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mercoledì 13 giugno 2012

Una di Chieti. Per tutta la vita

Fotografie di Demetrio Mancini per il suo libro Liberi da contratto
premiato dal progetto ITAca di Giovanni Marrozzini

Ho appena dato un'occhiata al libro autoprodotto di Demetrio Mancini, il mio amico grafico che condivide con me la passione per la fotografia.
Sono rimasta colpita dalla citazione iniziale, tratta da Thomas Carlyle, che colpevolmente non ho mai letto (diciamolo, non ne so un fico secco): "Felice colui che ha trovato il suo lavoro. Non chieda altra felicità".
Giustissimo. E io, tutto sommato, sono tra i fortunati che il lavoro della propria vita l'ha trovato. Perché non sono particolarmente felice, però?
Beh, chi segue questo blog conosce la risposta, però, a ben guardare, finché avrò un tetto e un po' di denaro da parte, non ho veri motivi per essere triste. E infatti ho scritto non-felice, che è diverso da dire triste. Mi sto incartando? Un po', forse. Però la differenza c'è e ve la mostro.
Qualche sera fa Sfaccendato mi ha detto una frase destinata, credo, a restare negli annali della nostra storia: "Da quando ti conosco non sei cambiata". Non si riferiva tanto al mio aspetto (benché, in cuor mio, femminilmente, spero sempre di mostrare la solita decina d'anni di meno cui ero abituata prima del quarantennale), quanto piuttosto al mio modo di fare. Ai tempi del mio contratto di sostituzione maternità al Sole 24 Ore, in effetti, mi era stato predetto che, prima o poi, sarei stata normalizzata, il che avrebbe implicato l'adozione metaforica (mica tanto) di tailleur grigi e scarpette con tacco, un po' come le hostess dell'Alitalia ai tempi d'oro. L'aneddoto è contenuto anche nel racconto intitolato E dopo, che ho da poco ripubblicato nella sezione ad hoc in alto, a destra della rubrica "Gli Sfaccendati".
Per non ripetermi, dico solo che, alla fine, la previsione non si è avverata ed eccomi qua, a distanza di svariati anni, a dirmi che, tolta la presente incertezza, doveva per forza andare così. E la conferma me l'ha data lo sguardo di mio marito ancora più delle sue parole.
Ieri, poi, a pranzo ha aggiunto una chiosa davvero tranciante: "No, non sei cambiata: sei rimasta una di Chieti". Ho sorriso divertita. In un certo senso è vero. Sono e resterò per tutta la vita una donna del centro-sud, provinciale e quieta (pur se molto polemica e pungente, in certi frangenti). Il che implica la mia totale (e probabilmente durevole) estraneità alla carriera. E stop.
Resta pur sempre il fatto che finché potrò cercherò di arrabattarmi come posso con le mie amate parole, puntando il più possibile sulla qualità e sulla valorizzazione di ciò che ritengo significativo. Per me, innanzitutto, ma anche per le persone che idealmente potrebbero riconoscervisi.
Perché, poi, riesca a passare dalla non-felicità ad almeno una quasi-felicità, beh, qualche soldo in più potrebbe farmi comodo. Ci riuscirò? Chissà. Magari comincio a partecipare ai quiz in tv, come mi consiglia sempre mia madre. In tutti i casi, spero di ricordarmi sempre da dove vengo e chi sono diventata, in maniera che possa ogni volta specchiarmi in qualcuno per cui, nonostante rughe, acciacchi e fallimenti, ho ancora stima.
E' l'unica vera speranza che ho, forse ancora più importante dell'agognata e chimerica felicità.
E voi in cosa sperate?

domenica 13 maggio 2012

Ad maiora!



Quasi alla fine del mio lavoro di foto-racconto sulla zona del centro storico di Fermo in cui vivo (ebbene sì: abito a Fermo, nelle Marche, per gli sparuti lettori che non l'avessero ancora capito), ho incontrato Luigi, uno dei protagonisti dei miei scatti. Accanto a lui, poco distante, c'era la scarpa che vedete in alto, dallo spazzino del duomo raccolta e piazzata lì come un'installazione (a proposito: ma si scrive iNstallazione o istallazione senza N?). Gliene ho chiesto lumi, spiegandogli che come biglietto da visita e immagine di apertura dell'altro mio blog (Minime Storie) avevo scelto quelle scarpe bianche, probabilmente da sposa, abbandonate a cinquanta centimetri circa dalla vespa di mio marito. Luigi mi ha risposto che gli capita molto spesso di fare bizzarri ritrovamenti quando attacca a lavorare intorno alle sette del mattino. Non ha voluto essere più preciso, però mi ha lasciato immaginare quel che la madre di una mia compagna di liceo aveva indicato come "cosacce".
Personalmente, voglio augurarmi solo che non siano cose turpi o peggio violente. Per il resto, basta che non facciano troppo casino, dal momento che le finestre della nostra camera da letto danno proprio sulla zona del parco cittadino notturnamente molto frequentato.
Se però sto scrivendo di quest'episodio, è per un motivo più che preciso: ieri mattina ho saputo che il mio lavoro dal titolo omonimo al mio blog è stato selezionato per la mostra e il libro sui workshop ideati e condotti dal fotografo Giovanni Marrozzini. La presentazione ufficiale è prevista il prossimo 16 giugno a Bibbiena (ho da poco controllato dove si trovi... sapevo in Toscana, naturalmente, ma ignoravo in quale parte della bella regione in cui ho fatto l'università) al Centro italiano della fotografia d'autore.
Al di là di ogni considerazione un pizzico cinica sui denari che dovremo sborsare per accaparrarci la pubblicazione, per me è una grande soddisfazione. Sì, lo è. Per come è nata l'idea, per il periodo difficile in cui ho ripreso a fare le foto e per tutta la creatività che ha finalmente ripreso a circolare nelle mie vene e che mi sta permettendo di affrontare con uno spirito, meglio, una grinta diversa la precarietà del presente.
La bella notizia è peraltro giunta a pochi giorni di distanza da una piccola svolta che ha coinvolto anche mio marito. Sulle sue vicende, però, preferisco mantenere il riserbo conoscendo la sua ritrosia.
Ho insomma l'impressione che l'incertezza possa portare anche opportunità impreviste e che davvero crisi significhi anche cambiamento, non solo arresto.
Staremo a vedere che accadrà a entrambi, però sono sicura che indietro non si possa più tornare e che il bello debba ancora arrivare.
Potrebbe essere un'illusione? Uno scettico o un pragmatico potrebbe pensarlo: ma siccome non si vive di sola concretezza, mi attaccherò sempre ai significati nascosti di tutti gli eventi che dovessero capitarci.
Perché, nonostante tutto, la vita è un dono da custodire fino all'ultimo respiro.
In conclusione, ripetendo il motto che scrivo spesso (troppo spesso) sull'altro blog: ad maiora!