martedì 3 aprile 2012

Sensi di colpa e caffè


Squilla il telefono di casa.
Da qualche tempo non è più il trillo querulo del precedente apparecchio, ma una musichetta melodiosa, un po' meno ansiogena.
Come da copione, però, tocca a me rispondere per via dell'ossessione dello Sfaccendato per i seccatori. Evidentemente non è per me, ma sulla lapalissiana constatazione non sembra essere dello stesso avviso il tipo all'altro capo (ma i fili del telefono esistono ancora?). "Il signor XXXX?", sento rispondere al mio "Pronto?". E io, di rimando, con un tono abbastanza sfottente: "Eeeeh, no... Un momento, prego".
Nel passare il cordless allo Sfaccendato, avevo già capito che sarebbe andata a finire nel solito modo.
Perché una persona che non capisce al volo, sentendo la mia voce (un po' meno di testa di quella di Ilaria D'Amico, per intendersi), di aver a che fare con una donna e non con un "signor tal dei tali", tanto sveglio non dev'essere.
Difatti.
"Sì, sono io.... sì, quell'annuncio è mio, ma l'ho messo molto tempo fa... precisamente di che cosa ha bisogno? Sì, capisco, ma non credo che un caffè insieme faccia la differenza... beh, se non mi spiega prima che tipo di figura le serve, le farei solo perdere tempo... Beh, insomma, un'idea ce l'avrà... ah, vabbè, ho capito. Non credo che faccia per me... a provvigioni non lavoro. Arrivederci". Clic.
Se c'è una cosa che manda al manicomio lo Sfaccendato, sono i sedicenti imprenditori che non ti sanno dare neanche uno straccio di delucidazione su quello che vogliono. Non si tratta di sapere per filo e per segno che cosa, eventualmente, si andrebbe a fare per loro, quanto di capire con minore vaghezza in che settore si collochi la mansione prospettata. Insomma: a un aspirante macellaio non si direbbe mai prima prendiamoci un caffè che poi, a sorpresa, ti faccio vedere i quarti di bue che dovrai tagliare.
Perché quando il lavoro è un po' meno materiale l'approccio dovrebbe essere diverso?
Oltretutto, allo Sfaccendato è già capitato di bere qualche caffè con soggetti del genere e di imbarcarsi in progetti naufragati al primissimo scoglio (senza riceverne, ovviamente, neanche il rimborso della benzina), per questo adesso è più che prevenuto. Buttata giù la metaforica cornetta (quant'erano belli i telefoni di una volta con la ghiera da far girare), Sfaccendato mi ha detto, sconsolato: "Cose così non posso raccontarle a nessuno, tanto meno a mia madre che mi direbbe pruaaaaaaa", che sarebbe "prova" nell'imitazione mantovanesca, con annesso starnazzamento delle braccia, che è solito destinarle.
Non ci libereremo mai del senso di colpa familiar-genetico? Forse no. Però bisogna buttarlo fuori, svelarsi almeno un po'. Almeno credo. Se dovessi cambiare idea, chiuderò la rubrica e tornerò a recitare anche su questo spazio. 
Perché scrivo questo? 
Perché mi sto accorgendo che un risata amara, a volte, può spegnere il sorriso più di un pianto. 
Staremo a vedere.
A tutti voi buona Pasqua, anzi, buone rinascite.

lunedì 2 aprile 2012

I have (?) a swedish dream... ma a Sambuceto non ci vado


Non avrei voluto farlo, ma lo scrupolo di coscienza ha spinto anche me a mandare il curriculum per un "posto" alla nascente Ikea di San Giovanni Teatino, a due passi dalla casa dei miei genitori.
Dopo aver compilato il modulo online e aver fissato i miei occhi in quelli del direttore delle risorse umane, non ci avevo più pensato. Fino a qualche giorno fa, quando ho beccato su "La Repubblica" (che non leggevo da secoli) un pezzo di Giuseppe Caporale che raccontava la seguente storia: il tizio (e il suo staff) che sta impazzendo dietro i trentamila curricula ricevuti per ridurli ai 200 circa necessari, quello che ho guardato intensamente per capire, lombrosianamente, se mi potevo fidare, ha scritto una lettere aperta a un non meglio identificato politico locale per domandargli di non fare inutile pressing per piazzare i suoi protetti. Insomma, stop alle raccomandazioni, avrebbe detto il responsabile HR dell'Ikea, faremo una selezione come dio comanda.
E speriamo. Non tanto per me, che sono fuori tempo massimo per fare la magazziniera o la cassiera, ma per l'esile fettina di prescelti privi di sponsor.
Perché, diciamolo, un simile assalto a una catena di mobiletti simil fai-da-te, molto amati dai gggiovani, non sarebbe stato possibile in epoca di vacche grasse.
E infatti, al contrario di quanto ho letto poco fa su un articolo di una web tv abruzzese, dubito analogamente che i candidati siano tutti di primo pelo (io non lo sono di certo, per esempio).
D'altra parte i "vecchietti" si auto-annienteranno da sé, raccomandazioni o non raccomandazioni: sempre che non abbiano mentito compilando il form, per esempio dove ti chiedono quante ore sei disposto a lavorare, comprese, naturalmente, quelle del fine settimana. Io sono stata onesta (ed è per questo che non mi chiameranno mai): dovendo viaggiare, visto che sono anni che non abito più vicino ai miei genitori, dovrò pur vedere mio marito (e i miei gatti) ogni tanto. Anche perché, naturalmente, i posti di cui abbisogna il nordico marchio di scaffalature, sono tutti a tempo determinato. Quindi è piuttosto improbabile che dall'oggi al domani ci si trasferisca tutti a Sambuceto, uno dei posti più brutti al mondo.
Insomma, vedremo. Se mai dovessero contattarmi, lo saprete. Salvo, naturalmente, sperticarmi in lodi e blandizie varie se alla fine mi assumessero per davvero e non come semplice mulettista, bensì come RESPONSABILE (senti che megalomania) dell'intero capannone blu e giallo.
Quant'è bello spararla grossa. Sì, fa sentire molto meglio.

venerdì 30 marzo 2012

Caro Mario ti scrivo

Anche i big scrivono lettere, soprattutto nei giorni di relax. E' successo a Mario Monti alle prese con la missione cino-giapponese, che ieri, bontà sua, prendendosi una giusta giornata di pausa, ci ha voluto spiegare che cosa intendesse dire quando ha detto che gli italiani hanno più fiducia in lui che nei partiti.
Anche volendo, come voglio, evitare i talk e le trasmissioni radiofoniche che parlano di suicidio (ieri, salendo in auto, sono stata accolta dal funereo tema di un programma di Radiotre. Ho subito ripiegato su Billie Holiday: la malinconia è una cosa, la disperazione un'altra), è inevitabile che ogni tanto incappi nell'attualità. 
E tuttavia, essendo questo spazio mio e solo mio, preferisco affrontarla da un collaterale punto di vista. 
La premessa è: caro MarioBros, la sfiducia della parte onesta del Paese va ben oltre l'impietoso (impietosissimo) giudizio sull'intero sistema partitico nazionale. Ti spiego perché (e scusami per il tu, ma se Luca Sofri saluta con un ciao il suo pubblico, pure io, che parlo da me a me, posso permettermi un tono amichevole).
La diffidenza nutrita da quelli che pagano tasse, canoni di locazione, contributi, tessere di circoli, iscrizioni alla palestra, bollette, benzina etc etc fino all'ultimo centesimo e puntuali neanche se fossimo in Svizzera si estende a quasi tutta la classe dirigente italiana, della quale, ebbene sì, fai parte anche tu, superministro tecnico.
E sai perché, pur dandoti ancora qualche speranza (più che altro per non perderla io del tutto), non siamo convinti che tu sia poi così diverso dagli esponenti dei fritti partiti che hai giustamente bacchettato?
Perché hai cominciato il tuo mandato rivolgendoti sempre ai soliti, tracciabili fino al midollo osseo, che non sarebbero capaci di rubare neanche una caramella.
Ieri mattina ero in un negozio e aspettavo oziosamente che la mia amica finisse di chiedere informazioni. A un certo punto, tra un'occhiata distratta e l'altra agli oggetti esposti, sono stata attratta dalla conversazione che si stava svolgendo tra l'altro negoziante e un omino anziano. Parlavano di ristrutturare il locale, anche se l'ho capito solo dopo. "Senti - diceva il vecchietto - s'ho costruito una palazzina abusiva... ci s'ho ricavatu tre appartamendi... vuoi che c'abbia paura de fà du colonne?".
Eccoli qua gli italiani. Quelli in cui io non mi riconosco affatto, gli stessi che, poi, molto probabilmente, non hanno mai saltato neanche un'elezione. Ma sai qual è il problema, caro professore? E' che queste persone non hanno del tutto torto: se non c'è nessuno che li controlla, che li multa non appena mettano in moto la betoniera per costruire o raddoppiare volumetrie in posti chiaramente inadatti allo scopo, continueranno a mangiarsi suolo in tutta tranquillità, convinti, magari, di essere dei benefattori perché loro sì che danno lavoro ai "muratò" e fanno "girà" l'economia.
E sai quel che più mi spaventa, Mariuccio? E' che se arriveranno davvero i cinesi e gli indiani con i loro denari, questo Paese così culturalmente arretrato finirà per essere sommerso da un infinito blob di cemento in nome della crescita e della ripresa.
Senza una visione non si va da nessuna parte. Neanche tu e i tuoi ministri piangenti e insieme sprezzanti  del destino di chi vorrebbe ancora averne uno non proprio buio. Di chi paga (e fa sacrifici, eccome) tutto fino alla fine, ma che comincia a essere stanco di non avere nulla, ma proprio nulla, in cambio.
Concludo, comunque, con la solita nota positiva: i platani hanno cominciato a rimettere le foglie e gli ippocastani sono di nuovo molto verdi. L'acqua del mare, ieri, era limpidissima e tra poco torneranno le rondini. Torna anche tu in patria e, per favore, da' un'occhiata anche tu al paesaggio italiano e aiutaci a difenderlo dai barbari, interni ed esterni.

mercoledì 28 marzo 2012

"Fare giornalismo": what does it mean?



Sfaccendato-man è una vera miniera di informazioni. Sulle ultime tendenze del mondo del lavoro ne sa davvero assai più di me. Giusto ieri gli è arrivata questa inserzione, che riporto pari pari di seguito:

"Il compito del Redattore è quello di aprire un giornale on-line gestito in piena autonomia redazionale e commerciale ed inserito in un network il cui centro direzionale è Senigallia. 
Il vantaggio di far parte di un network sono molteplici (legale, tecnologico, know how, burocratico, logistico, di avviamento, ecc). Contratto quadriennale ed impegno minimo di almeno di due anni.Servizi offerti: Set-up grafico, affiancamento editoriale, affiancamento nell'accreditamento; Servizi compresi nel canone mensile: server, banda, domino ed email; piattaforma ed aggiornamenti; archivio fotografico; consulenza legale su articoli e commenti; assistenza editoriale e tecnica".


E fin qui potrebbe sembrare quasi (quasi) allettante, anche perché, di questi tempi, chi è che ti offre un contratto quadriennale (minimo)? 
L'entusiasmo scema però subito subito, leggendo le competenze richieste. Eccole:

"Titolo di studio: diploma di maturità" (e vabbè: quanti giornalisti non hanno la laurea? Di certo non è una discriminante, considerato poi quanto inutile sia il pezzo di carta accademico per chi ha frequentato facoltà umanistiche);

"Esperienza minima: non richiesta" (ah! quindi prendete anche i pivelli? gli fate fare il praticantato? Ottimo! Mmmh, mi sa che non è così...);

Requisiti minimi: (qui viene il bello) "Persona che ama fare giornalismo, curioso, attento alle vicende della sua città, capace di interpretare i fenomeni, di saperli documentare e che sappia scrivere bene; discreto e non invadente, gentile e desideroso di crescere nella professione di giornalista anche on-line. Buona dimestichezza con gli strumenti informatici e il web grazie ai quali riesca a creare relazioni e collaborazioni; anima commerciale ed intraprendente nel vendere spazi pubblicitari; capacità di lavorare in team."


Ora, pur ben sapendo che non esistono solo i grandi media e che soprattutto non tutti hanno la possibilità di accedervi per uno stage, un contrattino o per una gita con la classe, temo che nel suddetto annuncio vi sia più di un elemento di oscurità. 
Qualcuno mi saprebbe spiegare che cosa significa, concretamente, "amar fare giornalismo" e al contempo essere "discreto e non invadente, gentile e generoso di crescere nella professione"? 
In particolare, m'inquieta assai l'ultimo aggettivo: la generosità è sicuramente una bella dote, ma nello specifico che cosa implica? Qualcosa mi dice che la suddetta debba esercitarsi nei confronti del proprio datore di lavoro e della busta paga ricevuta in cambio.
Mi sbaglio? 
Stavolta non ho voglia, ma sto meditando seriamente di cominciare a candidarmi a questi annunci e di vedere come va a finire. Sempre che mi chiamino, perché, per esperienze pregresse, qualcosa mi dice che verrò scartata in partenza. Probabilmente non mi riterrebbero sufficientemente gentile e discreta. E poi, lo ammetto, pur essendo bastevolmente intraprendente, non ho un'anima molto commerciale. 

A quest'ultimo proposito: capisco che le piccole realtà editoriali debbano arrabbattarsi come possono. 
Però niente mi toglie dalla testa che scrivere pezzi "gentili" e andare a caccia di pubblicità allo stesso tempo (magari presso gli stessi soggetti su cui si è scritto) crei piccoli, ma in realtà grandi, conflitti d'interesse.

Succede in continuazione, lo so benissimo, come sono consapevole anche del fatto che pure nei grandi gruppi editoriali i giornalisti debbano sottostare tutti i giorni alle leggi del proprio editore-padre padrone.
Cioè: se muore Doro Della Valle, è ovvio che tutti i media, ma proprio tutti, debbano, non solo darne la notizia (che comunque è tale in ogni caso), ma anche, se possibile, tesserne l'elogio funebre.
Poi, magari, la pagina dopo c'è una bella scarpa del noto marchio di Casette d'Ete.
Insomma, il conflitto d'interesse non ce l'ha solo Berlusconi, ma un bel discreto numero di persone.

Però, per chi lavora nei giornali più importanti, almeno, c'è qualche tutela in più (ancora per un po', almeno) in caso di pezzo un po' più invadente o di qualche improvvisa alzata di orgoglio contro lo strapotere degli inserzionisti.
Nelle piccole realtà, invece, si rischia di ritrovarsi fuori dalle balle ben prima che scada il contratto sottoscritto (già un lusso piuttosto raro), sia per la paga da fame (si aprono scommesse in merito) sia perché si è risultati in poco tempo sgraditi a qualche politicante locale che magari ha pure la fabbrichetta di materiale edile che ha sponsorizzato il sito, il giornale o quel che era.

Oppure, semplicemente, accade un'altra cosa: il team intraprendente in cui si era avuta la fortuna di essere annoverati, dall'oggi al domani, puff, sparisce nel vuoto, perché l'imprenditore di turno si accorge che non ha più i denari per l'attività. No sponsor no sito (né giornale, newsletter etc etc). 

Che fine faranno i valenti redattori ingaggiati? Beh, se sono giovani giovani (come penso siano nella maggior parte dei casi), transiteranno in qualche altra magnifica realtà editoriale. Se sono più grandicelli, invece, dovranno augurarsi di aver, almeno, imparato qualche cosa. Che cosa? 
Prima di tutto a non fidarsi di annunci scritti così male. 
In secondo luogo, a cambiare mestiere, finché sono in tempo.

Se invece niente, insistono perché sentono di avere davvero il sacro fuoco di Montanelli, conviene che si armino di coraggio e prendano a battere porte un po' meno periferiche.
Sperando, come mi disse una volta un caporedattore di un grande giornale ormai perso di vista (ahimè) di avere una zia che li possa ospitare mentre fanno (discretamente e gentilmente) la fame come freelance e/o affini.

Un'ultima strada, infine, c'è: dopo un discreto numero di porte in faccia e di pezzi scritti (letti, montati etc etc), chi può dovrebbe chiedere alla suddetta zia un piccolo gruzzolo e usarlo per mettere in piedi da soli, senza improbabili editori alle spalle, un team di persone volenterose, capaci e con ruoli ben precisi e differenziati (chi scrive NON PUO' fare anche l'agente! Al limite giusto il direttore può trattare con gli inserzionisti, guardandosi bene dal parlarne nei propri editoriali, soprattutto non in maniera elogiativa) e tentare di reinventarsi questo lavoro, tuttora affascinante per chi abbia davvero curiosità e capacità di interpretare il mondo.

Se potessi, sarebbe proprio questo quello che farei.
E' solo un sogno?
Beh, se lo fosse, è già un segnale che sono ancora viva. E lotto ancora, anche se in un presente sempre meno limpido.
E voi come state?














 

lunedì 26 marzo 2012

L'utilità delle agggenzie interinali


Tempo fa un amico dello "sfaccendato man" (da quest'ultimo oramai rigettato) ebbe a dirgli: "Ma 'ste agggenzie interinali? Nella mia fabbrica ne arrivano tanti da lì". Sfaccendato-man, ovviamente, non poteva prendere bene questa osservazione, dal momento che il giro nelle suddette agenzie interinali l'aveva fatto eccome, ripetendolo, peraltro, periodicamente, più per tacitare la coscienza che riponendovi reale fiducia. Si dice che non bisognerebbe tirarsela da sé, che non c'è niente di peggio di una profezia che si auto-avvera; in ogni caso, la realtà è questa: le agggenzie interinali per un uomo neo43enne che non ha mai fatto l'operaio non servono a nulla.
O meglio: a qualcosa servono.
Il bigliettino da visita della Manpower, cartonato e duretto, è un'ottima zeppa per la gamba del comodino di sfaccendato-man che balla un po'. Soltanto, bisogna ricordarsi di rinfilarlo quando, per spazzare meglio, si sposta "il mobile vecchio" (cit da una mia conoscenza, che ha apostrofato in questo modo la mobilia della nostra camera da letto. E dire che ero così orgogliosa di mostrarle il letto della nonna. Ah, questi spiriti pratici e così poco poetici): altrimenti, c'è il rischio che la gattina lo intercetti e cominci a giocarci. E trovare un sostituto della così preziosa zeppa non è facile.
Oddio, di recente "Sfaccendato" è tornato in un'altra agenzia (da cui è stato omaggiato di un nuovo, cartonatissimo, biglietto da visita) suggeritagli stavolta da un giovane politicante . Com'è andata a finire? Si sono presi i suoi dati e l'hanno congedato. Da allora sono passate già due settimane,  invano. E dire che Sfaccendata aveva suggerito al suo consorte di approfittare della gita in quella zona della città per andare a cercare il deposito di un noto produttore locale di pipe. Peccato che Sfaccendato sia dovuto correre via il più in fretta possibile, tormentato da un fortissimo bisogno di urinare. "Non potevi chiedere se avevano un bagno?", gli ha chiesto Sfaccendata, "almeno a qualcosa ti sarebbero stati utili".
Mai confondere bisogni fisici (fisiologici) con altri più elevati.
Qualche giorno dopo l'inutile incursione, le agggenzie si sono però fatte vive con Sfaccendato. Finalmente, direte voi. Perché non ve ne ho detto ancora la ragione. Avendo, il nostro, compiuto gli anni, molto carinamente ha ricevuto gli auguri via email, un po' come fa anche il bancomat, ogni volta che risucchia (non metaforicamente) il nostro bancomat e il relativo Pin. "Buongiorno, XXXXX, e buon compleanno": che cortese la tecnologia.
E in ogni caso, per riprendersi dall'ennesima botta depressiva, nei giorni scorsi Sfaccendato e Sfaccendata si sono concessi una benefica giornata di gita e altre piccole escursioni naturalistiche. E sapete che vi dico? E' una tecnica che funziona. Almeno, finché la benzina non toccherà i tre euro. Ma restano sempre le gambe. E camminare è un ottimo allenamento contro le crepe del cuore. Parola di Sfaccendata. Augh.

Ps La foto è stata scattata dalla Sfaccendata in uno degli ultimi giri anti-blue: mi piace molto il nome del partito scelto dall'autore della scritta. Chissà perché.

Monologhi allo specchio


Sono stata una grande attrice.
Veramente. Fatevelo dire dalla maestra Filomena (sempre che rammenti bene il suo nome): sul palcoscenico mi sentivo a mio agio e mi divertivo moltissimo nei panni della figliola che racconta la sua giornata ai genitori, davanti a un piatto fumante di qualche cosa ("abbiamo mangiato veramente", ho scritto nell'album dedicato a me e alla mia famiglia che la maestra mi fece realizzare credo in quinta elementare).
La magia è durata però fino verso ai cinque anni, quando mi sono fatta improvvisamente timida. Ho ancora negli occhi l'immagine di me impalata davanti al pubblico dei genitori, non più in grado di assecondare l'emissione della mia vocetta, via via sempre più flebile, con i movimenti del corpo.
Mi ci sono voluti anni (e anni) per liberarmi dalla goffaggine. Sempre ammesso di esserci riuscita davvero.
Ricordo ancora la canzone "zingarella" eseguita pateticamente in terza elementare e le tournée con il coro parrocchiale, chiamato "minicol" (chissà perché con la elle, e non con la erre), in cui, mi diceva mia madre, cantavo a squarciagola. Mescolata nel gruppo, mi scateno. Ancora oggi è così. Da sola tendo alla tragedia, in compagnia faccio il giullare.
A quest'ultimo proposito, mi è tornato in mente un episodio della mia adolescenza giusto qualche giorno fa, dopo aver intervistato l'immensa Franca Valeri. Proprio in fondo, la signora del teatro consiglia, a chi abbia davvero voglia di confrontarsi con i grandi, di leggere Ovidio, Dante e Shakespeare. Beh, qui posso dirlo con orgoglio: il drammaturgo britannico era pane per i miei denti quando avevo quattordici-quindici anni. Mi rivedo in particolare sprofondata nel librone rilegato come una bibbia dal Club degli editori a leggere le avventure di Riccardo Terzo, Re Lear e Amleto.
Soprattutto, mi è tornata in mente quella volta in cui, davanti allo specchio del mio armadio, accovacciata per terra, mi sono messa a declamare il monologo disperato di Ofelia, ripetendolo più volte per cercare di mandarlo a memoria. Almeno, penso si trattasse di questo importante personaggio, perché sono certa di essere stata fissata anche con "il mio regno per un cavallo" e per il celebre elogio di Antonio per l'appena defunto Giulio Cesare, nonché, naturalmente, per "essere o non essere, questo è il problema".
Perché declamare Shakespeare in quella maniera? Perché avevo partecipato, per la prima volta nella mia vita, a un reading tenuto da veri attori professionisti, rimanendone fulminata.
Negli anni, mi è capitato più volte di risperimentare l'emozione del palcoscenico e di saggiarne la scomodità (il pavimento è eccezionalmente inclinato in alcuni teatri), ma mai più, credo, ho avuto modo di ritrovare la passione così immediata e così segreta di quel pomeriggio solitario trascorso a fissarmi nello specchio, tentando di modulare la voce come avevo visto fare dall'attrice poco prima.
Ovviamente, dimenticavo di specificare, quel giorno ero sola in casa: mi sarei vergognata troppo di farmi vedere dai genitori. Mia sorella, penso, era già via per l'università. Se fosse stata presente, infatti, sarebbe finita sicuramente in farsa. Ci siamo sempre bonariamente derise l'una con l'altra, allenandoci alla sottile arte del non prendersi troppo sul serio, da una parte; coltivando, dall'altra, forse un po' troppo fortemente il dubbio sui nostri talenti. E pazienza.
Diventare adulti significa ritrovarsi in altri specchi e guardarsi per quello che si è, senza eccessi nella critica e nelle lodi.
Sono sicura, per dire, che quella passione adolescenziale non sia sparita del tutto. Si è solo trasformata, diventando un pezzo della mia identità, chiunque io sia diventata oggi.
Oltre a Shakespeare, amavo moltissimo anche Pirandello, in particolare nel primo anno di liceo. Di lui non potrò mai dimenticare "Uno, nessuno e centomila", una lettura che la prof del ginnasio mi consigliò di rimandare ad anni più maturi, temendo che affrontarla allora avrebbe potuto ulteriormente minare la mia personalità-puzzle. Com'è andata a finire? Che io, una volta adulta, non sono più riuscita a leggerlo: non appena lo cominciavo, mi prendeva un'angoscia mista a noia davvero strana. In generale, non ho più aperto un libro dello scrittore siciliano, perché tutte le volte che ci ho provato, l'ho trovato fastidiosamente contorto.
Forse aveva ragione la mia prof, o forse il rigetto è stato causato proprio dal mio desiderio neanche troppo inconscio di fare fuori i paranoici dal parco-autori-di riferimento, onde evitare di alimentare la confusione ancora troppo presente, nonostante gli anni accumulati sulla faccia.
Giusto ieri osservavo le mie rughette un po' meno leggere sulla fronte: la prossima volta, mentre lo faccio (naturalmente in assenza di occhi indiscreti: i gatti non fiateranno), provo a declamare qualcosa.
Così è la volta buona che chiamo la neuro.
O più semplicemente sorrido, mi trucco un po' e vado a godermi il sole.
L'inverno del nostro scontento può attendere. Ancora un po'. 

giovedì 22 marzo 2012

Fisica o chimica/5: un passo avanti e tre indietro...



Come previsto, la vicenda di Fisica o chimica è finita a tarallucci e vino. Come hanno risolto il problema della scabrosità dei temi affrontati nel porno-telefilm? Spostandolo dalle 13.45 circa alle 14.15 ancora più trattabili e, udite udite, tornando indietro alle puntate in cui compare Quino, forse per dare la possibilità a Lorenza Lei e alla gerarchia cattolica di vedere come viene trattato un giovincello sposato con Maria Vergine fino al futuro (per me già passato, visto che l'hanno già mandato in onda) sodalizio con la seduttrice Alma (in alto, nella foto), una novella Eva con stivaletti borchiati.
Alla fine, insomma, ce l'hanno fatta a costringermi a uno stravolgimento delle mie abitudini quotidiane. Sempre ammesso che, prima o poi, si ricongiungano con le puntate che non abbiamo ancora visto, intendo io e gli altri (ma quanti saremo? Secondo me pochissimi, Borgonovo compreso) pruriginosi telespettatori che fino a lunedì scorso si radunavano davanti alla tv per guardare il piccolo telefilm (Feltri, dando il più che giustificato Bamba a Freccero, l'ha però chiamato genericamente programma, dimostrando di non sapere minimamente che roba fosse, come quasi tutti i protagonisti di questa surreale e minima guerra di religione sul servizio pubblico che non c'è).
Tant'è: domenica cambia l'ora, l'aria dovrebbe presto farsi anche più calda. Chi ha bisogno di Fisica o chimica per distrarsi, soprattutto in un posto di mare come quello in cui ho la fortuna di abitare?
Vorrà dire che me ne andrò a leggere il giornale o ad ascoltare la musica al sole, alla faccia della crisi e di tutte le ansie della quotidianità.
Però voglio ancora una volta dire grazie alla nostra consorella Spagna per aver dato voce all'adolescenza e alla prima età adulta strizzando, certamente, l'occhio a ormoni e sponsor, ma illuminandola anche di una freschezza del tutto sconosciuta alla maggioranza delle trasmissioni (telefilm, talk, show etc etc) di casa nostra, che vadano o non vadano in onda sulla Rai.
Un segno dei tempi? Meglio non dirlo. Sennò lo spread rischizza alle stelle.