domenica 19 gennaio 2020

Lavorare a Vienna? Non a Radio Max



PREMESSA 

Non dovrei scrivere questo post nel giorno del funerale di zia Zita, o forse è proprio la giornata adatta, visto che non posso essere lì con la mia famiglia a salutarla.

Nel 2018 mi sono trasferita a Vienna per lavoro. Gli amici transitati da qui, naturalmente, lo sanno.

Il testo che state leggendo, però, è destinato, potenzialmente, anche a chi non mi conosce.

Ho maturato la decisione di scriverlo già durante i lunghi giorni del licenziamento. Lunghi, metaforicamente parlando, e non solo.

Ho finito di lavorare per Radio Max il 15 dicembre scorso, ma di quello che mi sarebbe successo un mese fa sapevo già da metà ottobre.

Prima di scrivere il seguito della storia accennata nel mio precedente passaggio sul blog, volevo trovare la chiave giusta da dare alle mie parole.

Desideravo che emergesse non tanto, o non solo, la rabbia provata quando ho capito che mi stavano buttando fuori, quanto essere utile ad altri che per qualche ragione abbiano deciso di trasferirsi all'estero, spero non per lavorare a Radio Max.



LA RECLUTATRICE E IL CASTING

Partiamo dall'inizio, ossia il modo in cui ho scoperto l'esistenza di una possibilità di lavoro qui a Vienna.

Intanto: che cosa sarei andata a fare? La speaker per la radio di una catena di supermercati. Si trattava di qualcosa di completamente nuovo per me, ma anche una sfida interessante, all'apparenza, che mi avrebbe permesso di maturare un'esperienza diversa, restando comunque più o meno all'interno del travagliato settore dei media.

A segnalarmi la potenziale grande occasione, una conoscente che aveva a che fare con l'azienda: sulla carta una persona fidata, di cui avevo perso le tracce da molti anni. A dire la verità, l'avevo del tutto rimossa dalla mia memoria. Una volta che mi è sovvenuto di chi si trattasse, mi è sembrato che il casting al quale mi ha fatto candidare fosse l'occasione giusta per uscire dalla cronica precarietà.

Tutto sommato, del giorno del colloquio ho un buon ricordo: prima di allora, mi era stato chiesto di inviare una demo. Sulla base di quanto mandato, mi hanno chiamato a Vienna e mi hanno sottoposta a varie prove, compresa la compilazione di un test di cultura generale (non ricordavo chi fosse il ministro dell'Interno, un errore veniale tutto considerato, vista l'instabilità politica nazionale. Rammento invece di aver trovato un sinonimo di sapore letterario a una parola, che a posteriori immagino non sarà piaciuto). Ultima domanda del mio futuro datore di lavoro: qual è l'ultimo libro che hai letto.

Insomma, sembrava davvero gente seria, tanto più che mi hanno chiesto anche quanto mi aspettavo di guadagnare al mese, illustrandomi poi orario di lavoro e altri dettagli pratici. Poi mi hanno domandato qualcosa dei miei interessi e hanno indagato sulla mia indole: con molta onestà, ho persino ammesso di essere una persona emotiva, ma di aver sviluppato doti di resilienza sempre maggiori anche per via delle mie vicende familiari. 

A fine colloquio, il futuro capo mi dice che mi avrebbe fatto sapere qualcosa a fine mese o poco più. Bene: finisce il mese, ma niente, nessuna notizia. Lì avrei dovuto farmi furba e tentare di prendere qualche informazione in più. Credo di averci provato, navigando su internet, ma dal sito ufficiale di Radio Max si ricavano solo impressioni positive. Non vi dico, poi, che effetto pazzesco fa la sede su gente da secoli adusa ad ambienti di lavoro scalcagnati o alla propria scrivania 012 comprata al Mercatone.


AUF WIEDERSEHEN, ITALIA

Ma andiamo avanti. Saltando qualche passaggio, a inizio luglio 2018 mi arriva la lieta novella. Qualche giorno prima sembrava tutto bloccato, almeno secondo quanto mi aveva riferito la reclutatrice durante una lunghissima telefonata. 

Rammento bene quel momento: ero in bici, cuffie nelle orecchie. Mi sono dovuta fermare per capire bene di che diavolo stesse parlando. Tra le altre cose, mi riferisce che la radio aveva rischiato di diventare automatica. In quella ipotesi, chiaramente, non avrebbero avuto più bisogno di molto personale, forse nemmeno di lei. Invece la reclutatrice mi tranquillizza e mi dice: tutto è stato risolto e ora ripartiremo più forti di prima. E vai.

In una calda giornata di inizio luglio, ero sul balcone (il mio amatissimo balcone) a tentare di finire "Luce d'agosto" di Faulkner (qualche giorno dopo ci sarebbe stato l'incontro con il gruppo lettura di cui facevo parte). 
Mi squilla il telefono: è Vienna! A voce, il mio futuro capo mi comunica che mi vogliono su e mi anticipa il contenuto della mail che mi sarebbe arrivata di lì a poco.

Nel testo della mail, che ho conservato, mi si prospetta un contratto di due anni, con eventuale possibilità di prosecuzione futura, stipendio lordo 2.300 euro mensili, orario giornaliero 7 ore e 45 minuti circa, con turni di cinque giorni a settimana, esclusa la domenica. Tredicesima e quattordicesima inclusi. E mi accenna anche all'esistenza di un costo iniziale per la mia formazione di settemila euro, che si sarebbe ridotto via via con il passare del biennio.

Alla fine mi chiede di comunicare in un tempo congruo quando avrei potuto cominciare e mi offre 15 giorni di permanenza a spese dell'azienda in un hotel nelle vicinanze del posto di lavoro.

Un sogno, praticamente. Mi lancio all'avventura nemmeno un mese dopo, cieca e sorda alle vocine contrarie interiori e di alcuni dei miei affetti più cari.


LEGGI DIVERSE, AHIAI

L'errore più marchiano, lo riconosco, è non essermi informata prima su quali siano le condizioni contrattuali praticate in terra asburgica e su quali siano i documenti necessari per restarci abbastanza a lungo. Ai tempi non pensavo ancora al trasferimento anche del resto della famiglia, anche se era una possibilità concreta di cui chiaramente avevamo parlato.

In ogni modo, la reclutatrice mi aveva assicurato che avrei trovato un ambiente accogliente, familiare, per cui non mi sarei dovuta preoccupare di nulla. Ed io le ho creduto. E sono andata, organizzando prima una festa con le amiche e un pranzo di compleanno con tutta la mia famiglia al mare, dove era venuta anche zia Zita con la sua Princess, la sua bianca cagnolina Sissi.


WILLKOMMEN, FRAU CICALINI

Comincio a lavorare il primo agosto. Mi aspettano alle 9. Nello stesso ufficio del personale in cui un anno e cinque mesi dopo mi hanno fatto vedere la bozza delle lettera di licenziamento, mi sottopongono una versione facsimile in inglese del contratto che avrei dovuto firmare in tedesco. Con quella mi danno anche l'altro foglio, poi consegnatomi in una busta: sopra c'è la dicitura "confidential".

In poche righe, sempre in inglese, sotto le quali incautamente appongo la mia firma, c'era scritto che i miei primi due anni di lavoro erano considerati un "training", una formazione, del valore iniziale di 7 mila euro, che sarebbero andati a scalare man mano che passavano i mesi. Ossia quello che mi era stato anticipato via mail.

Non avevo mai sentito di accordi del genere, naturalmente, ma pensavo, ok, sarà una formalità richiesta dalla legislazione asburgica. Grave, gravissimo errore.

Scopro, peraltro, anche un altro fatto, insieme con il mio ex datore di lavoro (che pare cadere dalle nuvole, ma chissà): ossia che dopo il periodo di prova classico di tre mesi, il mio contratto sarebbe stato a tempo indeterminato. Caspita, mi dico, ho fatto tredici: w la civile Austria, ora sì che si svolta!

E mi butto nella ricerca della casa, assistita da una collega, così collaborativa, dolce e sorridente. Almeno all'apparenza: di lei la reclutatrice mi aveva parlato come di una sorta di "mamma" su cui fare affidamento per tutto. Considerando che ha nove anni meno di me, sarebbe stato ben strano, ma vabbè, crediamoci, mi dicevo.  

Grazie alla collega-mamma, effettivamente, riesco a passare dall'hotel all'alloggio nel quale abito tuttora senza soluzione di continuità (affitto mensile 590 euro, acqua e spazzatura compresi, buono per Vienna, non così poco per una persona che veniva dalla provincia, peraltro libera dal vincolo degli affitti solo da pochi anni).

La mamma putativa mi ha scortata addirittura dagli agenti immobiliari per la firma del contratto e in seguito mi ha anche aiutato con i gatti. Per l'aiuto che mi ha dato, le ho fatto dei regali, sentendomi comunque sempre un po' in debito anche quando ho realizzato che di me e del mio destino, alla fine della fiera, non poteva fregargliene di meno. Era l'azienda la sua vera ragione di vita, in nome del gruppo forse le è stato proprio imposto di dare una mano ai novizi.

In tutti i modi, comincio a lavorare, felice di trovarmi un ambiente giovane, tra ragazzi carini e accoglienti.

Qualche perplessità verso gli asburgici, in verità, la nutro subito, ma l'attribuisco all'incapacità di parlare la loro lingua, aiutata parzialmente dal mio inglese non così terribile, ma nemmeno eccellente.


CHE CI FACCIO QUI?

Con il passare del tempo, però, i dubbi aumentano, non tanto sulle persone (pian piano riesco a comunicare, con qualcuno di più qualcuno meno), ma sul lavoro.

Comincio a trovarlo ripetitivo, anche perché le mie mansioni non sono esattamente le stesse dei miei colleghi, per cui prendo ad interrogarmi sempre più spesso se vada davvero bene per me.

Trascorsi i tre mesi del periodo di prova, comunque, nessuno obietta alcunché, quindi io presumo che vada tutto bene.

E invece non è così, così non è stato. Ma andiamo avanti.


LA FORMAZIONE INFINITA

Periodicamente, ho rivisto qui a Vienna la reclutatrice, titolare della famosa formazione. Ho seguito le sue lezioni, cercando di applicare i consigli che mi ha dispensato per potenziare la voce, alternando il lavoro quotidiano a svariate ore di registrazione, indispensabili, secondo quanto mi era stato detto, per diventare una speaker completa.

Ammetto di non avere nascosto le mie perplessità anche con lei, ma, ripeto, senza mai sottrarmi ai miei compiti. Di sicuro non avrei dovuto parlargliene, conoscendo ormai assai bene il personaggio, ma così è stato. 


IO TI SALVERO' (o l'arrivo di marito e gatti)

Nel frattempo, forte del mio contratto a tempo indeterminato, ho spinto mio marito a raggiungermi, come ho raccontato nel precedente post, dal quale si capisce in quali condizioni psicofisiche versassi proprio in questi stessi giorni di un anno fa.

Abbiamo chiuso la casa al mare, lasciato la nostra macchina per strada, e con i nostri gatti e i suoi pochi bagagli, nel febbraio dell'anno scorso abbiamo ricominciato la nostra vita da qua.

Non si può dire che ci siamo annoiati.


L'INCUBO DOCUMENTI, PARTE SECONDA 

Mentre procedeva il count-down verso il mio licenziamento, abbiamo dovuto affrontare una serie di pastoie burocratiche che neanche Kafka.

Prima di tutto: i documenti di residenza per lui, possibili in quanto familiare ricongiunto e non come lavoratore.

Per averli, bisognava esibire il certificato di matrimonio plurilingue nella versione valida per i paesi teutonici. Facile, direte voi. Come no.

Me lo spediscono via mail con tanto di Pec (in doppia versione, ché non si poteva mai sapere), con quello torniamo dal Magistrat, facendoci una fila da medio ospedale italiano che non avete idea. Nichts, non va bene. Warum? "Noi Folère orighinalen". Ma come? In Italien noi abbiamo la Pec, "Non ci freka niente. Solo orighinalen!".

Richiamo il Comune del matrimonio e me lo faccio spedire. Niente, nichts, non mi arriva. E in questo caso chissà chi è messo peggio, se Poste italiane o Poste austriache: io ho la sensazione che il primato in negativo spetti a noi, ma qualche dubbio ce l'ho, considerato quanto qui siano ottusamente fissati con numeri civici, porte e codici postali.

Per risolvere la faccenda, me lo faccio spedire una seconda volta in Italia da mio padre, che poi me lo rispedisce a Vienna via corriere privato. Documenti completati, il consorte può ottenere "l'Anmeldebescheinung" (la conferma del permesso di soggiorno) che gli dà diritto alla e-card, indispensabile per lavorare e per ricevere l'assistenza sanitaria. Vielen Dank.

All'orizzonte, però, si profila una grana molto più spinosa, stavolta di tipo economico: per la Kranken Kassa lo sciagurato consorte risulta a mio carico fin dal primo giorno in cui sono arrivata io, non dal giorno in cui è arrivato lui, come attestava il suo "Meldezettel", ossia il primo pezzo di carta che ti rilasciano al tuo arrivo  in Austria.  

Orrore e raccapriccio. Anche perché me ne sono accorta tardi, tornando a casa mia dopo mesi: avendo mantenuto lì la residenza, lì arrivano i documenti ufficiali. Quando lo scopro, il debito accumulato per la sua sanità è già piuttosto alto. Adesso non mi ricordo più la cifra esatta, comunque superava i mille euro. Una vera rogna. E adesso come la risolviamo?

Richiedo l'aiuto della collega-mamma, che riesce per lo meno a farsi dare un contatto mail della sanità viennese al quale scrivere per farmi mandare la posta a Vienna e per cercare di rettificare i dati di mio marito. La posta prende ad arrivarmi qui, ma niente, il debito continua a crescere.


Il MITOLOGICO MODELLO E104

Mi decido a scrivere io direttamente alla mail, usando il mio tedesco scolastico, con il supporto di google translator (gli impiegati pubblici sono obbligati a parlarti in tedesco, dimenticavo questo dettaglio abbastanza importante). Tra gli aspetti positivi della burocrazia asburgica, c'è il fatto che ti rispondono sempre. 
Mi dicono che devo rivolgermi alla Asl della mia città di residenza per farmi rilasciare il modello E104, il mitologico modello: basterà che glielo alleghi via mail ed è pace fatta.

Mi metto all'opera. Anche nella provincia italiana (marchigiana) ti rispondono subito, almeno in certi uffici. Durante una breve vacanza italiana, diverso tempo dopo, vado personalmente a ritirare il papier nella Asl di via Zeppilli a Fermo: mi riceve una signora cortese ed elegante, dicendomi anche che è la prima volta che le capita un caso del genere. Di solito le città e i paesi di emigrazione scelti dai locali sono altri. Eh, signora mia, a saperlo mi sarei volentieri risparmiata di essere un'anomalia statistica.

Comunque, anche questa è fatta: a fine giugno o giù di lì ricalcolano il debito per il marito ricongiunto.


AMS, SE LO CONOSCI LO EVITI

Il qual marito, nel frattempo, si è sottoposto alla tortura dell'Arbeit Market Service, l'agenzia austriaca per la ricerca del lavoro, un luogo, una istituzione di sapore paramilitare, che non piace nemmeno ai nativi. Mi domando, sarcasticamente, perché.

Mentre lui si consuma le meningi per imparare i primi rudimenti di tedesco, io riesco a frequentare un corso di un mese con i buoni della Camera del Lavoro. Per riuscire ad averli, mi ci è voluto l'aiuto di una giovane collega di origine bulgara, che parla un italiano praticamente da madrelingua. Come vi dicevo, qualche persona positiva l'ho trovata a Radio Max. E il corso è davvero una boccata d'ossigeno per me. 

MA LA ROUTINE CONTINUA 

Tra pochi alti (la mezza maratona e il concerto di Mark Knopfler il giorno del nostro anniversario) e molti bassi (giornate e giornate di inutili news e oroscopi fasulli, farlocchi esercizi per la voce e registrazioni su registrazioni di simulazione della diretta), passa l'estate.

A settembre rivedo la reclutatrice per le periodiche lezioni formative. Alla fine di una lunghissima giornata, le chiedo, alla presenza della collega-mamma: "Quando vado in onda?". "Dipende da te", la sua risposta, e mi fa capire che, comunque, ormai ci siamo. Manca pochissimo, pochissimissimo.  E mi dà un'altra serie di esercizi per migliorare le mie performance vocali. Soprattutto, i famosi "scarti di tono" che non sto qui a spiegarvi. Ingoio il rospo e ricomincio a farli. Per fortuna ancora per poco.


COMING SOON 

A grandi passi si avvicina il compimento dello psicodramma.

Il primo segnale si manifesta venerdì 11 ottobre, intorno alle 16.30-17.

Il mio ex capo manda una mail a tutto il gruppo di lavoro, mettendo in copia il direttore di Radio Max e la responsabile delle risorse umane. Ci convoca per una riunione alla quale dovevamo essere tutti presenti, prevista il martedì successivo alle 9.30.

Capisco immediatamente di che cosa si tratti, ma cerco di mantenermi calma. Anche i miei colleghi non sembrano molto tranquilli, vista l'ufficialità del messaggio.

Tra i grandi pregi del mio ex capo, sopra tutti c'è il suo coraggio da leone. Sapete quando ci ha mandato la mail? Un attimo prima di andarsene, diretto all'aeroporto per un breve viaggio di famiglia. Immaginatevi la nostra perplessità quando il lunedì seguente, anziché dirci qualcosa sul contenuto della riunione, ci mostra le foto delle vacanze dal suo telefonino. L'altra sua notevole qualità è l'empatia, d'altra parte.

Un piccolo dettaglio, dimenticavo. In ufficio c'era anche la collega-mamma. Un'altra collega, la bionda palermitana che ha condiviso con me il piacere del licenziamento, le ha chiesto lumi sulla riunione della settimana successiva. Anche in questo caso, coraggio da leone: "Lo scoprirete martedì", dice fissando lo schermo del computer. Il suo imbarazzo, almeno quello, è evidente.

Arriva il famoso martedì.

Stanza del piano superiore, quella delle grandi riunioni.

Presenti la coordinatrice dei programmi, che l'anno prima mi aveva fatto il colloquio con i capi italiani, e la responsabile del personale. Nessuna traccia del direttore di Radio Max.

Sulla parete è proiettata una enorme slide con la scritta "Penny FM 2020".

In tedesco, con la traduzione simultanea della collega-mamma, ci dicono che la situazione economica di Penny Market non è buona e che, nonostante tutti gli sforzi fatti, nel nuovo anno avrebbero dovuto fare a meno di tre di noi. I saltati, però, non dovevano preoccuparsi: per loro ci sarebbe stata una "consistente buonuscita", unita alla possibilità di ottenere una specie di aspettativa di un anno (qui la chiamano "bildungskarenz) percependo un assegno mensile pari a circa l'80% dello stipendio, dietro l'obbligo di frequentare un corso di formazione-riqualificazione e senza diritto alla conservazione del posto di lavoro.

L'altra strada era il licenziamento classico, che in Austria dà accesso all'assegno di disoccupazione della durata variabile a seconda del periodo lavorato, comunque mai al di sotto di un anno, del valore pari a circa l'80% dello stipendio, o poco meno.

La tizia ci dice, naturalmente, di essere dispiaciuta, visto che Penny FM è stata tra le radio fondatrici di Radio Max. Poi aggiunge che di lì a pochi giorni sarebbero cominciati i colloqui per capire chi tra noi fosse interessato a restare e chi no.

Esco da lì ben consapevole che tra tutte la mia posizione era la più debole, visto che non avevo completato la famosa formazione.

Sapevo che la mia testa sarebbe saltata.


I COLLOQUI FARLOCCHI

Il nostro capo ci convoca per i colloqui. Il mio si sarebbe tenuto il lunedì successivo. Quel giorno avevo brigato per organizzare una nostra visita all'ambasciata italiana, per ricambiare quella che l'ambasciatore mesi prima aveva fatto a noi.

Dopo aver saputo quando avrei avuto il colloquio, i miei anticorpi vacillano e mi prendo due giorni di malattia.

Non l'avessi mai fatto. Nell'ordine hanno provato a cercarmi, l'ex capo, la collega-mamma e addirittura, alle dieci di sera, la reclutatrice. Non ho risposto nell'immediato a nessuno, se non alla fine dicendo che, naturalmente, avrei avuto tutto l'interesse a continuare a lavorare. Si quietano. Tanto lo sanno che il mio destino è segnato. Durante il fine settimana mi preparo spiritualmente al colloquio, ripetendomi mentalmente il discorsetto che avrei tenuto quando mi avessero chiesto le mie intenzioni.

Il lunedì mattina del 21 ottobre mi vesto anche "bene", con tailleur nero nuovo, anche in vista della visita all'ambasciata. Dopo le solite news registrate, vado al piano di sopra con il capo. Presenti la bionda coordinatrice del personale e la bionda delle risorse umane.


CICALINI RAUS

La prima non mi dà il tempo di dire nulla e mi comunica in tedesco che è molto dispiaciuta di dovermi dire che devono fare a meno di me. Benservito. Poi mi parlano della bildungskarenz e della "ricca" buonuscita finale (alla fine sapete quant'era? 1.800 euro netti. ESTICAZZI. Ma tanto, ho scoperto dopo, per la legislazione austriaca le aziende non sono tenute a darti un euro: se lo fanno, è pura liberalità).

Esco da lì in trance.

E adesso? Quindici giorni prima mio marito ha cominciato a lavorare: ha un contratto "minore" (geringefugig, come lo chiamano qui), ma è pur sempre un inizio. Bella roba.

Comincia a montarmi la rabbia. Per prima cosa, mi tiro indietro dalla visita all'ambasciata: non ho proprio niente da festeggiare.

Rifiuto subito, mentalmente e in seguito materialmente, la prospettiva della bildungskarenz: posso restare vincolata alla mia età alla frequenza di un corso di un anno in un paese straniero e senza la sicurezza di riuscire in seguito a reimpiegarmi? Cerco allora di capire se la buonuscita mi spetta anche qualora mi faccia licenziare, anche perché, in caso di rientro in patria, sapevo già che avrei avuto accesso all'indennità di disoccupazione solo in questa ipotesi.


ARBEITER KAMMER, AIUTAMI TU

Prima di prendere la decisione finale, scelgo di consultare la Camera del Lavoro di Vienna, la stessa che mi ha fornito il corso di tedesco con i buoni.

Mi fissano un appuntamento quasi quindici giorni dopo, durante i quali prendo tempo con l'azienda, prima di firmare qualsiasi cosa.

Una avvocata molto carina accoglie me, mio marito e una signora italiana conosciuta sul Nightjet con cui ho stretto amicizia, che vive a Vienna da molti anni: le ho chiesto il favore di essere presente per essere sicura di capire bene quello che mi avrebbe detto.

Per prima cosa l'avvocata mi ribadisce che le ferie prenotate a novembre, anche se non ancora maturate del tutto, ormai mi spettano. Poi mi dice che in Austria è molto più facile assumere esattamente come licenziare e che, alla fin fine, per l'uno e per l'altro, almeno inizialmente, basta un accordo a voce.

Poi mi dice un'altra cosa, dal mio punto di vista piuttosto sconvolgente, quando le mostro l'accordo riservato.

Mi dice che la cifra che mi hanno chiesto è eccessiva, mi spiega che me l'avrebbero potuta chiedere solo se l'azienda mi avesse mandato a frequentare fuori un corso, con tanto di attestato finale.

In pratica, l'accordo riservato era carta straccia. Se me ne fossi andata prima della fine dei due anni, non avrebbero potuto richiedermi indietro nemmeno un centesimo. Un penny.

In conclusione, osserva l'avvocata, già con il colloquio del 21 ottobre è cominciato a decorrere il periodo di tempo di sei settimane necessarie al datore di lavoro per mandarmi via. Secondo i suoi calcoli, posso perciò smettere di lavorare il 15 dicembre. Mi prepara quindi il testo di una lettera da spedire con raccomandata e ricevuta di ritorno, per garantirmi di terminare il rapporto in quella data. Mi fa presente che solo così riuscirò ad attivare prima possibile la pratica con l'Ams per l'assegno di disoccupazione, anche perché sotto Natale gli uffici pubblici chiudono, quindi avrei rischiato di dover rimandare tutto a dopo la fine del 2019.

Leggo attentamente la lettera che mi ha preparato, la faccio leggere alla mia amica, la firmo e una volta a casa la spedisco.

Dopo qualche giorno mi arriva la cartolina del ricevimento. E dico: ok, l'incubo sta per finire.

Invece no: l'azienda rifiuta la mia raccomandata, ma alla fine acconsente a farmi andare via il 15 dicembre, anche perché, a pensarci bene, gli costo pure di meno.

Tutto questo lo racconto solo per un motivo: è difficile spiegarsi in un'altra lingua, tanto più che sono costretta a tornare una seconda volta dalla tizia della Camera del Lavoro, stavolta solo con mio marito.


SODDISFATTA E LICENZIATA 

A quel punto ho la lettera di licenziamento in mano e lei mi dice che è tutto in regola. Precisa anche che quell'azienda non è affatto la peggiore tra quelle che di cui le hanno raccontato altre persone.

Con la coda tra le gambe, me ne torno a casa. Sinceramente, se avessi avuto qualche pezza d'appoggio per chiedere una specie di risarcimento del danno materiale e morale, l'avrei fatto. E del resto, durante il primo incontro, la bella avvocata mi ha detto che ogni volta che ha avuto a che fare con gli italiani li ha trovati molto incazzati per le divergenze tra la loro e la nostra legislazione del lavoro.

Ma, appunto, bisogna andare oltre la rabbia e cercare di concludere questo lungo resoconto con il giusto tono.

Prima di iscrivermi all'Ams, cosa che ho fatto l'ultima settimana di lavoro con impressionante rapidità, ho approfondito la trafila italiana.


NON HAI I TUOI CONTRIBUTI? NIENTE INPGI

Prima di tutto, ho chiesto lumi all'Inpgi, la previdenza dei giornalisti.

Nulla da fare: niente sussidio con loro, perché l'azienda avrebbe dovuto "ridarmi" i contributi versati, cosa che farà solo 36 mesi dopo il mio primo giorno di lavoro. Campa cavallo.

Poco meglio mi è andata con l'Inps, la previdenza ordinaria, che mi ha prospettato una indennità per rimpatriati, pari al 30% dello stipendio mensile, da attivare entro 180 dalla data di cessazione del rapporto, al netto di quanto eventualmente percepito qui in Austria. In sostanza, pochi spiccioli.

L'unica strada praticabile, insomma, era l'Ams. Da pochi giorni sono entrata nel fantasmatico mondo dei disoccupati asburgici: se e quando avrò voglia vi tedierò con le cronache dalla stanza 2016, quella in cui c'è la mia "beraterin", la mia tutor, quella dell'altra volta (tale Denise, unghie laccate e sguardo assente) o chi ne farà le veci.

 EFFETTI COLLATERALI 

In tutto ciò, non sono potuta essere a Chieti quando mio padre aveva bisogno, nei giorni di ferie che avevo preso apposta per quel motivo, inchiodata a una surreale trattativa con un'azienda che si presenta bene ma razzola male, malissimo nel mio caso.


VIELEN DANK DALLA MIA AUTOSTIMA

Suppongo che per i due giovani colleghi mandati a casa con me, il ricordo delle gesta di capi e capetti sia molto diverso ed è in fondo comprensibile. Loro almeno andavano in onda, da anni: la famosa formazione, nel loro caso, era completa da un pezzo. Niente spada di Damocle della penale, per loro, e più chance per accedere alla Naspi. Amara consolazione anche per loro, forse, ma tant'è.

Io mi sono beccata anche una lettera di referenze inutilizzabile, visto che hanno valutato il mio lavoro come "sehr gut", poco più della sufficienza, se è vero quello che mi ha detto la collega carina di origine bulgara, ossia che in Austria non si possono dare mai valutazioni negative.

Se ti danno "gut", mi ha spiegato, significa che "hai fatto cagare". Benissimo, la mia autostima vi ringrazia.

Ma andiamo avanti con il racconto.


CHIARIMENTI, PROMESSE, LACRIME

In una torrida giornata estiva, ho voluto incontrare il mio ex capo per esprimergli tutte le perplessità sul lavoro: gli ho detto chiaramente che se non ci fosse stato il vincolo della penale, molto probabilmente me ne sarei andata tempo prima (prima di trascinare a Vienna anche mio marito e i gatti, of course), ma che ovviamente, essendo io una persona seria e responsabile, non l'avevo fatto. 

Avevo invece tutta l'intenzione di andare avanti, visto che ormai la mia vita era qui, ma che era indispensabile per me non essere più trattata come l'asina della classe.  

L'ex capo ha messo su una faccia contrita e stupita, poi se n'è uscito con la solenne promessa che, al rientro dalle ferie, lui personalmente sarebbe venuto con me nello studio di registrazione per aiutarmi a completare la famosa formazione da speaker. Sapete quante volte è venuto? Nemmeno una.

Il giorno seguente ho incontrato la vice, sempre lei, la collega-mamma, e le ho fatto lo stesso discorso: si è fatta uscire pure delle lacrime e poi ci siamo abbracciate come due patetiche adolescenti prolungate. E pure lei mi ha assicurato, intanto, che ormai ero "vicinissima alla diretta" (anche se si è fatta sfuggire un "è colpa tua se non sei ancora andata in onda". Inevitabile la mia reazione: "Non parliamo di colpe, non è proprio il caso", detto con occhi di fuoco) e che tutto stava per risolversi al meglio.

Parzialmente sollevata dalle loro promesse e rassicurazioni, ho festeggiato il mio compleanno in Italia e poi me ne sono tornata qui passando agosto e buona parte di settembre tra news, oroscopi, esercizi e simulazioni. Convinta che ormai la diretta fosse vicina.

Ma ormai tutto questo è storia.

Fuori nevica, mentre a Chieti stanno dando l'ultimo saluto a zia Zita. Ho commesso l'errore di scrivere di lei su Facebook: mi è sembrato di violare la sua privacy, ma posso assicurarvi che il mio dolore è autentico.

Per colpa di questa gente, diciamola tutta, sono qui a scrivere di lei e non al suo funerale.

Non mi era mai capitato di essere trattata così e spero che non mi capiti mai più. 

Ma ora è davvero tempo di chiudere, questo post e questa storia.


UN TAGLIO DOPO L'ALTRO

Giusto una postilla finale: Radio Max ha tagliato personale anche nei gruppi di altri Paesi. Non è la prima volta che agisce così: mi è stato riferito che già due anni fa, o comunque poco prima che io arrivassi, era successo qualcosa del genere. 

Dubito che non sapessero, perciò, che le acque nel mercato della grande distribuzione fossero un tantino agitate anche dopo, ai tempi del mio casting e del successivo trasferimento. 

E del resto si sa che il lavoro può cambiare e per un giovane non è un grosso problema rimettersi in gioco per trovare qualcos'altro.

E poi ero io fuori luogo, ve l'ho detto.

Non avrebbero dovuto assumermi. Tutto qua. 

Ormai è andata, e in fondo, di loro non mi importa più.


VERRA' UN GIORNO 

Una piccola soddisfazione, però, vorrei prendermela.

Lavorando per loro ho scoperto che i bilanci annuali delle aziende, almeno in Austria, vengono presentati a settembre. Se sarò ancora qui per quella data, voglio proprio vedere se il neon luminescente verdognolo sopra il grande portone d'ingresso della magnificente sede sarà ancora acceso.

Se non dovesse esserlo, PROSIT con champagne.

Nella eventualità tragica in cui io sia diventata nel frattempo un caso sociale per l'Ams (entro giugno mi devo ricollocare o ciccia, fine del sussidio), mi accontenterò anche del Tavernello.

Comprato da Interspar o Hofer, la concorrenza. Dove naturalmente vanno anche tutti i dipendenti di Radio Max, salvo nascondere i prodotti incriminati durante qualche visita ufficiale dei super manager.

Ma su questo, in fondo, non c'è di che stupirsi.

E' solo marketing, schoene Leute. 


mercoledì 13 novembre 2019

Si volta pagina, ancora una volta



Mi hanno scattato questa fotografia a fine gennaio. Nemmeno un anno fa. 
Preparatevi a una storia triste, di quelle che scrivevo tanto tempo fa. O forse anche adesso, ormai non lo so più, visto che scrivo così poco.

La foto che vedete sopra, dicevamo, mi è stata scattata a fine gennaio e fino a metà dicembre di questo lunghissimo 2019, o poco più forse, resterà sul sito di Radio Max, l'azienda austriaca del gruppo Rewe, che ha la sede a Vienna, per la quale ho deciso di lasciare l'Italia nemmeno due, di anni fa.


Lavoravo, lavorerò fino al 15 dicembre (quindi 14, visto che qui le domeniche sono sacre) per Penny FM, la radio di Penny Market. Per chi lo conosce, è una delle tante catene di discount che che affollano il mondo della grande distribuzione. Quello che non sapevo è che la proprietà è tedesca, con altri supermercati di fascia superiore (Billa, Merkur, e altri che da noi non ci sono).


Per problemi interni al mercato italiano, dicono, sono stati costretti a privarsi di tre persone dello staff. Io ero quella che era arrivata da meno tempo. Con me ci sono due giovani, assunti quattro e tre anni fa, circa.

Non sto adesso a ripercorrere gli aspetti poco chiari, oltre che particolarmente spiacevoli, di tutta la vicenda (mi riservo di farlo in un altro momento). 

Scrivo questo post a beneficio di tutti gli amici che mi hanno appoggiato nella scelta di fare le valigie e venire via a quest'età ragguardevole, facendomi raggiungere qualche tempo dopo da marito e gatti, non potendo assolutamente sopportare di stare senza la mia famiglia, né un giorno né un mese in più.

La parte buona della storia sono proprio loro, marito e gatti. I secondi hanno mostrato una davvero invidiabile capacità di adattamento alla casa, forse perché ricorda, nella struttura circolare, la vecchia abitazione di Fermo, quella che chiamavo la torre.

Il primo ha mostrato di essere l'uomo che intuivo sarebbe diventato quasi venti anni fa, quando l'ho visto la prima volta. 
Ci ho messo del tempo per capirlo nella maniera scomoda e profonda che ci vuole per certe cose, ma se sono ancora in piedi, per quanto malconcia, in questi lunghi mesi così pesanti, è solo merito suo.

Quando mi hanno scattato quella foto, non mi avevano ancora raggiunta.
Avevo avuto l'influenza e per raggiungere la radio (pur vicinissima a casa), mi sono praticamente trascinata sfidando un vento secco e gelato che non ho più sentito per tutto l'inverno.

Per fortuna c'era una truccatrice, anche se, personalmente, le sopracciglia ridisegnate con la matita mi fanno piuttosto orrore. Per il resto, ricordo con piacere l'oretta di restauro, e lo shooting successivo, da sola e in compagnia.

Certo, il sorriso è forzato, come gli altri che compaiono sugli scatti di gruppo che qui non vi mostro.

Oggi posso dirlo: tutto il mio rapporto di lavoro è stato un grande sforzo, di adattamento, diplomazia, pazienza.

Gli sforzi proseguivano anche fuori, durante la spesa, dal medico, negli uffici pubblici. 

Come direbbe Paolo Conte, parlo male il tedesco, scusa pardon.

Non che sia stato facile nemmeno con l'inglese imparaticcio che ho io, di certo, ma pure loro non scherzano. Ma adesso lasciamo perdere chi sa le cose e chi non le sa, al lavoro e fuori.

Volevo solo rendere l'idea dello sforzo, degli sforzi, che si fanno quando sei in una terra straniera, non in vacanza.

A fine gennaio ero distrutta dalla fatica di dover reggere tutti questi pesi. Mi sentivo le gambe pesantissime, e non solo quelle.

Adesso che succederà? Non ne ho idea. 
Certo, so che cosa devo fare praticamente e burocraticamente (agli sforzi ci si abitua, quel tanto che basta per non sbroccare).

Al momento prenderò la disoccupazione qui e mi darò, ci daremo, anzi, il tempo per riorganizzarci.

E quindi?
Scrivo solo per un motivo.
Scrivo per avvisare voi amici cari, del fatto che avrò bisogno di voi.

Però vi prego sin da ora di una cosa: non parlatemi di porte che si chiudono e portoni che si aprono e non datemi consigli a meno che non abbiate un'offerta di lavoro precisa da segnalarmi. In quel caso, la esaminerò con attenzione maggiore di come ho fatto con quella che mi ha portato qui a Vienna. Sì che lo farò e, nel caso si riveli un'offerta davvero imperdibile, ve ne sarò immensamente grata.

Per il resto, aspettatemi, solo questo.
Aspettate con me di vedermi riemergere, da qualche parte. Forse anche sulla costa adriatica, chi può dirlo.

Ai miei parenti adorati a cui girerò questo scritto: vogliatemi bene come sempre e non preoccupatevi, non troppo per lo meno, per me.

In tutta coscienza ci ho provato, e forse, lo dico sotto voce, qualcosa in me è cambiata.
Forse qualcuno degli sforzi fatti è servito.

Si volta pagina, capita spesso nella vita.

Grazie del bene che mi volete.

E che dio, budda, manitù etc etc ce la mandi buona. A voi e a me. 


domenica 20 ottobre 2019

Tutti a casa, la perfezione formato canzone


Faccio molta fatica a scrivere, ormai. Tanto più adesso, con la Bice che ha poggiato il muso sul mio avambraccio destro, ostacolandomi nei movimenti.
Fuori è più grigio di lei, nella più classica delle domeniche viennesi di quasi tutto l'anno. Non è il freddo ad impensierirmi, non più di tanto, almeno, ma proprio questa uniforme mancanza di colore.
E dire che ci sono parchi e spazi verdi in buona parte della città. Basta avere la voglia di uscire e raggiungerli. 
Oggi proprio non mi va.

Mi sento molto in sintonia con la canzone del mio amato avvocato, che vi linko sopra. Vedo la stanza illuminata e quest'uomo non più giovane che pensa alla donna che si scalda le gambe davanti al falò.
Non ho mai avuto un caminetto, ma, ascoltandola, mi pare di averlo fatto pure io, molte volte, di scaldarmi le gambe davanti al legno che scoppietta.

Vedo il giallo della luce artificiale, di una tonalità antica, come quella della cucina di una nonna. Vedo una donna con le calze di nylon e la gonna, davanti al camino, lo scialle sulle spalle. E' ancora giovane, non arriva ai quarant'anni, è in carne quanto basta, come usava fino a qualche tempo fa.
L'uomo che si scalda dentro, al pensiero di lei, potrebbe essere un po' più vecchio, l'ha corteggiata a lungo tempo prima, ma lei non ha ceduto. O forse sì, ma solo per poco.
Poi è arrivato l'autunno, e poi l'inverno e poi di nuovo ancora altre stagioni, fino al presente raccontato nella canzone, in cui l'uomo la ricorda, guardando dalla finestra la vita nelle strade.

Davvero difficile digitare con la gatta sul braccio, perdonatemi la scusa patetica.

Nella canzone c'è una perfezione difficile da descrivere. Ha un incipit, uno sviluppo e una fine inframmezzati dal ritornello e il suo canticchiare muto. Mi commuove e insieme conforta. 

E dire che mi è venuta in mente, in questi giorni, per il titolo, mossa com'ero dal desiderio di battere in ritirata a guardare il mondo dalla finestra immaginando e rievocando quello che c'è stato e non c'è stato, come l'uomo che pensa alla donna con le calze di nylon e la gonna.

La bellezza, al contrario, spinge all'azione.
Nonostante l'inverno che c'è, nelle strade c'è vita. 
Soltanto dopo averle attraversate, si torna tutti a casa, ci si prepara un piatto caldo, un bicchiere di vino, qualche castagna, arrendendosi, pacificati, alla notte sempre più lunga.

In attesa che torni la luce, che è lì, pronta a riportarci tutto il fuoco che ci vuole. Quello di un amore vero, magari, dal quale tornare per chiudere fuori il mondo freddo, come in un'altra famosissima canzone del mio avvocato.

Sì, la sa proprio lunga il Maestro: mai trovato nessun altro capace di giocare con la malinconia come lui con questa meravigliosa leggerezza.

It's wonderful, really wonderful, oh sì.
Good luck, my baby.
A tutti noi. 

lunedì 29 luglio 2019

W l'Italia



L'azienda per cui lavoro è molto organizzata: ogni settimana cambia la nazionalità dei colleghi che devono occuparsi di caricare la lavastoviglie del nostro piano. La piccola lavagnetta che vedete in foto è stata modificata stamattina, come ogni lunedì.

Sapevo già da sabato scorso che sarebbe toccato a noi italiani. Ormai ho imparato che veniamo dopo i rumeni. Se non vado errata, la prossima settimana si ricomincia con gli austriaci, poi di seguito i tedeschi e i cechi. Poi i latini. Dulcis in fundo, noi, con il nostro sole e la nostra dai locali amatissima cucina (salvo chiamarci mampfiosi in una pubblicità che ha fatto storcere il naso a una connazionale expat come me). 

Tornando alla lavastoviglie, il sistema, tutto sommato, funziona, tranne in alcuni orari e il sabato, quando restiamo in pochi. Mi colpisce la differenza tra le nostre feste comandate (gli austriaci ne hanno molte più di noi: sarà perché non hanno i Patti lateranensi?). In molti negozi già il venerdì sera ti augurano "schoenes Wochenende" (buon fine settimana) perché, loro, in molti casi, non lavorano o fanno orario ridotto. 

Ieri era la prima domenica dopo tanto tempo che passavo da sola. Temevo un po'  questo momento, arrivato appena dopo la mia vacanza italiana. Nel complesso è andata bene, merito anche della presenza del mio giovane collega vitale quasi quanto il nipote piccolo (lo è leggermente meno, forse, ma solo perché ha più del doppio dei suoi anni. Non oso pensare come doveva essere a dodici anni).

Le ore migliori le ho passate, nemmeno a dirlo, nel parco di Schoenbrunn. l'unico posto, almeno finora, capace di farmi passare buona parte delle mie paturnie.

Avevo con me Il nostro agente all'Avana, un regalo gradito quanto appropriato al momento. Ho cominciato a leggerlo nella lunga traversata del ritorno. Uno dei soliti viaggi  con le due ore di ritardo ormai pressoché di default.

Sono stata contenta di rivedere i gatti, disorientati, almeno credo, quasi quanto me per la mancanza del Bipede (il loro nume tutelare è lui).

Ho fatto il pieno di affetti e incontri, ma, come prevedevo, è stato tutto troppo rapido. 

Non so cosa accadrà nei prossimi mesi (nessuno di noi può saperlo), però le crepe non si sono sanate e, come dicevo prima alla gatta grigia da autentica matta quale sono, non voglio restarci, qui, non a lungo, almeno. 


Certo, non è neanche una settimana che sono tornata, ma posso effettivamente stilare un bilancio, a un anno dal trasferimento.

Avevo legato con una collega che ha deciso di non confermare il periodo di prova. Naturalmente ogni scelta è individuale e nella sua esperienza ha contato non poco il fatto di essere anche una mamma.

Posso però garantirvi, voi amici che siete rimasti nella nostra povera patria a vagheggiare l'emigrazione verso paesi più civili, che è tutto più complicato di quanto raccontano i giornali nazionali. Non è che vero che basta che prendi un aereo low cost e tutto si può fare. Non avete idea di quanti cavilli burocratici e quante spese bisogna affrontare per sistemarsi in un alloggio per lo meno decoroso.
Non che la burocrazia nostrana sia meno surreale, intendiamoci.

Conti alla mano, non sono diventata più ricca. Certo, neanche più povera. Poco incline come sono ai calcoli ragionieristici, mi sono ritrovata una volta con pochi spiccioli a fine mese e un'altra volta ho dovuto farmi prestare anche dei soldi dal mio capo (oltre che dal mio buon papà). 

Ritrovarsi a secco a fine mese è il destino della maggioranza degli stipendiati, lo so, ma faccio ancora fatica a pensare che la vita sia solo una questione di entrate e uscite. E scusatemi se sono stata fortunata e se c'è gente che non arriva nemmeno alla metà, del mese. Vi ho nel cuore, credetemi.  

Il fatto è che non ho smesso di fare progetti neanche quando di euro ne beccavo decisamente meno di adesso, ma, appunto, continuo a domandarmi se è valsa davvero la pena mollare casa, papà e amicizie in cambio della mia forza lavoro contrattualizzata.

Sogno ancora, e figuriamoci, ma non sono più quella ragazza trasognata e insieme paracula di prima. 
E insomma: staremo a vedere. 

Cercherò di forzarmi ancora un po', soprattutto per una questione di orgoglio. E di dignità. Ma sono pronta a rimettere tutto in discussione un'altra volta se continuerò a pensare, come penso adesso, che la vita è una sola ed è davvero troppo breve per passarla lontana dai luoghi in cui ti senti davvero a casa.

A due passi dal mare, il mio adoratissimo e banalissimo mare Adriatico, con la sabbia e le alghe e lo squallore delle case anni Ottanta mangiate dalla salsedine.

Qualunque cosa accadrà, voi vogliatemi bene lo stesso, come io ne voglio a voi. 
E w l'Italia. 

martedì 16 luglio 2019

Vienna e le malinconie di mezza (età) estate

Il mio vecchio computer ci mette talmente tanto ad accendersi da spingermi quasi a desistere. Anche perché sono reduce da un'ennesima giornata a scribacchiare inezie per guadagnarmi la pagnotta. 
Mi accorgo di essere partita subito male. Non ho alcuna intenzione di lamentarmi. 
Volevo parlarvi della settimana enigmistica.
Ho cominciato a ricomprarla in occasione dei miei lunghi viaggi dall'Italia.
Non riuscendo a completarla nelle quattordici ore di treno (perché almeno una piccola parte la passo a dormire), poi il solitario numero rimane in bagno, con la penna infilzata sulla pagina, a farmi compagnia per diversi giorni. Settimane. 

Mi sono appena rassegnata a buttare la copia di fine maggio: non sono riuscita a finire un crittografato, di quelli con le frasi celebri. C'entrava Carlo V, ma ho sbagliato una sequenza di lettere, per cui, via, cestinato insieme con un femminile preso sempre nel medesimo viaggio di ritorno in terra asburgica.

Dopodomani torniamo in Italia, il bipede non lo fa da un pezzo. 
Sono giorni che carico questo avvenimento di molti significati. Inevitabile, vista la vicinanza del mio compleanno.

Dopo un giugno di un caldo qui giudicato epocale, da una settimana è tornato il fresco continentale. E il vento viennese.

Sono molto stanca, quindi poco lucida.
Però oggi, tornando dal lavoro, ho riavvertito il senso di estraneità per questi luoghi che purtroppo fatica a passare. Immagino capiti alla maggioranza degli espatriati, ma mi accorgo di quanto sia difficile farlo capire a chi transita in questa indubitabilmente bella città solo per qualche giorno.

E dire che adesso sono meno preoccupata di prima di esprimermi male in questa lingua dura. Se serve lo faccio, l'ho fatto a dire il vero da subito, ma non ho la pazienza necessaria che ci vuole per apprenderla.

Vorrei più risultati, in ogni campo.
Sono stanca di attendere una serenità che fatica ad arrivare.
Emigrare da adulti è complicato. 

Ma sono stanca, come dicevo, e conviene intanto partire. Un giorno alla volta, attaccandosi a quel presente di cui parlo spesso.
Se serve, meglio stordirsi un po' per perdonarsi gli sbagli e le mancanze.

Un'altra abitudine di questo primo anno di viaggi infiniti, è l'acquisto di qualche Diabolik nella stazione di Bologna. 
Quelli, di solito, li finisco in treno, però. Adesso che ci penso, potrei provare a rileggerli, ma non mi farebbero lo stesso effetto.

Cerco strategie di mantenimento, in tutti i campi, dal fisico che via via si stagiona, allo spirito, lunatico come al solito.

Che effetto mi farà rivedere casa mia? E quella dei miei genitori? E mio padre, i miei amici?
Ce la farò a tornare su più carica?

Guardo le nuvole mobili. I picchi sono andati già a dormire, fino a poco fa li vedevo decollare dagli alberi di fronte. Su un balcone svettano da un grande vaso dei girasoli. Sono giorni che li osservo, sono bellissimi.
Nel giardino dei proprietari c'è una rosa gialla, l'unica, più alta e superba accanto alle altre vermiglie. 
Ogni tanto spuntano un paio di bambini piccoli nel giardino confinante con il culetto in vista. Una volta i loro genitori giocavano con le racchette a quel gioco che credo si chiami volano. Mi sembrava la scena di un film, di quelli inglesi con i colori pastello.

E poi mi è venuto da ascoltare Arbore e la sua orchestra italiana.
Mai stata una particolare fan della musica napoletana, ma la nostalgia gioca strani scherzi. E comunque mi ha tirato su.

Il Bipede poi mi ha passato sul telefono un po' di dischi dei Police.
Ieri ho riascoltato "Synchronicity" mentre correvamo. Credo di avere imparato i testi a casa di mia nonna o forse ce l'avevamo anche io e mia sorella.
Anni Ottanta, mio zio ancora giovane, Phil Collins e la sua batteria.
La cameretta con il letto singolo, i mobili di legno pesanti della sala, la vetrinetta con le foto in bianco e nero del matrimonio. La vecchiaia povera ma dignitosa, gli occhi azzurri vispi e il naso di famiglia, il loro e il mio.

Poi mi compare mia mamma in sogno, ma anche nello specchio, nelle foto che mi scatta il Bipede o che mi scatto da sola. Sento la sua voce e vorrei che i legami più forti non si spezzassero mai. E forse davvero non si spezzano, se poi, ripensandoci, li senti ancora qui con te, a così tanti chilometri di distanza, e oltre ogni distacco.

Il freddo improvviso ha trattenuto ancora un po' le rondini. Giù da noi, almeno mi pare, vanno via prima.
Le vedo sotto le nuvole mobili, pian piano taceranno anche loro per la notte.

Tra poco si accenderanno le luci del palazzo di fronte. I giovani omosessuali, presumo una coppia, che fumano spesso nudi alla finestra, in questi giorni non ci sono. A volte mi verrebbe voglia di salutarli con il braccio, ma poi mi vergogno un po', anche per loro, sfrontati come io non sono mai stata.

Ecco, mi sento meglio. Stanca, sfinita e perplessa come prima, ma meglio.

Vi lascio con il mio vecchio avvocato, rivisto ieri con molta tenerezza e sincero affetto. Osservavo la sua pancia e il suo look stazzonato e sorridevo. Mi ha interrotto la telefonata del mio giovane collega, adorabile quanto inopportuno. Ma meno male che c'è, glielo ripeterò sempre. A lui auguro di mantenersi il più a lungo possibile così, vitale, inquieto e superficiale quanto basta per non soffrire mai troppo.

A voi, grazie. E a presto.











domenica 7 luglio 2019

Mark Knopfler e i buchi del cuore



Ascoltavo "My heart full of holes" mentre stavo andando a intervistare un architetto di Fermo.
Ai tempi lavoravo per il settimanale diocesano con cui era cominciata la mia avventura in terra marchigiana. La crisi era già in atto e io ricordo perfettamente quanto mi sentissi, già allora, il cuore pieno di buchi.

Lo studio di quell'architetto aveva un ingresso improbabile, vagamente neoclassico. Ci sono ripassata varie volte davanti negli anni successivi e tutte le volte mi è tornata in mente quella prima volta. Mi sono sempre chiesta come diavolo fosse venuto in mente, al tipo, di adornarlo così. Mi capita spesso di fissarmi su dettagli che non saprei se definire insensati o salva-vita, nei momenti per così dire più drammatici.

Dopo la scossa di terremoto, ci siamo ritrovati tutti fuori, mamma papà e intero condominio. Ho scambiato uno sguardo con mia sorella: dovevamo essere conciate in maniera bislacca. Abbiamo ridacchiato, forse vergognandoci anche un po', visto il panico generale.

Ai tempi non credo che il mio cuore fosse pieno di buchi. Quelli li senti più avanti, non so bene a partire da quale età. 

Alla fine, un pochino te ne compiaci pure, appena appena eh, perché quando li senti ti illudi di averci capito qualcosa, della vita.

Mi piace però sapere di aver nutrito da sempre un certo senso di disincanto. Altrimenti non avrei riso con mia sorella anche a quell'età.

Per questo, forse, mi piace così tanto, a distanza di tanti anni, la musica di Mark Knopfler. 
Invecchiando (ma forse anche prima con i Dire Straits), i suoi testi hanno parlato spesso di figure variamente piegate dalla vita, dalla poetessa Beryl Bainbridge del penultimo album al tipo con il cuore pieno di buchi. La musica, però, è rimasta sempre piena di energia vitale, anche nelle ballate più intime, come in I am a slow learner dell'ultimo album.

Prima di tornare a vederlo, la scorsa settimana, qui a Vienna, sapevo dalla scaletta che l'avrebbe cantata. 
Allora l'ho riascoltata e mi è tornato in mente l'architetto.

Volevo predispormi alla nostalgia, forse. Causarmi "uno stato di esaltazione" romantico e decadente, come dice l'algida Ninotchka a Leone, quando lui la corteggia (con successo). E invece è saltata fuori l'ironia. Sì, è più forte di me.

In tutti i modi, la versione di "Heart full of holes" del concerto di quest'anno è bellissima. E per un attimo, mentre l'ascoltavo dal vivo, mi sono quasi commossa.

Con questa tournée, Knopfler ha deciso di dare l'addio ai live. 
L'ha ripetuto in ogni tappa: nel video di sopra è a Milano. "E' la vita", dice a un certo punto in italiano. 

Che tristezza, direte. Eppure no, non lo è. 
Bisogna saper voltare pagina. E poi ci sono i ricordi, quelli non te li toglie nessuno. 

A distanza di tempo, anche i momenti più oscuri lasciano tracce di colore. 
Non è stato bello il periodo finale di lavoro al giornale diocesano, proprio per niente. Però mi è rimasto il sapore di quel tardo autunno a Fermo, l'aria pulita, la poca luce, gli sguardi dei miei ex colleghi e le risate degli anni precedenti. 

Invecchiando, si mescolano le esperienze e le stagioni dell'anno con i loro profumi diversi. 
Vanno lì a riempire quei buchi, anche solo per qualche istante, mentre lavi i piatti o scrivi il prezzo del polpo surgelato.

Alla fine sei felice di avere qualche buco, vorresti solo trattenere quel ricordo un pochino di più, lasciartene intenerire fino alle lacrime. 
Poi però ti riscuoti e ti ributti nel presente. Ein bisschien anstrengend, manchmal, ma mica tanto.

Un attimo dopo mi soffermo a soppesare mentalmente l'insensatezza del gesto di qualcuno intorno a me. E ridacchio, aspettando il momento in cui ne parlerò al Bipede.

A proposito di ironia, a dirla tutta, il grande Mark è stato molto più brillante a Milano di quanto non lo sia stato a Vienna. 
Si vedeva proprio che gli piace l'italiano, il suono della nostra bellissima lingua.
A Vienna, invece, nichts, manco una parola auf Deutsch. E dire che l'hanno acclamato a gran voce (ma con quei suoni gutturali non funziona, spiacente per voi). 

Ovviamente il concerto è stato "super" (come dicono sempre qua) e io sono certa che anche questo sarà un ricordo destinato a riaffiorare all'improvviso, al prossimo giro di vita, chissà da dove.

Grazie, Mark, a nome dei buchi del cuore di tutti noi.







martedì 2 luglio 2019

Attaccarsi al presente, oltre ogni nostalgia



Mi piace godermi il tramonto guardando dalla grande finestra che dà sul giardino.

L'ho fatto dal primo giorno in cui sono entrata in questa casa, quasi un anno fa. Sono esperta di affitti, in fondo.
Quando si è trattato di comprarne una, ho voluto che in più ci fosse almeno un balcone. Tornando a stare in casa d'altri, naturalmente, non potevo avere la stessa pretesa.
Ma mi è andata bene: vivo a cinque minuti dal posto di lavoro e ad altrettanti dal parco di Schonbrunn.

Mi accorgo solo ora che digito finalmente dal mio computer vecchiotto di quanto mi sia disabituata alla tastiera italiana, senza umlaut (i due puntini sopra alcune vocali, per i non cruccofoni) e con una diversa posizione per la z e alcuni accenti.

Da dove scrivo? Dove sono? 
A Vienna.

E che diavolo ci faccio qui?
Lavoro. 
E dovevi arrivare fin là per lavorare?
Sì e no.

E non vorresti tornare indietro?
...

Domandona.

Mi manca l'Italia, come mai avrei immaginato prima.

Ultimamente sto pensando di meno alla mia casa, quella che ho comprato, con, non uno, ma addirittura due balconi.

Se ci penso, provo una stretta.
L'ho chiusa, l'abbiamo chiusa insieme, il Bipede ed io, a Pasqua e da allora non siamo ancora tornati. Quella volta lì ho dovuto buttare tutte le piante residue ormai defunte, riuscendo (forse) a salvare solo l'ulivo che ho dato alla vicina.

Solo da pochi giorni ho comprato dei vasi nuovi qui. Il bipede mi ha regalato una piantina di lavanda per il nostro undicesimo anniversario di matrimonio. 
Bisogna vivere e dare vita a quello che ci circonda.
Almeno, io ne ho bisogno.

Il giardino di fronte a me mi stimola molto.
Una mattina di inizio primavera, quando gli alberi erano ancora spogli, abbiamo avvistato un essere in movimento.
Batteva furiosamente con il suo becco contro la corteccia di uno degli alberi che ora mostra la stessa bella chioma che mi ha accolto lo scorso anno.

Era un picchio che stava preparando la sua tana.
Poi ne sono venuti altri e solo qualche settimana fa ho realizzato che i miei proprietari, che abitano al piano di sopra, hanno riempito appositamente per loro due diversi cilindri traforati, appesi poco sotto la mia finestra, riempiendoli di noci e altra frutta secca.
Ogni tanto si presentano in due: uno prende le noci dal tubo e l'altro, più piccino, aspetta di essere imboccato.

Queste scene da Super Quark sollevano lo spirito. Vederle con il Bipede ancora di più.

In questo lungo primo anno da espatriata, in verità non ancora finito, ho capito alcune cose.

Non mi piace stare da sola.
In verità l'ho sempre saputo, ma ne ho avuto la riprova in un momento piuttosto oscuro e scuro dello scorso inverno.

Voglio fare tesoro di ogni giorno che trascorrerò ancora qui, cercando di prendere il meglio di questo posto. 
A cominciare dalla lingua. 

Vorrei anche reimparare a rilassarmi per bene, cosa che qui, all'apparenza, mi pare sappiano fare meglio di noi italiani.
O sarà che quando non hai entrate certe, difficilmente ti rilassi per bene. 

Però l'Italia è bella, molto bella. 
Lavorando con italiani, certo, non ho perso i contatti soprattutto con l'informazione nazionale, ma ogni tanto mi sorprendo a fissare gli sfondi dietro i giornalisti che, magari, stanno raccontando qualche pessimo fatto di cronaca, un pezzetto di piazza, una collina fiorita e i gelsomini, uh, i gelsomini, dietro un intervistato.

Non penso tanto alla mia casa lontana, ma prima mi è venuta in mente la finestra di quella della mia stanza da ragazza. Le nuvole sopra la speculazione edilizia, i profumi diversi nell'aria.

Ho sognato di proporre a una ragazza di fare conversazione in entrambe le lingue. Le parlavo in tedesco, accidenti. Allora è vero che a un certo punto si sogna in altre lingue. Ma francamente in questo caso mi pare prematuro. 

Poi mi sono successi due episodi carini comprandomi le scarpe e durante la spesa. Lì ho davvero parlato in tedesco e come nel sogno avevo il mio carrellino lilla, ma a differenza che nel sogno, sono tornata a casa contenta. E sollevata di non sapermi sola.

Ci sono anche i gatti, naturalmente. Loro mi pare si siano perfettamente ambientati. Saggezza felina. 

Non so, insomma, come andrà a finire,  se a un certo punto la nostalgia ci sovrasterà.

L'ultima cosa che credo di aver imparato è l'essere riuscita ad attaccarmi il più possibile al presente, come una cozza (ah, le cozze dell'Adriatico) con il suo scoglio (madonna che metafora).

Per il resto, mi è mancata la scrittura, mi mancano da morire i giornali italiani (incredibile), ma mi riferisco a quelli di carta, che qui non si trovano proprio, se non in pochi posti e con vari giorni di ritardo (gli austriaci ci cagano solo per la cucina, praticamente).

Insomma, sono una nostalgica signora di mezza età giunta in terra straniera forse per liberarmi del tutto delle illusioni adolescenziali.

Accettare il tempo che passa non è facile, ma come per quella cosa della cozza e lo scoglio, quando cominci a farlo, ti senti meglio.

E corri più forte.
Sorridendo anche un po'.