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giovedì 30 maggio 2013

Alla corte della regina Vicky, sperando di resistere

 
 

Ho scattato questa foto l'altro ieri, nel primo pomeriggio inondato dal sole. Uno dei pochissimi di questa bizzarra primavera, perfettamente in linea con il periodo più strano che mai mi sia capitato di vivere credo a questo punto da sempre. Vittoria-Vicky è la gatta che si aggirava nel giardino della cattedrale di Fermo, il colle del Girfalco per chi conosce la zona, fino all'inverno scorso. Giusto poco prima che arrivassero le piogge monsoniche del lunghissimo periodo di maltempo di questi primi cinque mesi del 2013, mio cognato Massimo ha preso l'iniziativa di portarla a sua madre, la star del mio blog, Marisao. La  decisione è arrivata all'indomani della faticosa convalescenza che la suddetta ha dovuto affrontare per via della frattura dell'avambraccio destro. "Un gatto la distrarrà sicuramente e la tirerà su", sosteneva mio cognato. Non potevamo che essere d'accordo, suo fratello ed io, dal momento che erano già almeno due mesi che avevamo preso a preoccuparci del suo destino. Ed è così che, tra alterni umori, Vittoria-Vicky è giunta a casa di Marisao, installandosi come una vera sovrana nella sua nuova dimora di mattoni e cemento. Tolti i primi tempi di disorientamento, non ha infatti mai mostrato particolare nostalgia della sua vita raminga en plain air. Addirittura, anzi, esce sul balcone giusto per rotolarsi un po' al sole (quando c'è) senza mostrare alcun interesse per moschini e insetti vari né tantomeno per le piante di geranio che Marisao cura con tanta dedizione. Curava. Perché in quest'ultimo periodo, me ne sto occupando io, con assai meno sicurezza (ho un passato da rasa-piante un po' inquietante), aiutata per tutto il resto (che è moltissimo) dalla carne della carne di Marisao, nuovamente infortunata. A rompersi stavolta sono stati il femore e il polso sinistro, con conseguente operazione chirurgica per fortuna andata a buon fine. Attualmente mia suocera sta facendo la riabilitazione nella clinica geriatrica della città, con buoni risultati, sembrerebbe. Ne siamo molto contenti, innanzitutto per lei, che temeva di non guarire più, ma anche per noi, che facciamo da spola tra casa nostra, casa sua e ovviamente l'ospedale. In quest'ultimo, a dire il vero, vanno più spesso i figli, mentre io ho assunto a pieno titolo un ruolo quanto mai delicato: la cat sitter. Sto scherzando, ma vi assicuro che quando abbasso le tapparelle e chiudo la porta di casa alle mie spalle, mi sento prendere dall'ansia. Come passerà le lunghe ore di solitudine e di penombra questa magnifica gattona nera striata di chiaro? Il giorno dopo come ritroverò lei, la lettiera e il resto della casa? Al contempo, mi domando, che cosa faranno i mici nostri, certo più abituati di Vicky a non stare in compagnia di noi umani tutto il giorno? Prima del secondo infortunio di Marisao, infatti, l'ex randagia passava praticamente quasi tutta la giornata con questa donna alta e ordinata che di certo avrà qualcosa da ridire sulla conduzione della sua abitazione di queste lunghe settimane di convalescenza, una volta che vi avrà fatto ritorno.
I sensi di colpa conditi dall'ansia, insomma, si moltiplicano. E poi mi domando: ma se avessi avuto un lavoro dipendente (e continuativo) come avrei fatto? Come avremmo fatto?
La scelta di non portare Vicky a casa nostra è stata ragionata: di sicuro Bice e Nino non avrebbero preso molto bene l'arrivo dell'ingombrante (Vicky è il doppio del maschio, che a sua volta è quasi il doppio di Bice) felina né quest'ultima avrebbe fatto altrettanto (la sera dell'incidente di Marisao, mio cognato ha provato a condurla a casa sua e c'è mancato poco che la regina nera tagliasse la gola ai suoi pacifici Nerino e Camillone). Insomma: sarebbe stato ancora più complicato.
Io, però, nonostante tutto, mantengo un grosso spirito pratico ed è così che ho deciso di ricaricare la mia internet key, fruendo peraltro di un'offerta vantaggiosissima (il primo mese: ma spero onestamente di non averne bisogno oltre metà giugno) e di venire a lavorare qui dove mi trovo in questo momento, mentre aspetto che passi il temporale.
Sapete che vi dico? Oggi sono particolarmente dissociata, forse per colpa degli ormoni, ma tutto sommato non è poi così male prendere l'autobus, confondendosi con badanti, studenti e qualche sparuto impiegato dotato di abbonamento, in orari di inizio o fine lavoro e in abiti finalmente civili.
Lavorando prevalentemente in casa, infatti, mi ero un po' dimenticata del mondo dei pendolari da mezzo pubblico e in generale delle abitudini di quelli che si spostano da un luogo all'altro per motivi professionali, per fare shopping o per altre ragioni.
Forse, giusto un pochino, mi mancherà questa fase quando tutto tornerà più o meno alla normalità.
Certo, spero che non duri troppo a lungo, altrimenti la mia faccina da scimmietta diventerà sempre più giallastra (come gli autobus urbani) e comincerò a confondere le stanze dei due appartamenti, andando a sbattere più di quanto non faccia già normalmente quando mi alzo di notte per fare pipì.
Tutta questa storia, insomma, ha anche una morale: mai dare nulla per scontato, di noi, dei nostri ritmi, dei nostri bisogni. Sperando di averne sempre di nuovi e stimolanti, oltre le rogne e la noia.
E in definitiva: w Vicky e tutti gli altri felini.

lunedì 2 luglio 2012

La cancion del Disoccupao



Com'è facilmente intuibile, non conosco lo spagnolo né tanto meno il portoghese. Però all'indomani della sconfitta (una vera e propria Guernica) dell'Italia, non riesco più a trattenermi.
Chiarisco subito: ho visto la finale e ho anche sperato che gli azzurri si ripigliassero dopo i primi due goal, negando, forse, anch'io, come molti altri connazionali, l'evidenza. E però, suvvia, perdere contro i cugini (una faccia una razza: sfido chiunque a distinguere spagnoli e italiani) fa meno male che contro i crucchi, verso i quali, peraltro, non ho affatto rancore, vista la parentela acquisita con un'amabilissima famiglia tedesca.
D'altra parte, il massacro subito è effettivamente una metafora di quel che come Paese stiamo rischiando attualmente. Lo stanno dicendo in tanti, quindi stop.
E tuttavia mi auguro ardentemente che, tolti gli imbecilli che hanno sventolato bandiere con la svastica (a Roma) e gli assaltatori del maxischermo del Duomo (a Milano), tutti gli altri da oggi ci ridano su e tornino a fare... a fare che cosa? 
Ad attendere che i tempi cambino, provando ancora un po' a non smarrire la stima negli altri e soprattutto in se stessi, un bene prezioso e raro per chi non lavora o lavoricchia. Per chi, insomma, è nella condizione di sfaccendamento.
A questo proposito, merita una menzione speciale il mio Sfaccendato coniuge, dalla grande verve creativa nonché profetica. Solo lui, infatti, è in grado di prepararsi a eventi sgradevoli, quale poi si è effettivamente rivelata la visita degli zii del Nord, improvvisandoci su una canzone.
In genere, Sfaccendato ruba sigle di telefilm o brani pop per prendere per i fondelli qualcuno particolarmente meritevole di dileggio. Stavolta, invece, è ricorso all'incipit del Cacao meravigliao di Renzo Arbore per parlare di se stesso e di sua madre in un colpo solo. Perché, per Sfaccendato, la colpa dello sgradevolissimo scambio tra lui e la zia Ritin ("Michael Jackson nell'ultimo periodo", cit), è tutta di sua madre, la grandissima Marisa. O Marisao.
La musica do Brazil, poi, con la saudade e tutto il resto, è la perfetta metafora del tono a dire di Sfaccendato lamentoso con cui la sua genitrice racconta ai parenti delle sventure lavorative dei figli (e delle nuore). "Son tanto malcontenti, tanto tanto tanto. E invece quanto vorrei che avessero tutti e quattro il loro bel lavoro nel loro bell'ufficio...". Il tutto detto con afflizione e struggimento. Un atteggiamento che manda in bestia Sfaccendato e fratello soprattutto quando siamo presenti anche io e mia cognata. Invece io, di solito, ci rido su, stimolata anche dalle occhiatacce fulminanti che le manda Sfaccendato. 
E però, davanti ai parenti, è più difficile sdrammatizzare: di qui la presa in giro preventiva, della sua propria condizione e della mamma.
Immaginate a questo punto l'inizio della canzoncina di Arbore e cantateci su (insieme con me) le seguenti parole:

Sao come se fa un disoccupao
cun tantu malconcenci
e un po' di Marisao...

Ecco. Così bisognerebbe sempre (comunque il più possibile) vedere il mondo e le nostre personali sfighe.
Perciò, forza italiani, quelli comuni, quelli che non sanno immaginarsi da vecchi, e avanti così.
Con meno malconcenci e un po' di fiduciao.