mercoledì 6 giugno 2018

Always on my mind


Bettye Lavette ha cambiato le parole di questa canzone di Bob Dylan quel tanto che basta per renderla perfetta. Per me e per te.
Che resterai per sempre dentro di me.

Te la dedico con tutta me stessa, idealmente con la stessa forza con cui la canta questa leonessa della musica, capace di farti sentire tutta la malinconia che non passa per l'assenza di qualcuno che non rivedremo mai più.

Domani saranno passati quattro anni da quel momento in cui qualcuno ha sollevato le tue palpebre per vedere un'ultima volta i tuoi occhi blu.

Come dice lei, pure io quando mi guardo allo specchio ti trovo nel mio riflesso, anche se non ci somigliamo come tutti dicono, se non nei colori, che sono decisamente i tuoi.

You are always on my mind. 

Mamma.

martedì 5 giugno 2018

Muoversi Insieme... a Coatesa, da Luciana e Paolo!

Alla fine ce l'abbiamo fatta, almeno in parte. Sto parlando di alcuni dei membri del comitato scientifico che ha animato per anni il sito di un'azienda dedicato agli anziani e alle persone disabili, parlando davvero di tutto. Da loro ho imparato molte cose che ancora adesso porto con me.

Mi dispiace per chi non è potuto venire, ma d'altra parte non era facile ritrovarsi tutti il 2 giugno, giorno della data prefissata per la nostra reunion sul lago di Como, a casa di Luciana e Paolo, un vero e proprio luogo dell'anima da loro ribattezzato Amaltea.

Non credo sia il caso di aggiungere ulteriori parole al resoconto visivo (e musicale... grazie doppio, Paolo!) che ho voluto preparare in luogo del classico scritto "internettiano", come lo chiamerebbe il padrone di casa.

Vi rimando ai suoi blog per conoscere meglio Coatesa, frazione di Nesso, e la casa con un giardino terrazzato immenso, raccontato stagione dopo stagione dal nostro sociologo, con una passione dalla quale è impossibile restare immuni.

Che altro dire?

Grazie per la bellissima esperienza e a presto... magari sul lago d'Iseo!

Buona visione a tutti, amici vicini e lontani.



 

mercoledì 23 maggio 2018

Eva Cassidy, l'arcobaleno che mi ha colorato il cuore


E' difficile scrivere questo post su Eva Cassidy, la voce più bella che io abbia mai sentito, per molte ragioni.

La prima è che rischio di essere retorica, vista la fine prematura di questa musicista e cantante americana avvenuta nel 1996 a soli 33 anni per colpa di un melanoma che se l'è portata via in pochi mesi.

La seconda è che, davvero, adesso che so chi era e quanti articoli, cd, documentari (come questo bellissimo della Abc che ho appena visto) le hanno dedicato, non so proprio cos'altro aggiungere.

Mi limito perciò solo a raccontarvi come l'ho scoperta.

Il merito è di Giorgia Pulcini, studentessa di canto jazz al Conservatorio di Pescara, che mi ha linkato la versione di Cheek to cheek proposta dalla grandissima Eva. 
Già dalle prime parole mi sono subito accorta di che mostro è stato questa biondina dal naso a patata, all'apparenza abbastanza simile al mio. 

Facile immedesimarsi in un viso così, pur avendo molti più anni di quelli che lei aveva allora e molto, molto meno, talento.

Vado per approfondire chi diavolo fosse Eva, convinta che si trattasse di una giovane stella del jazz.

Precipito negli articoli di cui sopra: il primo in ordine di tempo, però, resta quello che più mi è rimasto impresso (oltre al documentario che vi linko sopra. Se capite l'inglese, guardatelo assolutamente).

Si parla di pattinaggio artistico e del sua versione di Fields of gold utilizzata durante una competizione internazionale. Secondo il pezzo dell'Inkiesta, è stato quello il momento in cui miss Cassidy è diventata una star mondiale.

Prima di allora, l'aveva scoperta un produttore radiofonico inglese, poi le riviste di musica, fino al manager discografico della Blu Note che si vede nel documentario, pentitosi di non averle fatto il contratto quando avrebbe potuto.

Il fatto è che Eva non amava mostrarsi: cantava (e suonava) e incantava tutti, ma si conciava come se stesse per partire per un trekking in montagna (dicono nel documentario) e non si truccava granché.

Eppure, non era delicata e fragile come potrebbe apparire fermandosi solo ai suoi lineamenti.
La sua amica, nel documentario, la definisce "tough", tosta, una che lavorava sodo pur di pagarsi le serate, tutte nella sua zona di residenza, certo, ma pur sempre dispendiose per chi fatica a guadagnarsi il pane quotidiano.

Non so come sarebbe stata la sua vita se fosse arrivata al successo che meritava né che donna sarebbe adesso, a poco più di cinquant'anni. Poco più dell'età che io ho adesso, a dirla tutta. 

Io però ho sempre più spesso l'impressione che niente accada per caso e che un giorno "era scritto" che avrei incontrato la musica e la voce di Eva Cassidy. 

Di lei conosco ora anche la sua reinterpretazione di Autumn leaves, pezzo spettacolare a prescindere. Provo a ricantarlo sulla sua voce, ma faccio bene attenzione che non mi senta nessuno.

A breve so che farò lo stesso esperimento anche con What a wonderful world, che ho ascoltato in uno dei miei frequenti viaggi tra lu Portu e Chieti, restandone quasi sconvolta.

Da sempre la versione di Louis Armstrong  mi smuove qualcosa che non saprei spiegarvi, ma quella di Eva non lascia letteralmente scampo.

Poco fa ho capito come mai.

E' stato il suo pezzo di commiato alla vita, sei settimane prima di trasformarsi in un arcobaleno. 

Maggio è il più crudele e più bello dei mesi, uno di quelli in cui non è lecito andarsene.
Eppure succede, eppure si va via, com'è capitato domenica scorsa a una bambina di dieci anni che non ho mai conosciuto, ma che amava il canto, come hanno raccontato le cronache uscite in questi giorni.

Anche lei ora è un arcobaleno, come lo è la mia mamma da quasi quattro anni, e tingerà i volti a noi che restiamo qui sulla terra a ripeterci, oltre ogni ragionevolezza, quanto meraviglioso sia il mondo.

martedì 15 maggio 2018

Cani, gatti e piccioni: evviva la ginnastica (e l'amicizia)


L'altro ieri me lo sono chiesto più volte, invano: a quante edizioni della Camminata Donna Rosa - l'iniziativa a sostegno dell'Associazione Noi per l'Oncologia Fermana, che lavora a stretto contatto con il reparto di oncologia dell'ospedale di Fermo - ho partecipato? 

A contare le magliette che ho nei cassetti della roba sportiva, dovrebbero essere quattro.
Il che significa che la prima volta è stata nel 2014, probabilmente ad aprile, meno di due mesi prima che mia madre se ne andasse.

Sì, deve essere così, ma d'altra parte ho rimosso quasi tutto quello che è successo prima degli ultimi quaranta giorni della sua vita. 

Diversamente, credo che non avrei voluto più prendervi parte.

E invece, eccomi lì nella foto che vedete sopra, a farmi fintamente portare in trionfo da alcune delle mie amiche di palestra.

Mentre correvo mi ha affiancato un'auto: "Signora, mi scusi, potrebbe rallentare, altrimenti non riusciamo a riprenderla con le altre?", mi sono sentita dire da una giovane armata di videocamera appollaiata nell'abitacolo assieme ad altri ragazzi.

Ridicola soprattutto io, che ho pure risposto di no perché stavo cercando di "fare il tempo".

Ancora più scema mi sono sentita quando, dopo un po' che ero arrivata, lo speaker mi ha detto di avermi riconosciuta. L'anno scorso avevo biascicato qualcosa sulla colazione sbagliata che mi aveva impedito di arrivare tra le prime tre.
Quest'anno, per lo meno, ho rimediato, ringraziando pubblicamente l'Asd Fermo 85 di cui faccio parte credo a questo punto da una decina d'anni, o poco meno.

Ed è stato così molto simpatico che alcune delle mie compagne di ginnastica del lunedì, martedì e giovedì pomeriggio mi abbiano voluto festeggiare in quella maniera.

L'ho scritto più volte e lo confermo: mi hanno davvero aiutato a vivere con più leggerezza tutti questi anni non proprio facili.

Arrivati a metà maggio, ormai, manca davvero poco alla fine delle lezioni, che torneranno a settembre, in concomitanza con la riapertura delle scuole.

Deve mancarmi molto il clima sereno dei miei anni di liceo, evidentemente.
Una mia cugina acquisita dice spesso che vorrebbe avere i problemi di quel periodo (lei parla più spesso dell'università, però) e la testa di adesso.

Mi sto convincendo che abbia ragione lei, anche se ci ho messo un bel po' a capirlo, forse perché, inspiegabilmente, non di rado mi sento ancora come se davvero avessi quegli anni lì.

Quando mi succede in palestra, o mentre corro, tutto sommato mi piace (mi piaccio) perché mi libero, almeno per qualche tempo, di tutti i pessimi pensieri di fallimento.

In questo momento, ce li ho di nuovo molto forti, quindi mi conviene farla breve e arrivare al punto.

Frequentando la Fermo 85, ho scoperto che la ginnastica ha molto a che fare con... galline, gatti, cani e altri animali.

Pensate: tra gli esercizi di stretching che facciamo alla fine dell'ora, c'è persino un piccione, inteso come tale quel movimento che ci propone più spesso Rita Sacripanti, la super Rita, di quanto non faccia Tiziana Bastiani, la finta dolce, ossia le due istruttrici che mi hanno rimesso in sesto e sentimento ritardando (almeno un pochino...) il crollo inevitabile.

Come si esegue? Facile a farsi più che a dirsi.
Ci si mette nella posizione di plank, si piega una gamba e la si schiaccia a terra di taglio, dopodiché si scende un pochino con il corpo senza sedersi del tutto. Ed eccolo là, piccione fatto.

Gli animali più famosi, però, restano i gatti e cani, entrambi mutuati dallo yoga e in quanto tali utilizzati sempre nella fase finale, di stiratura.

Il gatto prevede di mettersi a quattro zampe e di inarcare la schiena, mentre si inspira (mi pare) e di rilasciarla mentre si espira. Ne esiste anche una versione più dinamica, detta da Rita del "gatto attivo", ma per come la vedo io, è una sorta di pleonasmo, visto che non esiste quadrupede più agitato del felino. Oltretutto, in questo momento, non mi ricordo come si fa. Stasera me lo faccio rispiegare.

Passiamo al cane, l'altro animale amatissimo pure dai politici. Bene, quando si arriva a questo punto ci si sta per rimettere in posizione verticale, ma prima bisogna distendere le gambe mantenendo le braccia tese con le mani a terra e simulare una specie di camminata. Dopodiché, sempre con la schiena all'ingiù, ci si abbraccia le ginocchia e, molto lentamente (tolta la nostra elastica Aurelia, una superdonna con sorriso da pubblicità) si ritorna su.

Lo zoo da palestra contempla però altre creature, dicevamo.
Ce n'è una che non rende giustizia alla grazia femminile, detta squat dell'orso. Sinceramente: mi sta sulle balle perché penso di farlo malissimo. In tutti i modi si tratta di passare dal plank allo squat tenendo le braccia tese con i palmi delle mani a terra. Nooo, brutta roba.

Pure la gallina, beh, non è proprio bellissima a vedersi, ma forse farebbe la felicità dell'universo maschile se si fermasse a guardare tutti questi lati B all'insù, mentre si eseguono i tricipiti detti, per l'appunto, a gallina.

Abbiamo anche un cavallo, che consiste nel mettersi a cavalcioni dello step e salire e scendere da un lato e l'altro ripassando sempre dal centro, un esercizio piuttosto frequente nelle fasi aerobiche dell'allenamento, che non mi fa impazzire da quando sono caduta come una pera cotta con il fondoschiena proprio sull'attrezzo. 

Fantastica, forse perché molto infantile, è invece per me la lepre, che prevede di saltare con entrambe le gambe da un lato all'altro della panca lunga, appoggiandosi sulle braccia e scorrendo in avanti. Mi pare di volare quando la faccio.

Quali altri animali mancano? Uh, dimenticavo il cobra, già, sempre nella fase di stretching, che si usa per stirare gli addominali, stando pancia a terra e sollevando la schiena con l'aiuto delle braccia piegate. Quando si arriva a stenderle, invece, dal cobra si passa alla Sfinge. 
C'è anche il ragno o posizione a quattro di bastone (dovrebbero essere la stessa cosa), ma benché sia sicura che manchi all'appello qualche altro volatile o quattrozampe, il concetto mi pare chiaro: o no? 

La ginnastica ti riporta sulla terra, sia perché materialmente sei spesso in posizione orizzontale, sia perché, man mano, finisci per sentirti davvero pure tu un po' un cavallo o un gattaccio (come la mia grigia).

E poi ti riporta a terra anche da un altro punto di vista, quello più importante: siamo carne, sangue, ossa, muscoli e respiro e quella roba che sta lassù, sopra il collo (a proposito: sono molti anche gli esercizi di stretching per quest'ultimo), è poca cosa rispetto al resto.

Per curarla (intendo la testa) è essenziale partire proprio dal basso. Dalla punta dei piedi, salendo su su, fino al cuoio capelluto.

Se poi condividi il tutto con un gruppo coeso scacciapensieri, a fine ora ti sentirai comunque meglio.

E aspetterai di ritrasformarti in qualunque di quegli animali.

Dolori, ansie e fallimenti resteranno sempre lì in agguato, ma tu nel frattempo avrai perfezionato il ruggito (esisterà anche il leone? Chissà) e niente, davvero niente, sarà più come prima. 

Grazie, amiche. 
E coraggio a tutte noi, sempre.

martedì 1 maggio 2018

Canto della pianura, silenzio e commozione onesta in forma di libro


Tornare in me dopo la botta di narcisismo dell'altro giorno non è proprio semplicissimo. Per fortuna, la mia natura cancerina mi aiuta a passare dall'euforia alla depressione alla velocità di un agguato felino, per cui eccomi qui ripiombata nel silenzio.

E' proprio questa la prima parola che associo al bel libro di Kent Haruf, il compito mensile assegnato a noi membri del gruppo lettura di cui ho parlato qualche post fa.

Non mi stava prendendo, almeno finché ne avevo relegato la lettura alle ore serali.
Mi disturbava lo spezzettamento in capitoli corrispondenti ciascuno a ogni personaggio, ripetuti con lo stesso schema per tutta la durata del romanzo.

Non riesco a ricordarmi quale altro libro ho letto non molto tempo fa (credo fosse comunque un altro scelto con gli amici del gruppo) in cui mi veniva voglia di saltare il capitolo, o i capitoli seguenti, per continuare a seguire le vicende di quel determinato personaggio di cui mi stavo interessando in quel momento.

Negli ultimi giorni, però, ho potuto dedicarmi con più distensione alla lettura di Haruf (accidenti, ora che ci penso il mio prof di storia e filosofia del liceo si chiamava Aruffo... uguale, praticamente).
E ho capito che la struttura circolare, in questo caso, ci sta bene.

Leggere a correnti alternate la storia di Victoria Rubideaux, di Guthrie e dei figli Ike e Bobby, dei fratelli MacPheron, di Maggie Jones e degli altri personaggi minori, intendo dire, me li ha resi più cari, poco alla volta, uno dopo l'altro.

Mi piace moltissimo il fatto che non succeda praticamente nulla.
Certo, ci sono vari momenti di tensione (su tutti la rappresaglia del bullo della scuola contro i due ragazzini e l'autopsia del cavallo), ma su ogni situazione aleggia il vento della campagna americana e la malinconia, di più, la desolazione che credo si possa provare solo nelle anonime province di questo immenso Paese.

Mi viene in mente, in questo istante, la parodia di Giancarlo Ratti dedicata ai gialli svedesi (se non la conoscete, ve la suggerisco: è da lacrime, ve lo dice una che ha seguito vari telefilm ambientati tra i ghiacci del nord Europa), ma, a mio avviso, in questo caso, se ci si lascia avvolgere dall'andamento lento del libro, si può arrivare a commuoversi.

Non parlo delle lacrimucce che ogni tanto pure mi scendono per i filmetti di La5.
Mi riferisco proprio a quella mistura di tristezza e rassicurazione che si prova quando si sta con le persone amate, magari in famiglia, i nonni ancora in vita, i bambini che continuano ad alzarsi dalla tavola al ristorante, i discorsi un po' noiosi dei grandi, e il cielo metallico.

La pioggia non arriva, ma la senti nel vento che fa rabbrividire la mamma. La vedi mentre si infila il golf e vorrebbe fare altrettanto con te che invece sgattaioli via con i cugini e torni nel cortile.

Da piccoli non si smette mai di correre: non lo fanno neanche Ike e Bobby, i due ragazzini del libro, che tutte le mattine, prima di andare a scuola, vanno a consegnare i giornali, non prima di aver consumato quelle loro colazioni americane con pancetta e uova, carichi di un'energia che non sarà mai più così per il resto della vita.

Mi sono piaciuti moltissimo soprattutto loro, ma ho amato anche Victoria e il suo pancione che cresce pagina dopo pagina e i capelli corvini e quella borsa rossa che alla fine le verrà strappata.

Come non amare anche gli anziani Harold e Raymond Mc Pheron, che di Victoria finiranno per diventare ben più che genitori. Davvero: laconici, veri, e buoni.

La bontà è il tratto distintivo praticamente di tutti i personaggi principali.
O forse sarebbe più esatto dire l'onestà, una caratteristica che ho avuto il privilegio di riscontrare in buona parte dei miei consanguinei più stretti.

Onesto doveva essere, per forza di cose, pure Haruf, almeno nella capacità di mettere nero su bianco una storia così.

Non so quando leggerò gli altri due libri della trilogia (a proposito: grazie ad Alice del gruppo lettura per avermi segnalato questa bellissima lettera dell'editore italiano NN in cui si spiega perché si è deciso di partire da Benedizione, l'ultimo in ordine di tempo della triade), anche perché, ripeto, per apprezzare appieno Canto della pianura, ho scelto di sprofondare nel mio piccolo divano, di accendere la luce poco sopra la mia testa, e di ritornare per qualche tempo la lettrice che sono stata da ragazza.

Però già solo per questo motivo, se siete in grado di fare altrettanto senza sentirvi in colpa per tutte le altre attività che state tralasciando, ve lo consiglio fortemente.

E buon primo maggio, a voi che lavorate e a tutti gli altri che, prima o poi, troveranno o ritroveranno la loro strada.

venerdì 27 aprile 2018

Ma i pomodori no, grazie

Teatro di Porto San Giorgio, 2 febbraio 2018, foto di Ennio Brilli


Ho ricevuto questa fotografia qualche giorno fa da Elisa Ravanesi, l'attrice di Porto San Giorgio che mi ha coinvolta lo scorso febbraio nella serata in teatro dedicata a José Greco senior, il padre della danza spagnola mondiale. A scattarla, è stato Ennio Brilli, un fotografo di Fermo di cui ho parlato qualche volta su Minime Storie, l'altro mio piccolo blog che non aggiorno ormai da tempo immemorabile.

Stasera m'ha preso una botta di narcisismo, per cui eccomi qui, a farmi guardare, con gli occhi che vorrete. 

Ho un bel ricordo di quella serata, la mia prima volta nelle vesti di conduttrice di uno spettacolo di danza e teatro, a stretto contatto con due dei figli del grande ballerino di origine molisana, José junior e Lola, e gli altri protagonisti di un bel viaggio nella musica, il cinema, la cultura e la storia del Novecento (parlo di Hermana Mandelli, Juan Lorenzo, Valeria Clementes, Cristiana Merendi ed Elisa Perticarà). 

In questa foto, però, i veri protagonisti della serata non compaiono, mentre solo qualche minuto fa ho realizzato che sembra invece che io stia cantando.

Mai scatto è stato più profetico? Chi può dirlo, a parte la sottoscritta e Giorgia Pulcini, la mia giovane insegnante di canto che ha raccolto il testimone da un'altrettanto affascinante sua collega, Anna Laura Alvear Calderon, che dal maggio dello scorso anno fino a Natale o poco più si è sciroppata i miei tentativi di farmi esplodere finalmente la voce in gola.

Sono, ve lo confesso, pure io stupita di come mi stia buttando a tirar fuori tutto il fiato che ho soprattutto da un po' di incontri a questa parte. E' come se non me ne fregasse più nulla, delle figuracce che vado facendo, innanzitutto, ma in generale di tutto.

A che serve fare i ritrosi, mi sto chiedendo, non so quanto consciamente.

Poi, certo, i risultati sono altalenanti: è come se stessi imparando a scrivere in un'altra lingua, quindi incertezze e svarioni sono lì che non mi mollano.

Però oggi, quando Giorgia mi ha illustrato un modo per dare più espressività a parole e versi, mi sono sentita felice come una poppante: quante cose sto scoprendo sul canto!

Uscendo da lì, intendo dire dall'aula del Cantiere Musicale, la scuola diretta dal batterista Michele Sperandio che ho conosciuto (e intervistato) l'anno scorso, rimanendo molto colpita dal grande entusiasmo che ci mette in tutti i progetti che intraprende, di solito sono stanchissima e al contempo più carica.

In macchina oso pure parecchi acuti. Incredibile a dirsi per una che ha sempre temuto di non riuscire a farsi sentire.

E insomma: strane cose accadono, anche in età non più verde, ed è una grande conquista tornare a percepirsi comunque in evoluzione.


E poi chissà che un domani qualcuno non si impietosisca e mi butti là qualche moneta. 

Grazie, grazie, siete umani.

Ah, ma sono pomodori? 

mercoledì 18 aprile 2018

James Taylor e l'arte di lasciar andare il tempo



Non avevo notato gli occhi azzurri di James Taylor: nella copertina di Mud Slide Slim che vedete qui sopra non si vedono. 

Sarà per questo che non avevo idea di quanto fossero profondi e mobili, specchio esatto della sua vita, raccontata magistralmente in un articolo che ho scovato navigando qualche giorno fa.

L'occasione per approfondire chi si nascondesse (o svelasse, a seconda dei punti di vista) dietro l'autore di pezzi memorabili come quello che riporto sopra mi è stata offerta da un gioco di Facebook in cui mi si chiedeva di elencare i 10 album della vita, intesi come quelli che sono ancora nella mia playlist nonostante lo scorrere del tempo.

Tolti quelli del Maestro (l'avvocato astigiano baffuto: per i pochi conoscenti che ancora non lo sanno si tratta naturalmente di Paolo Conte), ci ho dovuto ragionare un po'. 

Ed è così che ho ripensato a James Taylor e alla sua inconfondibile voce nasale, che mi parla ancora. Anzi: forse mi parla di più adesso di prima.

Ho riascoltato Mud Slide Slim un pomeriggio di qualche settimana fa mentre stiravo, ritrovandomi piacevolmente a cantare una dopo l'altra le canzoni che lo compongono.

L'album è uscito, chissà quanto casualmente, nel 1971, e mi ha sempre trasmesso armonia e insieme apertura, come i paesaggi americani che sogno di vedere prima o poi di persona. 
Ne fa parte anche You've got a friend, il pezzo che gli scrisse Carole King e che io ho conosciuto proprio nella versione proposta da Taylor.

Ringraziandolo idealmente per la bellissima ora di amarcord, sono andata così a leggermi qualcosa sulla sua vita ed è stato lì che ho realizzato che grande personaggio sia questo musicista californiano, transitato da Londra nel 1968 (leggetevi l'articolo linkato sopra, ve lo consiglio caldamente).

Ai tempi di Mud Slide Slim e di Carolina in my mind, Fire and Rain, etc etc, Taylor si drogava e ha continuato a farlo fino al 1983.
So che era piuttosto diffuso nella sua generazione e che in generale le sostanze stupefacenti siano comuni tra gli artisti. Però il contrasto tra la grazia delle sue composizioni e la sofferenza che deve averlo attraversato mi è sembrato molto forte.

Nelle interviste più recenti parla spesso della sua dipendenza della giovinezza e anche in questa intervista dice chiaramente di sentirsi un miracolato, considerati i molti amici e colleghi morti invece prematuramente.

Mi piace però anche la sincerità con la quale ammette il potere seduttivo della droga, oltre che la sua capacità di accrescere la creatività. Il rovescio della medaglia, però, dice Tayor, è che brucia il cervello e a quello ho l'impressione che lui abbia tenuto assai. 

Per capire come sia diventato dopo aver smesso, basta ad esempio guardarlo in un concerto acustico in teatro, che ha tenuto nel 2010: la versione di Carolina on my mind che propone è da lacrime, però di pura gioia.

Non sapevo che il suo pezzo preferito degli ultimi anni fosse invece My traveling star, sulla quale dice di riconoscersi soprattutto nel ritornello "never asking why, never knowing when", riferito alla sua volontà di restare libero, dentro. 

Per spiegarsi meglio, si sofferma sul suo modo di affrontare le cose oggi, ossia con "la pancia, il cuore e la testa", perché se è vero che è importante mantenere lo spirito corsaro, bisogna anche saper "controllare l'istinto" se si vogliono ottenere i risultati migliori.

Mi ci riconosco pienamente e gli sono davvero grata di essere così e di riuscire a far parlare ancora i suoi magnifici occhi buoni.

Il 12 marzo scorso, tra l'altro, James Taylor ha compiuto 70 anni.
Se ci arrivo, mi auguro davvero di diventare luminoso come questo alto signore dalla pelata borghese e le note zingare nelle vene.

Concludo con una postilla sulla canzone che ho scelto a corredo del post, proprio quella che dà il titolo all'album.

A un certo punto James canta "I've been letting the time go by", ripetendolo più volte. 
Da sempre mi ritrovo a cantare questo punto con più forza, come se percepissi che in quella frase ci sia il significato più importante di tutto il pezzo.

Credo di averne capito per lo meno la mia, di ragione più profonda.

Sto aspettando una risposta per una faccenda che mi sta molto a cuore che tarda ad arrivare, perciò mi ritrovo ogni giorno sempre di più "a lasciare che il tempo passi".

In generale, ho passato parecchio tempo (direi anni) a far passare il tempo in attesa di tempi più rosei, cercando però il più possibile di impiegarlo in modo produttivo (da ultimo la corsa, un'attività che mi sta facendo molto bene).

Dalle parti in cui sono nata, invece, quell'espressione lì sta ad indicare il pigro, oltre che depresso, riempirsi di impegni pur di non sentire il vuoto della giornata. 

"Almeno passo il tempo" è una frase di famiglia che mi manda veramente ai matti.

No, perché un conto è come lo dice James, ossia lasciare scorrere il tempo che vale per lasciarsi scorrere le cose addosso con tutta la leggerezza possibile, un altro è subire il senso di inazione che ti lascia l'assenza di novità. Nel lavoro, ovvio, ma non solo.

Quindi ringrazio doppiamente James per avermi riportato alla ragione.

Never asking why, never asking where. Giustissimo. Me lo dovrei tatuare in fronte.

Speriamo di resistere. Ce la sto mettendo tutta. Mettetecela anche voi, in tutte le cose che vi stanno a cuore. 

Alla prossima.

martedì 27 marzo 2018

Alice Munro e la vita: never give up


Lo sapevo, ma ho sempre evitato di andarla a cercare. Oggi, invece, l'ho fatto, finalmente, ed eccola lì, la mia amatissima Alice Munro, cinque anni fa, ormai, all'indomani dell'attribuzione del Nobel per la letteratura.

Che cosa ho sempre saputo, vi starete chiedendo?
Solo questo: Alice Munro mi sta un sacco simpatica. L'ho capito leggendo i suoi racconti e le interviste che qui e là ho rubato alla rete negli anni in cui l'ho scoperta.

Quanti ne sono passati? Credo almeno dieci. A pensarci adesso, mi pare incredibile. Poi succede che il gruppo lettura di Romina Coccia, la mia amica brunetta sveglia e vivace quanto un personaggio della incredibile Alice, voti a maggioranza Nemico, Amico, Amante..., il libro che mi ha introdotta al mondo della scrittrice canadese, casalinga e mamma di tre figlie, ed eccomi lì a rileggerlo senza riuscire a smettere, esattamente come mi era successo allora.

Domani sera ci sarà l'incontro in cui se ne parlerà tutti insieme, ma io ho un altro impegno, per cui non sarò presente.

Un po' mi dispiace, soprattutto perché adoro le persone del gruppo, ma allo stesso tempo non sarei disposta a sentire critiche alla mia adorata regina dei racconti.

Voglio però ringraziare chi l'ha proposto perché mi ha dato la possibilità di ributtarmi nella sua scrittura e nel suo universo di piccole storie "senza importanza", di cui parla proprio all'inizio di questa lunga intervista. 

Mi piace la sua visione degli altri, mi ci riconosco pienamente: basta uscire in strada e mettersi in ascolto degli spunti continui che ci vengono elargiti.

Poi, certo, arriva la rilettura e i tagli o addirittura il tritarifiuti per ciò che ci sembra davvero improponibile.

Resta però quello che lei descrive così bene, con quel sorriso aperto: il desiderio, profondissimo, di continuare a scrivere.

"I never gave up", dice Alice a un certo punto. E pensare che ho scritto qualcosa del genere pure io poche ore fa, riferendomi, almeno all'apparenza, all'attività fisica.

Quello che ci preme davvero non lo molliamo mai neanche quando ci sembra il contrario. Neanche quando ci assalgono dubbi e ci sentiamo lontani dal risultato sognato.

Ascoltate quello che dice a proposito del Nobel verso la fine: quella semplicità lì mi alleggerisce assai. 

Una persona proprio ieri mi ha parlato della mia umiltà: sinceramente, non so se sono davvero una persona umile, ma mi riconosco, ancora una volta, in quanto dice la Munro, che ripete spesso di essere stata circondata buona parte della sua vita da gente che non poteva capire che cosa significasse per lei scrivere.

Di queste persone parla seria, ma non con astio. Del resto, è cresciuta nella working class, osserva, perché stupirsene? E il fatto di essere donna, in fondo, l'ha pure avvantaggiata, perché il vero scandalo, per chi prende la vita solo dal lato pratico, sono gli uomini che indulgono nei piaceri intellettuali. Pazienza per le donne.

Un ragazzo della compagnia del mare, rivisto all'indomani della laurea, quando stavo decidendo che strada prendere per la mia vita, mi disse mentre uscivamo dall'acqua: "Per una donna è già abbastanza riuscire a laurearsi". Era il 1997, non il 1947 (Alice è nata nel 1931). Il tipo veniva da una cittadina, non da un villaggio di baluba.

Ma Alice dice di essere femminista in quanto femmina, non per bandiera. E di non aver sentito più di tanto il senso di inferiorità dell'essere, per l'appunto, del genere non fondamentale.

Bellissima, poi, nel video, la puntata a piedi nella libreria aperta con il marito (almeno credo si tratti di lui): davvero un inno all'incontro con gli altri, anche quando, ammette, le è capitato di sentirsi non all'altezza dei colleghi scrittori più eruditi.

Il gruppo lettura di Romina è nato nel negozio del marito di dischi e libri (sto parlando di Mingus a Porto San Giorgio): una bella coincidenza, non c'è che dire. 

Dove circola "cultura", nel senso in cui ne parla Alice, c'è linfa, c'è polpa, c'è sangue e cervello.

Buone letture (e non solo) a tutti noi.

martedì 13 marzo 2018

No worries. Daje a tutti noi


Tutto è nato dalla tazza del tè del mio consorte, che raffigura un Paperino arrabbiato. Accanto c'è la scritta "no worries", che in questo modo forma un bell'ossimoro con il personaggio lamentosetto tanto amato dai lettori di Topolino (piccini e non).

L'ho usata per uno stato di whatsapp, così, per gioco. Volevo aggiungerci affianco qualcosa tipo "be happy", ma poi mi sono astenuta da cotanta banalità (finora, almeno).

Bene. Non posso scendere troppo nei dettagli, ma so di essere in uno stato d'animo tale da richiedermi comunque qualche parola scritta.

Preoccuparsi non serve mai, tanto più in una giornata come quella di oggi, in cui l'aria si è fatta decisamente più primaverile.

Avevo propositi pratici, tipo andare a cambiare il contratto telefonico, e invece mi sono ritrovata sulla spiaggia a fotografare tronchi d'albero e strani oggetti portati lì chissà come dalle recenti mareggiate.

Ho camminato un po', con un andamento lento per me del tutto inconsueto. Mi sono fermata qui e là alzando gli occhi sulle nuvole ciccione, sbiancate dal blu del cielo.

Mi sono goduta un attimo il rumore delle onde, ma poi ho infilato la musica nelle orecchie: serve sempre un alibi al nostro vagare slabbrato.

E alla fine mi sono piazzata sulla solita panchina della piazza di fronte al mare, la schiena scivolata un po' giù e gli occhi chiusi. La faccia mi si è un po' scaldata, ma il vento non proprio tiepido mi ha impedito di rilassarmi del tutto.

Eppure.
Eppure ho capito.
Non devo preoccuparmi, non serve mai. C'è sempre il sole dopo la pioggia e il riso dopo il dolore.

Qualunque cosa accadrà, saprò affrontarla. E riderò, come ho sempre fatto.

Alcune persone sanno essere cattive, dice Mark Knopfler in questa bellissima canzone che forse ho già usato ma non nella versione con la grandissima Emmylou Harris. Lo fanno anche in You've got a friend, il pezzo di Carole King che sto cercando di imparare a cantare (nella versione della Streisand... del 1971: sarà per questo che l'ho scelta?).

C'è sempre qualcuno che ci consolerà, o molto più probabilmente saremo noi a farlo da soli, quando capiremo, con chiarezza inequivocabile, che bisogna sempre avere rispetto di sé e pretenderlo anche dagli altri tutte le volte che qualcuno provi a strapparcelo. Nel lavoro (soprattutto nel mio caso), ma anche negli altri ambiti del quotidiano.

Quindi, niente lacrime, o solo quelle necessarie per farci tornare il sorriso.

La vita ci aspetta comunque. E io voglio viverla, per quelli che non possono più e per quelli che qui e ora tifano per me. 
Pregherò per voi: anzi, ho già cominciato a farlo, proprio stamattina.

Proteggiamoci a vicenda: solo così diventeremo invincibili. 
E che Manitù, Budda, Dio, Allah, o chi per loro, ce la mandi buona. 

Daje.

mercoledì 28 febbraio 2018

Il concorso Inps? Semplice come Peppe



Non avevo mai visto lo spot della ministra Madia e ignoravo, almeno fino all'altro ieri, chi fosse Peppe. Adesso credo che non lo dimenticherò mai più.

A imprimermelo per sempre nella memoria ci ha pensato la preselezione Inps, alla quale mi sono molto incautamente iscritta.

Non starò qui a ripercorrere le solite tappe delle sfighe professionali che mi hanno portato a partecipare a questo grande rito ordalico. Mi limito solo a narrarvi le tappe di una giornata cominciata intorno alle cinque e trenta nella nostra beneamata capitale d'Italia.

Faccio una buona colazione, comprensiva di arancia iniziale e tisana finale, e mi avvio verso la stazione di Tiburtina. E' la mattina seguente all'arrivo del Burian.

Scopro che il treno che avrei dovuto prendere è stato cancellato, ma poco male: sono approdata sui binari talmente presto grazie all'incredibile palesarsi del 71, autobus noto per i suoi epici ritardi, da riuscire a prendere la corsa prima. Bardata come Armaduck, o come diavolo si scrive.

Penso: tutto questo è un segno, la selezione andrà alla grande e io sarò presto seduta sullo scranno più vicino a mister Boeri. 

Tu chiamale se vuoi, illusioni.

Sbarcata in zona fiera, una landa desolata che con quelle macchie di ghiaccio a leopardo fa tanto pensare alla Svezia di Rebecka Martinssonn, il pm più scoglionato dei gialli di Giallo, seguo la scia umana verso l'area est.

Impossibile sbagliare, a patto di non seguire il gruppuscolo che, non si sa perché, entra in una malinconica area di servizio anziché seguire, come facciamo io e un giovane candidato con una bizzarra sciarpa a stelle e strisce, un altro dotato di navigatore, che il suddetto tiene fisso davanti agli occhi come un breviario.

Dunque, ci siamo. E io realizzo, e lo svelo pure al succitato giovane con sciarpa yankee prima di lasciarlo andare al suo destino, che io, in quell'ameno posto, ci sono già stata.

E già. Sette anni fa, o quasi. All'ennesima crisi di rigetto per un lavoro che non dà uno straccio di sicurezza a meno di non avere la botta di culo (e la bravura, certo) di farsi incollare il deretano su una sedia delle poche testate giornalistiche (degne di questo nome) rimaste.

Quella volta era l'Istat e pure quella volta, accucchiai un po' di giorni per riesumare nozioni varie aritmetico-universitarie, a questo giro condite anche con un pizzico di geografia, storia, letteratura italiana da liceo e, udite udite, educazione civica, una materia che non pensavo nemmeno si studiasse più.

Non avevo molte chance, diciamolo, ed è anche per questo che man mano che si avvicinava la giornata di tregenda che sto per descrivervi, saliva in me sempre di più il desiderio di battere in ritirata.

Eppure, non mi piaceva l'idea di aver speso sedici euro (fortuna lo sconto feltrinelli) per comprarmi il manuale dei quiz più striminzito di tutti quelli in commercio (usciti, da notare, ben prima che si rendessero note le date della preselezione) né di averne buttati quasi 150 per prendermi l'ennesima certificazione di inglese, prerequisito (contestatissimo) per poter partecipare al concorso.

A dirla tutta, manco quella mi è riuscita bene, visto che ho ottenuto un B2 parziale che a volermi fare le pulci, mi dovevano contestare subito, così ci mettevo subito una pietra sopra.

Ma i riti di iniziazione verso la nuova, luminosa vita che mi aspetta andavano compiuti fino in fondo, quindi mi appropinquo all'ingresso della fiera. Quand'ecco che scorgo una faccia nota a poca distanza da me.

Appena prima, vedo un microfono con la scritta bianca su sfondo verde che recita: ANSA. Lo tiene in pugno una donna bionda. Accanto a lei, eccolo là: coppola su cappottino scuro di buon taglio, sorriso smagliante e aperto come un tempo sui capelli ingrigiti e corti. E pensare che una ventina d'anni fa circa (minchia: UNA VENTINA??? vado a sotterrarmi) li aveva come Caparezza o Branduardi, se preferite.

Faccio di tutto per non farmi beccare. Va bene tutto, penso, ma il compagno della scuola di giornalismo, nonché ex fidanzato di una mia coinquilina con taccuino d'ordinanza, no, non ce la posso fare.

Mi innervosisco un po', lo ammetto. Per fortuna ho ancora il telefonino, così comincio a messaggiarmi con mia sorella soprattutto per raccontarle del malcapitato incontro.

Rifletto: a parte il piumino rosso, per il resto sono ben nascosta dal mio ridicolo cappello da elfo, gli occhiali e la sciarpa. E poi, si sa, non svetto esattamente sulla folla.

Mi mescolo perciò ai ragazzi che fanno la fila per lasciare bagagli e zaini. Il tipo si avvicina alla coda, io mi giro per dargli le spalle. Avessi avuto anche un giornale, me lo sarei spiegato davanti alla faccia facendoci due buchini. 

La fila scorre lenta, ma in qualche maniera arrivo in fondo, pago due euro (mortacci loro) e consegno tutti i miei beni, portafoglio compreso, agli addetti al guardaroba.
Mal me ne incolga: me ne rendo conto dopo, al momento di rientrarne in possesso.
A quel punto, comunque, saranno a stento le nove e mezzo.

Tracce che preannuncino l'inizio della prova (che poi avverrà alle 12.36, diciamo con calma) non ve ne sono.

Il mio amico, però, è ancora pericolosamente tra noi, per cui mi tengo in movimento per continuare a schivarlo, da un lato, dall'altro per capire come si comporta in casi come questo.

Scriverà un pezzo di colore? Intervisterà qualche disgraziata/o scegliendo a caso come avevo fatto io, in analoga, molto meno ben pagata, circostanza circa un anno fa?

A proposito: sono rimasta in contatto con la coppia di giovani infermieri salentini, venuti a Fermo per un concorso che poi non so come sia finito. Li ho accompagnati in macchina alla stazione per non fargli fare un bel tratto a piedi al termine della prova. Mi hanno raccontato che avevano deciso di partecipare alle stesse selezioni in giro per l'Italia nella speranza di passarle insieme per potersi finalmente sistemare. Che teneri. 

Ho provato analoghi sentimenti anche l'altro ieri, rendendomi conto dell'enorme differenza d'età tra i pochissimi adulti (e passa) come me che chissà perché avevano scelto analogamente di vivere questo tranquillo martedì di paura, e tutti gli altri.

Di molti di loro potevo essere serenamente la madre. Credo di aver scorto anche un padre e un figlio entrambi candidati. Il padre mi ha lanciato un lungo sguardo, come se mi dicesse: "Ma sei una candidata o un'accompagnatrice?". A un certo punto ho visto pure un vecchio con un loden e mi sono detta: "Beh, no, non può essere che partecipi pure lui". Ed è stato in quel momento che sono scoppiata a ridere. 

Meno male. Da lì ho cominciato a rilassarmi.

Mi allontano un pochino dalla folla e salgo al piano superiore, affacciandomi da una specie di balcone con vista sulla disordinata fila al deposito bagagli. Eccola là la coppola con cappotto tre quarti. La osservo muoversi da un punto all'altro, finché si piazza proprio sotto di me. Il taccuino old  fashioned è sparito e ora scrive o prende appunti, chissà, direttamente sul telefonino.

Avrei pagato per avere un binocolo e leggere che diavolo stava digitando. Ammetto che quello sia stato l'unico momento in cui ho provato un pochino di invidia. Ma un resoconto così, da insider, mica l'ha potuto fare lui? Bella consolazione.

Appollaiata lassù, leggo pure un po' un giornale abbandonato da qualcuno, ma poi mi accorgo che la folla comincia a scemare. Starà succedendo qualcosa?
Mi conviene scendere e andare a controllare. In effetti, i candidati vengono risucchiati dietro una porta che si apre facendo entrare tutto il gelo di Burian. Non che lì dentro facesse granché caldo: se non fossi stata vestita come Rebecka, temo che non l'avrei presa così sportivamente.

Si va. Eccoci dentro. Mostro la domanda firmata e datata alle tipe e il documento:"Sei nata nel 1971?". "Sì". "Come una mia amica", commenta la giovane e gentile addetta facendomi sentire un po' meno anziana. Pensate se mi avesse detto "come mia madre", "o mia nonna", ha aggiunto mia sorella mentre, a metà pomeriggio, mangiavo la pasta al pesto che mi aveva messo da parte.

Mi indicano un banco. Mi siedo. Correnti glaciali arrivano da dietro le mie spalle.
Mi guardo intorno. C'è uno con i capelli grigi, e vai. Ma magari era albino.
Sulla mia destra una ragazzina (giuro: sembrava una liceale) con i capelli rossi e un visino spaurito (magari è lei che ha preso 26, ossia il voto più alto della prima mattinata). Sulla mia sinistra un ragazzo occhialuto, un futuro Enrico Letta, a occhio.

Giustamente loro mi guardano perplessi, io evito di fissarli troppo a lungo. Però è impossibile non scambiarsi almeno qualche parola, anche perché l'attesa è davvero impressionante.

La commissione non sa più cosa inventarsi per intrattenerci, dopo averci illustrato la rana e la fava delle regole concorsuali almeno tre volte.
Il fatto è che, per la trasparenza, hanno deciso di stampare TUTTI i quiz direttamente lì, nello stanzone della fiera. Meriterebbero il Nobel dell'organizzazione. Persino Peppe ne andrebbe fiero.

Ma chi è Peppe? Eh, se sapeste. Oltre a essere l'incarnazione dell'homo medius alle prese con la pazza pazza burocrazia, Peppe, e lo spot girato sui canali Rai a fine 2017 che ne narrava le gesta, era l'oggetto di una domanda cui avrei dovuto rispondere.
Non sapendola, l'ho lasciata in bianco come suggerivano di fare per non incorrere in penalità.
Peccato che così facendo non abbia risposto a un terzo dei quizzzzzz, ma così almeno ho conservato un pochino di dignità.

E no perché, francamente, l'altro ieri mattina mica mi ricordavo che il lago di Bolsena è vulcanico né avevo la benché minima idea di quante probabilità avevo di estrarre una penna di un colore o un altro.

Insomma, non l'ho passato, ma non ci è riuscita neanche la stragrande maggioranza di questa bella gioventù che si è buttata a corpo morto sul concorso manco se fossero pacchi umanitari lanciati dall'aereo.

Molto frequenti gli accenti del sud, molte le ragazze. Una di queste, dalla faccia rubiconda e solare, ha fatto una battuta mentre aspettavamo di riprenderci le borse schiacciati dietro al nastro blu dall'ennesima non fila: "Se mi davano cento euro lo facevo io questo lavoro di andare avanti e indietro: così facevo anche un po' di palestra!".

Magari lei è un'altra di quelle che sfilerà la sedia dalle terga di Boeri (detto con tutto il rispetto per il suddetto, visto che per lo meno ha avuto uno straccio di idea per rinnovare un pezzo importante della nostra pubblica amministrazione. Magari non queste modalità di selezione, ma d'altra parte è tutto un annerire di pallini un po' in ogni dove).

Glielo auguro: come Papa Bergoglio, mi sono ritrovata a pensarlo molte volte guardando tutti questi ragazzi disorientati da un paese che di certo non dà loro molte speranze. Basta leggere i commenti della pagina Facebook del concorso, che a breve abbandonerò, per farsi un'idea di chi siano i giovani italiani di oggi.

Per chi non avesse visto il servizio al tg1 (e già, c'era pure la Rai: un tipo ha chiesto anche a me se volevo dire qualcosa sul concorso, davvero paradossale) o letto il pezzo del mio ex compagno della scuola di giornalismo, i circa ventunmila partecipanti erano come minimo laureati, 33 anni l'età media, tutti o quasi con una conoscenza dell'inglese (ma chissà quante altre lingue parlano) superiore al livello intermedio.

Insomma, in buona parte si trattava di ragazzi preparati, costretti a un a genere di selezione che definirei cretina e insieme crudele. 
Certo, ci si può anche sottrarre, ma non è semplice se intorno hai il deserto.

Ci mancavano, poi, anche le condizioni meteo a rendere ancora più ostiche le due giornate di concorso: moltissimi i disagi, diverse le rinunce e altrettante le proteste. Qualcuno ha chiesto se potevano rinviare le prove, qualcun altro di potersene andare via prima per non perdere l'aereo pagato, presumo, non pochissimo pur di abbattere per lo meno il costo del pernottamento a Roma.

A questa persona, pare, avrebbero risposto che no, non si poteva fare, perché lei, loro, cioè noi, non avevamo diritti.

Non ero presente, per cui non posso avere la certezza che la conversazione si sia svolta esattamente così.
La vera tristezza, però, è che il presunto autore di una così infelice frase tutti i torti non li ha.

Bella, bellissima la nostra Costituzione, che ho avuto il piacere di rileggere in vista dell'anneritura dei pallini. 

Peccato che sia quasi del tutto inapplicata. 

E non ditemi che adesso abbiamo l'occasione di cambiare le cose nel segreto della cabina elettorale.

Ma giusto in chiusura mi assale un dubbio: non ci sarà mica da annerire qualche pallino pure lì?

giovedì 22 febbraio 2018

Ho ancora bisogno di te


Dovrei alzarmi da questa sedia e andare a fare qualcosa di pratico, ma sono giorni e giorni che ho davanti questa fotografia, ri-fotografata l'ultima domenica dello scorso gennaio, al termine di un pranzo di famiglia che ho voluto strappare alla routine degli spostamenti da e verso Chieti in solitaria, quelli fatti, voglio dire, da mia sorella e da me per dare il giorno di riposo alla tizia che dorme da nostro padre.

Eravamo davanti al Campidoglio, in abiti eleganti come si conviene alla mamma e alla sorella della sposa. Ricordo molte cose di quella giornata e anche di quella seguente, compresi alcuni piccoli incidenti frutto dell'emozione collettiva (e del maltempo: quanta pioggia!).

La osservo spesso quando vado giù, come faccio, d'altra parte, anche con le altre fotografie appese alle pareti da lei, nostra, mia madre.

Le piaceva radunarle in piccoli collage corredati di didascalie scritte a penna che man mano vanno sbiadendosi. 
Negli anni era diventata più palesemente sentimentale, anche se manteneva comunque un certo contegno, tipico di chi non gradisce troppo le smancerie.

Eppure amava riceverne o almeno io ricordo diverse occasioni in cui si è mostrata offesa per la mancanza di tatto, vera o presunta, degli altri. 
Permalosa? Forse sì, lo era, ma vere ferite non credo ne abbia ricevute. 
Qualche delusione gliel'abbiamo data (io di sicuro), ma il legame tra noi non si è mai spezzato e credo l'abbia sentito (almeno lo spero) fino alla fine.

Comunque, tornando alla fotografia, mi piace molto l'espressione che abbiamo entrambe.
Il suo sorriso è aperto e accogliente (credo dipenda dall'autore dello scatto, mio marito, presumo, verso cui mia madre ha mostrato, diciamo quasi da subito, grande simpatia).
Io, invece, non mostro i denti, come faccio nelle foto non forzate.

Mi limito a sorridere, appoggiandomi leggermente a lei, la mia forza, il mio bastone. Anche in senso negativo.
Non c'è stata mai nessuna persona capace di farmi sentire piccola e insignificante più di mia madre.
Che, al contrario di quanto possiate pensare in questo momento, mi riempiva spesso di complimenti, soprattutto per il mio aspetto e per la mia natura "fragile e forte", come mi scrisse in una lettera.

In quel periodo litigavamo per le mie scelte professionali, ma lì, in quello scatto, mi accorgo che non ve ne fosse minima traccia. Il bene che ci volevamo andava oltre la ragione, i progetti e gli errori che pure sono seguiti.

In quella foto sono solo la figlia, la sua Sandrina così confusa e dolce, la sorellina orgogliosa che gioca a fare la donna, ma che in realtà ha ancora bisogno di affetto e di supporto.

Ne ho bisogno ancora oggi, ma quello sguardo lì non c'è più né potrà più esserci. 

Sono stata fortunata, però.
Non tutti sono amati dai genitori, dalle madri, poi.

Avrei voluto avere più tempo per farmi vedere come sono oggi, con le pezze al culo più del solito,  un po' smagrita, ma con la testa assai più sgombra dalle inutilità.

Chissà che faccia avremmo avuto se avessero potuto fotografarci insieme a una festa, o magari durante un viaggio, uno dei molti che lei avrebbe voluto fare e che molto vorrei fare anch'io prima che sia troppo tardi.

Eppure io sento che c'è e che mi segue. Ogni tanto mi viene a trovare in sogno e in genere è energica come lo è stata da viva. 

Che mi stia dicendo ancora di non mollare?
Ma io non mollo, cara mamma, stai tranquilla. Non è facile, no, anzi: è durissima, ma sento di essere a un passo dal decollo, e stavolta non è un'illusione delle mie, perché di illusioni non ne ho più.

Aiutami a restare concreta e insieme a non avere paura. 
Fammi sentire che posso ancora appoggiare la mia spalla alla tua e sorridere lievemente, come in quella foto.

E non andartene, non ancora, almeno.

C'è molto bisogno di te, quaggiù.
Io, figlia a metà, ho ancora molto bisogno di te.


venerdì 19 gennaio 2018

Omaggio a José Greco, il re italiano della danza spagnola

José Greco nel film "La nave dei folli", 1965


"Eccovi qua chi ero: un bambino italiano cresciuto a Brooklyn, diventato un ballerino di danza spagnola e dopo, per qualche bizzarria del destino, 'il brindisi della Scandinavia'. Nessun romanziere vi avrebbe mai consigliato una trama simile".

Le parole sopra riportate appartengono a Costanzo Greco, il nome vero del Principe del flamenco noto anche a Hollywood con il nome di José Greco, nato a Montorio dei Frentani, oggi in Molise, due giorni prima del Natale 1918.

La frase è tratta dall'autobiografia scritta dall'artista con Harvey Ardman nel 1977, intitolata The gypsy in my soul, letteralmente "lo zingaro nella mia anima". 
Se mai avesse potuto tradurla nella lingua madre, ho la sensazione che Mister Greco avrebbe scelto di puntare di più sul suono fortemente evocativo della nostra parola cuore, associandolo, certo, alla componente "zingara" dell'arte della sua vita, ma anche alla nostalgia per le radici lontane, ricercate probabilmente in tutte le donne che ha amato.

Peccadillos chiama il nostro eroe le storie multiple e le avventure passeggere intrecciate mentre mette su e porta al successo la compagnia di ballerini di origine prevalentemente ispanica e gypsy, con la quale sbarcherà nel giugno del 1949 in Scandinavia e Danimarca, le prime terre del Vecchio Continente, dopo la Spagna qualche anno prima, destinate a consacrarlo a sovrano della danza spagnola moderna, approdata in Europa e in Nord America negli anni Trenta dell'Ottocento.

Un po' di storia del flamenco e dintorni, tratta da giornali dell'epoca, è riportata nel libro nel punto in cui Greco parla della vigilia del debutto a Broadway, a pochi metri da dove ha fatto il "ticket runner", quando il suo futuro agente Jack Nonnebacher gli consiglia di lasciar perdere la danza e di fare piuttosto il camionista.

Chi avrebbe mai immaginato, invece, che un giorno il suo nome sarebbe comparso a caratteri cubitali e luminosi sulla facciata del Lee Shubert Theatre? Probabilmente non l'avrebbe mai detto nemmeno l'impresario che dava il nome a quest'ultimo se non l'avesse notato nel film "Manolete", visto per caso qualche anno dopo l'uscita in una sala di Parigi. 
E dire che il nostro Costanzo non ne parla benissimo nel libro: ricorda, sì, di aver ballato molto bene (altro che), ma le riprese durano molto più di quello che gli avevano promesso, in anni in cui lui si è già fatto conoscere e apprezzare direttamente a Siviglia, durante una tournée molto impegnativa che gli permette di accumulare sufficiente denaro per tornare in Italia per la prima volta dall'infanzia e portare una montagna di regali ai suoi compaesani.

Ancora oggi, dalle parti di Montorio, si rievocano di tanto in tanto i bauli carichi di vestiti (e molto, troppo pepe!) collocati dal danzatore italo-americano in mezzo alla piazza perché ognuno potesse scegliere quello che voleva. 
Divertente l'aneddoto-postilla che di sicuro avrà prodotto analoga reazione anche sullo scrittore che l'ha aiutato a buttare giù i suoi ricordi. Gli dice infatti lo zio: "Sei stato così generoso con noi, Costanzo, ma la prossima volta...". "La prossima volta cosa?", gli risponde la nostra star. "Beh, il denaro sarebbe più utile. Con il denaro potremmo comprarci da soli le cose, magari più economiche di quelle che ci hai comprato tu".

Della serie: evviva la gratitudine.

Da migrante transitato per l'Oceano Atlantico a bordo di una nave come tanti prima e dopo di lui, Greco però capisce il senso della richiesta del suo parente, perché conosce, eccome, il valore del denaro, un tema che percorre tutta la sua autobiografia e che, credo, lo avrà preoccupato fino alla fine dei suoi giorni.

Perché il successo non ti regala necessariamente anche la stabilità economica, ribadisce a più riprese: pagine e pagine, anzi, sono dedicate proprio all'analisi delle spese affrontate per organizzare le tournée, altre alle trattative con gli artisti, non tutti descritti come il massimo dell'affidabilità. Più di qualcuno, anzi, l'abbandona nel mezzo dei preparativi di un nuovo spettacolo, per altri Greco è costretto a fare da mediatore per via di intrecci amorosi piuttosto complicati. 

A volte si sente la fatica che gli costava tenere tutto in piedi, considerando anche i suoi, di intrecci amorosi, un aspetto di cui parla piuttosto diffusamente.

Al di là di tutto, a me sembra vero solo questo: Greco doveva danzare e diventare la star che tutti gli appassionati di danza spagnola conoscono e ammirano ancora oggi.

Se non l'avesse fatto, la storia dell'umanità lo avrebbe rimpianto per sempre.

Per capire di che cosa sto parlando, basta vederlo atterrare con il ginocchio piegato con quel "mix di eleganza e forza" che gli attribuiscono i critici all'indomani del debutto a Broadway. Le repliche dovevano essere una quindicina, ma Mister Shubert le allunga a un paio di mesi. Nel frattempo, Greco va anche in tv e riceve altre proposte cinematografiche. 

Nel '52 esce il film "Sombrero", un rifacimento di Don Chisciotte in salsa messicana, racconta, girato da Norman Foster. Nel film è costretto a dare uno schiaffo alla protagonista (Chyd Charisse) che interpreta la parte di sua sorella, mentre lui è un discendente di una famiglia di zingari spagnoli, oltre che un torero.  La pellicola non lo convince, o forse è più esatto dire che è lui a non essere convinto di se stesso, perché un conto è danzare, un altro è essere pronti ai ripetuti ciak chiesti dal cinema.

Sia come sia, noi profani non ce ne accorgiamo e ogni scena in cui l'hanno immortalato mentre accompagna l'aria con il suo corpo è un puro piacere per gli occhi. E l'anima. O il cuore, se preferite.

Lo sapeva persino Simone Signoret, sua compagna di cast nel film La nave dei folli, accanto a molti altri famosissimi attori, che un giorno gli dice: "Sai, José, non avrei mai potuto avere una storia con te". "E perché?", le risponde lui sorpreso. "Beh, sei troppo simile a mio marito, Yves Montand. Se avessimo avuto una storia mi sarebbe sembrato di fare l'amore con lui. E quello posso averlo di tanto in tanto".

Simpatica e intelligente la Signoret, non c'è che dire, come riconosce Mister Greco, che apprezza molto anche Vivien Leigh, David Niven, suo compagno di cast nel "Giro del mondo in 80 giorni" e svariati altri Vip.

Tra i più famosi c'è sicuramente Frank Sinatra, che gli regala un mucchio di soldi salvandolo dai guai in un casinò di Las Vegas. E poi ci sono gli incontri ufficiali, come quello che Charles De Gaulle, che si vede stringergli la mano durante una cerimonia di gala. Prestigiosissima è la Croce di Cavaliere al merito civile di Spagna ricevuta in ambasciata a Washington l'8 aprile 1962.

Proprio quell'anno è nato José jr, uno dei figli di Lola DeRonda, un'altrettanto indimenticabile regina della danza spagnola, che sarà celebrata con l'immortale papà in una serata omaggio prevista a Porto San Giorgio il prossimo 2 febbraio nel teatro della cittadina marchigiana a partire dalle 21.15. 




Come mai lì? Perché proprio a Lu Portu vive il quartogenito di Costanzo, José jr, ballerino e insegnante come poi è stato anche suo padre: a lui e all'attrice Elisa Ravanesi innanzitutto il merito di aver organizzato lo spettacolo al quale parteciperà anche la sorella minore Lola e altri artisti appassionati di musica e danza spagnola.

Molto disonorevolmente sono stata coinvolta anch'io nelle vesti, davvero poco abituali, di presentatrice.
Non vi nascondo l'ansia, ma insieme anche l'emozione, autentica, per questo viaggio alla scoperta di una vita davvero straordinaria.

Verso la fine del libro Costanzo cita una vecchia storiella vaudeville che gli racconta una volta il suo caro amico Nonnebacher, per risollevarsi reciprocamente di fronte agli ennesimi problemi economici.

"C'era un uomo che affermava di avere di un asino parlante, ma quest'ultimo non parlava mai". Greco non rammenta i passaggi intermedi, ma sa che a un certo punto c'è un impresario che aspettava e aspettava che l'asino finalmente parlasse che dice all'uomo: "Quando l'asino parlerà, diventerai ricco". Bene: per Jack un giorno o l'altro l'asino avrebbe parlato.

Proprio nelle ultime righe mister Greco si sofferma sulla sua grande ed estesa famiglia, dedicando parole a ciascuno dei suoi sei figli e a Nana Lorca, la penultima compagna di vita prima della giovanissima Anna, che si innamorerà di lui quando ha appena sedici anni e lui molti di più: e infine ad Argentinita, vera e propria sacerdotessa della danza spagnola, colei che gli dà il nome d'arte José oltre che l'anello simbolo dell'unione imperitura con l'arte. Quindi conclude: "In qualche modo, credo che il futuro si farà da solo. E chi lo sa: forse l'asino finalmente parlerà".

Speriamo abbia ragione. Ma sì che ce l'ha.

Nell'attesa, chi può, intanto, venga in teatro a vederci.





martedì 9 gennaio 2018

Vitaliano Trevisan parte seconda: risposta (scritta) alla domanda di un amico

Come pensi si debba reagire di fronte a un cambiamento lavorativo? Cosa ti ha lasciato il fatto di aver dovuto affrontare nuove situazioni, conoscere nuovi colleghi, etc?



La domanda in corsivo mi è stata fatta via Whatsapp da un amico che mi ha onorato della lettura del post precedente sul libro di Vitaliano Trevisan.

Con mia grande sorpresa, mi ha spiazzata: e mo' che gli rispondo?, mi sono detta.
Per prendere tempo, gli ho chiesto di mandarmi la sua mail: ho bisogno di "nascondermi" dietro le parole scritte, ho precisato.

E' davvero difficile dire qualcosa di univoco. Spero almeno di riuscire a essere chiara.

Dunque, cominciamo.

Parto dagli stage, per definizione destinati a concludersi in tempi più e meno rapidi.
Nelle aziende più grandi (la più grande per definizione nel settore pubblico della tv, per capirsi) mi vedevo talmente ragazzina professionalmente parlando, da non aver mai neanche per un momento pensato che quello sarebbe stato il mio futuro luogo di lavoro. Accomiatarsi alla fine, perciò, è stata più una festa di fine anno scolastico che altro. Poco tempo fa, tra l'altro, ho ritrovato le foto che avevo scattato l'ultimo giorno ai colleghi, alle cui scrivanie (com'è successo in tutti i successivi stage che ho fatto dopo) mi alternavo in coincidenza con le loro ferie. Che bella esperienza e che ambiente rilassato, almeno all'epoca.

Un po' diverso è diventato il mio atteggiamento con i primi contratti di collaborazione fino alla sostituzione di maternità nel giornale economico più importante d'Italia, vissuta, francamente, non al massimo della mia lucidità.

Lì chiudere non è stato affatto semplice (mi ricordo i pianti e la scatola con i pochi effetti personali che ho dovuto portare via con me), anche se a distanza di tempo ho fatto pace innanzitutto con me stessa per l'incauta scelta di andarmene dalla città.

Poi sono venuti i primi tre anni marchigiani, partiti, romanticamente, benissimo. Lo strappo finale è stato duro, molto duro, e mi ci è voluto del tempo per abituarmi alla solitudine di una casa non mia, a pochi passi da una piazza addormentata nella nebbia, a svolgere un lavoro a distanza, parlando quasi tutti i giorni con gente che abitava, guarda caso, proprio nella città che tanto mi era parsa ostile. Era strano non incontrarsi, ma con il tempo, però, finisci per abituarti al silenzio e anche all'indipendenza che ti regala l'assenza di subordinazione.

Quel lavoro è finito poco alla volta, come un paziente terminale che man mano se ne va. Ed è coinciso, in effetti, con la malattia di mia mamma, per cui, sinceramente, non ne ho avvertito più di tanto la conclusione definitiva.

Poi sono sbarcata a Lu Portu, con un'energia e un'incoscienza forse tipiche dei cani che viaggiano da troppo tempo a briglia sciolta.

Le chiusure degli ultimi tempi non sono state, quindi, granché dolorose, perché via via ho finito per considerare normale che qualcosa finisca (soprattutto quando non si crede che valga la pena proseguire), con tutto quello che comporta in termini di relazioni umane che saltano. Di qualcuna sento la mancanza, ma è meglio andarsene nutrendo un sentimento positivo piuttosto che arrivare a non sopportarsi più.

Sia che si scelga di andarsene, ma anche in caso contrario, resta però latente un certo sapore amaro, che non so dire se sia senso di colpa o una sottile forma di auto commiserazione, ma dura poco: giorni, settimane, al massimo pochi mesi. Almeno, finora è stato sempre così.

In tutto questo gran peregrinare disordinato, ho comunque fatto chiarezza su quello che mi aspetto da un lavoro e mi pare già un grande risultato. 

Rimando alla prossima domanda del mio amico (se mai avrà il coraggio di farmela) la spiegazione della precedente frase (una persona disoccupata è bene che tenga un basso profilo: non si sa mai che si giochi qualche buona occasione di lavoro), però davvero lo ringrazio di avermi dato l'occasione di tornare sulle riflessioni scatenate dalla lettura del bel libro di Trevisan.

lunedì 8 gennaio 2018

Vitaliano Trevisan, il lavoro e il dolore che fa bene


Ero indecisa se scrivere qualche riga su Works, il libro di Vitaliano Trevisan che ho finito di leggere ieri mattina. Non vorrei che si confondesse la forte impressione che hanno prodotto su di me le oltre seicento pagine che lo scrittore vicentino ha dedicato ai suoi svariati e più lavori che l'hanno impegnato dai tempi della scuola al 2002 con il mio personale percorso professionale così disastrato.

Certo, se Trevisan mi ha colpito vuol dire che ha toccato qualche corda che mi riguarda molto direttamente, ma il rischio che corro, quando succede com'è effettivamente successo con lui, è di diventare barbosa oltre ogni misura.

Posso solo dirvi che consiglio la lettura di questo viaggio nella ricca provincia italiana del Nord Est, partito negli anni Settanta del secolo scorso e approdato nei primi due dell'attuale, a chi abbia voglia di immergersi in una scrittura cervellotica e sinuosa, ironica e amara. 

Ho letto qui e là paludatissime recensioni che ne coglierebbero citazioni più e meno esplicite da Thomas Bernhard, un autore a me del tutto sconosciuto. Niente di più facile, visto che Trevisan lo nomina nel libro a più riprese come uno dei suoi tre numi tutelari, letterariamente parlando, insieme con Samuel Beckett e Ludwig Wittgenstein. La mia crassa ignoranza mi ha preservato finora dalla lettura pure degli altri due, quindi figuriamoci se mi metto a negare l'esistenza di punti di contatto tra lui e loro.

Sia come sia, Trevisan mi ha fatto invece nascere proprio la curiosità di saperne di più, di Bernhard and co, e in generale ho apprezzato la generosità con la quale si è messo a nudo, o ha finto di farlo (restando però credibilissimo), probabilmente, più di quello che dichiari in corso d'opera.

Dev'essere, in ogni caso, un grande rompicoglioni proprio come si dipinge, dotato contemporaneamente di un istinto speculativo (alla Wittgenstein?) non comune.
Oggi dice di vivere in un paesino di collina lontano dal centro storico "che gli fa schifo" e di passare poche ore al giorno a scrivere, e il resto a camminare o a spaccare la legna.

A vederlo, non dà l'idea che voglia fare il guru e francamente spero di non sbagliarmi.

Mi toccherà a breve restituire al legittimo proprietario una delle migliori scoperte dell'anno passato: un sentito grazie va a lui, e in generale agli organizzatori del Premio Volponi per la letteratura e l'impegno di civile, tornato a Lu Portu dopo vari anni di migrazioni.

E' già la seconda volta che uno dei libri in concorso (anche l'altra volta non il primo classificato) mi dice talmente tanto da provare quasi dispiacere di averlo concluso. In quel caso si trattava di Sebastiano Nata e il suo "Il valore dei giorni": tutt'altra atmosfera e storia, ma, per me, uguale generosità letteraria.

Che altro posso aggiungere?

C'è troppa retorica sul lavoro come modo per "realizzare se stessi", come dice l'autore di Works. Bisognerebbe, se possibile, tentare di capire chi si è e ciò che si può fare con il solo fatto di essere in vita a prescindere dalle proprie ambizioni, chissà se morali o materiali.

L'inquietudine e più ancora la depressione e la voglia di mandare tutto a ramengo sono fedeli compagne di chi arranca giorno dopo giorno senza una meta precisa, ma io credo, in ogni caso, nell'istinto di sopravvivenza, lo stesso penso che faccia Trevisan e molti di noi.

Meno male, poi, che ogni tanto qualcuno fissa sulla carta qualcosa di fondamentale. Di doloroso, anche, ma di quel genere che di dolore che fa bene, perché ti spinge a non addormentarti, o a farlo nei tempi giusti.

Perciò concludo il post e volto pagina. 
Fino al prossimo risveglio.