la mia vita presente.
Non potevo portarmene un'altra per lo scopo che mi ero prefissa: proprio sotto quel bel primo piano divertito, c'è l'autografo, tremolante, della regina Franca Valeri. 
Martedì non sono riuscita neanche ad andare in palestra, tanta era l'ansia di arrivare rilassata (il più possibile) e abbastanza in ordine nel piccolo teatro di Porto Sant'Elpidio (sembravo Zorro, con quel cappello stile Borsalino e il cappottino grigio antracite).
Lo dico subito: "Non tutto è risolto", l'ultima piéce della signora Norsa, non è una commedia per amanti di grasse (e crasse) risate. Direi anzi che a tratti emana una cupezza disperata, di chi sa di guardare la morte molto da vicino. Non che non sia così per tutti, ma l'anagrafe (e purtroppo anche la malattia) non può essere ignorata. Eppure. Eppure, proprio le parole che ogni tanto si perdono e quel lento sostare sul palcoscenico danno al personaggio di Matilde, impersonato dalla Valeri, una potenza dirompente. Ogni tanto, tra l'altro, la voce si fa forte e chiara, come a urlare il desiderio di restare ancora un po', ancora qui, su questa terra e tra persone all'apparenza non troppo amate, snobbate, comandate. 
Nella chiacchierata, la gigantessa del teatro ha precisato di non essere come la protagonista della sua opera. E' ovvio che sia così, ma la sua insistenza mi è sembrata un po' sospetta e non tanto perché abbia impersonato una vecchia bisbetica e difficile, quanto per la fragilità intrinseca della sua contessa, manifestata apertamente con l'arrivo in scena di una carrozzina bianca avorio, scintillante e fredda protesi di un corpo non più efficiente. 
Qualunque sia la verità (ma è davvero importante conoscerla?), mi ci è voluto più di un giorno per riprendermi da un'esperienza di quell'intensità.
Nell'intervista, per forza di cose sintetica e incompleta, ho concluso ringraziandola, come faccio spesso con le persone che mi regalano i loro ritratti. In questo caso, però il mio grazie era particolarmente sentito proprio per la preziosità dell'evento, atteso lungamente e giunto, forse, nel periodo giusto.
Sarò banale, come la Franca mai potrebbe essere, ma la vita è un gran privilegio. Non conviene sprecarla.

lunedì 5 marzo 2012

Le passioni che premiano


Quella che sto per raccontare è una piccola storia di determinazione premiata.
Con la testa (e il cuore) sono già a domani sera, al buio che scende prima che si alzi il sipario e alla luce che lentamente mi mostrerà sul palcoscenico una piccola, fortissima donna che ho inseguito per oltre un anno intero.
Non ho idea se "Non tutto è risolto" mi piacerà davvero, ma quando stamattina ho sentito la tremolante voce di Franca Valeri raggiungermi direttamente a casa mia, mi è sembrato che non fosse passato neanche un giorno da quelli, intensi, appassionati in cui cercavo di conoscerla al meglio delle mie possibilità.
All'origine di tutto, c'è stata la sua autobiografia: ho letto "Bugiarda no, reticente" due volte, la prima, fulminante, in cui mi sono convinta in maniera chiara che sì, DOVEVO a tutti i costi mettermi in contatto con lei. La seconda, per impararne quasi a memoria i passaggi salienti della sua vita, o almeno quelli che lei aveva voluto mettere in risalto.
Naturalmente, già prima di approfondire vita e opere di questo importante personaggio della cultura italiana (e non solo) sapevo che nel parlare con lei mi sarei sentita piccola piccola e che, una volta chiusa la telefonata, sarei rimasta con la stessa (o quasi) autentica fame di conoscenza vagheggiata prima del contatto.
Però sono straordinariamente felice lo stesso, perché la mezz'ora che mi ha regalato, tra i latrati lontani di Roro IV e le valigie da finire per la partenza verso la tappa della tournée in cui potrò finalmente rivederla dopo tanti anni, mi ha restituito un pezzetto della quotidianità di una persona speciale, nella sua acutezza fragile e sincera.
I passaggi più importanti? L'immagine di lei circondata dai suoi animali, Roro e i due gatti di casa, assai simili ai cani, a suo giudizio, proprio perché domestici e l'affermazione che, se potesse, adotterebbe tranquillamente anche una scimmia e una tigre.
Lo sapevo già, mi verrebbe da dire, ma sentirlo direttamente dalla sua voce è tutt'altra storia.
La scrittura di questa nota è stata interrotta da una telefonata che dire inutile è poco.
A proposito dei tempi cambiati e delle arti improvvisate, purtroppo non credo proprio che una giovane Franca Valeri oggi avrebbe le stesse possibilità della generazione dei miei nonni. Per quanto fossero tempi difficili, segnati dal fascismo, dalla guerra e dalla povertà, oggi è decisamente peggio. Péggio, come ha detto la signora Norsa con lieve accento milanese, non del tutto scalfito dai lunghi anni trascorsi nella capitale.
E comunque oggi sono felice. E non c'è nessun ritorno alla realtà (triste e squallida, alla Moretti e il suo Siro Siri) che potrà farmi cambiare umore.