martedì 24 febbraio 2015

Mark Knopfler e la felicità necessaria



Il documentario della BBC che pubblico sopra (NB: è stato bloccato dai proprietari qualche tempo dopo aver pubblicato questo post. Ne sono molto dispiaciuta, ma non ci si può fare niente...) mi è stato segnalato (com'era facilmente deducibile per chi ci conosce) dal Bipede. 
Non potrò mai smettere di ringraziarlo per avermi fatto conoscere a fondo Mark Knopfler, che è molto di più della voce dei mitici Dire Straits. Chi, come me, ha scoperto la sua produzione solistica, prendendosi naturalmente il giusto tempo per studiarne (proprio) le canzoni, saprà senza bisogno di ulteriori parole quanto grande sia questo immenso songwriter nativo di Glasgow.

Come già detto su questo spazio in passato, quando mi sono rimessa a studiare inglese, sono partita proprio dai testi di Mark per farmi un po' di vocabolario. Un'operazione davvero complessa che non ho ancora terminato né credo concluderò a breve.
Non solo perché, com'è ovvio, non si finisce mai di apprendere quali e quante siano le sfumature di una lingua (pure della propria), ma anche perché l'artista britannico ha una ricchezza espressiva davvero straordinaria.

Basta guardare e ascoltare ciò che dice in questo documentario uscito in occasione del suo terzultimo disco (considerando il prossimo in uscita in 9 marzo) Get Lucky.

Sapevo dell'abitudine di Mark di portarsi dietro un taccuino per trascriverne, tutte le volte che ci fosse stato bisogno, dettagli di vita rubata girando tra la gente; ciò che invece ignoravo fino a ieri è che abbia fatto agli albori della sua vita adulta (a soli 15 anni) il giornalista (il copy boy, più esattamente).
Certo, non ha mai sentito - lo dice proprio letteralmente - di avere "l'inchiostro nelle vene", ma a mio modestissimo avviso nel suo sangue c'è sempre stato molto di più del liquido nero-bluastro che usiamo per scrivere.
Quanti ne nascono, infatti, al mondo di artisti che sanno disegnare suonando e scrivere cantando

Per me Knopfler è un mago delle sinestesie, ossia uno di quei rari casi in cui, ascoltando la sua musica e leggendo le microstorie contenute nei suoi testi, ti lasci andare, smetti di pensare al tuo presente e ti metti in viaggio.

Non è un caso se uno dei dischi che amo di più è quello con Emmylou, affascinante cantante folk made in USA, che compare anche nel video qui sopra. Ascoltandoli duettare insieme, mi sembra di percorrere insieme con loro quelle immense strade che ammiro sempre nei telefilm americani, e soprattutto mi sembra che sia ancora tutto possibile.

Nel penultimo lavoro, che sto riascoltando in questi giorni, di canzoni che ti portano lontano lontano (oltre Milano e i gasometri, direbbe il "mio" maestro astigiano), ce ne sono parecchie.
Spettacolare è, ovvio, Privateering, il pezzo che dà il titolo all'album, che parla di pirati veri e metaforici.

Ma tra le più emozionanti, per me, c'è Seattle, che parla di pioggia e di amore, di un amore che si nutre sotto e con la pioggia che cade a secchiate sulla città Usa. Una delle molte che vorrei visitare.

L'ultimo mese è stato molto duro, come non mi succedeva da tempo.
Il 26 febbraio del 1997 ho avuto una crisi d'ansia fortissima in una libreria di Pisa. La mia prima vera crisi d'ansia: da allora niente è stato più come prima. Ne ho parlato più volte, soprattutto ne ho ricavato un racconto diversi anni dopo che, pur con i difetti congeniti alla mia scrittura, ha ancora qualcosa di potente.

Non sono più la stessa di quegli anni, ne sono consapevole.
Però, in meno di un anno mi sono ritrovata senza la donna che più di tutte mi ha sempre spinta, allora come prima e come dopo, a proseguire con la mia vita, e con un papà molto più fragile.

L'ho già scritto: sono diventata adulta tardi e una parte di me temo non crescerà mai (lo testimonia pure la mia bassa statura).
Fa niente, l'importante è conoscere i propri limiti e giocarci quando non si può fare altrimenti (come faccio spesso con i miei 152 centimetri sopra il livello del mare).

Mark e il suo immaginario così ricco, la lucidità con cui, poco più che quarantenne, ha detto basta (lo si vede bene nel documentario) alla sua scintillante vita di popstar, mi ricordano gli strappi che ho compiuto pure io nel mio piccolo, in nome della ricerca di un senso più profondo nelle cose, quello che "si nasconde dietro alle persone", come canta Cristina Donà in uno dei pezzi più belli del suo Così vicini.

Quel che più mi piace e forse mi rassicura è che questo genio della musica e delle parole oggi, a quasi 66 anni, sia - visibilmente - una persona felice. Lo testimonia l'altro, brevissimo, video che mi ha linkato sempre il Bipede, che racconta alcuni momenti delle sue giornate più recenti, forse di un anno fa, mentre stava registrando Tracker, l'album di prossima uscita.

Lo trovate qui sotto:



Che cosa significa felicità, direte voi?
Per me, più o meno quella cosa lì che si vede mentre Mark gioca con il suo cane, prova la macchina d'epoca e poi va nello studio di registrazione, tra i suoi colleghi e sicuramente amici fidati.

La felicità è riuscire, insomma, a trovare il proprio posto nel mondo imparando a fare ciò che più ci piace. Tutto qui, pensate? Beh, vi sfido a provarmi quanto sia semplice.

Se per voi è stato così, ne sono per l'appunto felice.
Per me, invece, è dura: soggettivamente sono incline all'esaurimento (e vabbè), ma oggettivamente ci vorrebbero condizioni un po' più favorevoli.

Per fortuna arriva la musica e le passioni altrui, dalle quali, a volte, com'è successo ieri mattina, mentre guardavo Mark, mi lascio facilmente contagiare.

Lui non può saperlo, o forse lo sa eccome: nel mondo ci saranno tante persone confuse, preoccupate, incerte e con problemi anche decisamente più seri dei miei che, ascoltandolo, si sono magicamente sentite meglio.

E' questo il senso più vero dell'arte: offrire oasi di consolazione vera e in un certo senso gratuita.

Spero solo di arrivare allo stesso grado di pacificazione che mostra quest'uomo dai piccoli, intensi, occhi blu.
Certo, come ha dichiarato in un'intervista Paolo Conte, "il felice", prima bisogna "lavorare molto".
Forse è proprio questo il problema.

Ma questa è un'altra storia.
Ne parlerò (forse) in un altro post.

A voi, buona vita e buone ricerche.
La vita è sempre dannatamente interessante.
Non scordiamocelo mai.

venerdì 13 febbraio 2015

Andare oltre le bassezze vere e metaforiche. Quess è la sè



"Oggi siamo arrivate in Bassonia: sono alti tutti non più di un metro e cinquanta. Mi sento a casa."

E poco sotto, con la mia scritturaccia da pollo: "UMPF!".

La frase che riporto sopra è di mia sorella. E' tratta da un diario di viaggio (se così lo si può definire) che ho tenuto nel lontano 1991, anno del nostro primo (indimenticabile) giro per la Renania.

Ricordo molti momenti di quei giorni d'estate. Forse anche perché ho riletto quelle pagine svariate volte negli anni.
L'altra sera, nel mio letto d'ottone teatino, ho riaperto l'agendina con la chiusura a lucchetto e la copertina rigida decorata con immagini da scrittoio di tempi ancora più antichi.

L'ho fatto ben consapevole dei rischi che avrei corso.
Ogni volta che mi rileggo, pure adesso, mi sento immancabilmente un'idiota.
Ai tempi lo ero, anzi, meno di oggi.
Questo perché allora, quando scrivevo che "dovevo concentrarmi sul lavoro", avevo più di qualche ragione per dirlo. Sapevo, l'ho proprio vergato, di avere "tutta la vita davanti" e di certo all'epoca non potevo immaginare di far parte di quella che Mario Monti diversi anni dopo ha definito la generazione perduta.

Non ho alcuna voglia (ma per carità) di fare la lagna, in questo momento.
Anzi, dovrei proprio spegnere e fare tutt'altro (magari una doccia: ho dei capelli improponibili), ma non ho resistito. Dovevo passare di qua visti quanti giorni sono passati dall'ultima volta.

Mia sorella mi ha sempre benevolmente (o no? dovrò chiederglielo) preso in giro per l'altezza.
Non me la sono mai presa, giuro. Mi dà molto (MOLTO) più fastidio quando lei (o chi per lei, veramente) mi dà consigli di vita. Soprattutto se non sono richiesti.
Temo di aver ereditato questo tratto un po' ispido del carattere da mio padre.

Ho passato giornate piuttosto pesanti con lui e - purtroppo - per via di lui.
Non è colpa di nessuno, lo so io e lo sa anche lui, ma dopo una certa età le cose si complicano anziché semplificarsi.

Si vorrebbe essere più maturi, più pazienti e invece accade non di rado il contrario.
Ieri me ne sono (quasi) scappata.

In tutta la pesantezza accumulata, però, ci sono stati anche alcuni momenti di verità che prima o poi dovevano arrivare.
Uno di questi è stato proprio la rilettura di quelle pagine antiche, come facevo ai tempi o giù di lì. Da giovane, infatti, mi rileggevo proprio per fissare le cazzate scritte nella memoria e tentare di andare oltre.

Bisognerebbe sempre tentare di andare oltre. Il carattere (come dico spesso) non si cambia, ma a certi comportamenti abusati bisognerebbe mettere uno stop. Quando mi rileggevo, mi autostoppavo. Ecco: mi autostopperò pure stavolta.
Ridendo della mia bassa statura e di tutte le altre mie e altrui bassezze.

Quess è la sè (traduzione libera: questo è), come va ripetendo mio padre sempre più spesso, soprattutto al telefono, con una certa qual (preoccupante e mattonante) gravità.

Però tè raggione (ha ragione).

O no?


mercoledì 28 gennaio 2015

Andre Agassi, la palestra e il mio motto del 2015: prima senti, poi (forse) pensa


Abbiamo posato per questa fotografia giovedì dell'altra settimana.
Per chi non dovesse riconoscermi subito, dico solo che di sicuro non sono tra le ragazze (e l'unico uomo del gruppo, l'insegnante di yoga Raul) in piedi.

Due giorni prima ci avevano esortato a indossare la maglia nuova della società sportiva Fermo 85, di cui faccio parte ormai da quasi cinque anni. Non riesco ancora a credere che sia passato già così tanto tempo, anche perché i primi due anni (o giù di lì) non mi sarei mai immaginata quanto quelle ore che trascorro lì, mescolata a signore e ragazze delle età più disparate, sarebbero diventate per me boccate preziose di ossigeno.
Chi mi conosce lo sa, perché ne parlo spesso: sono grata alle istruttrici Tiziana Bastiani e Rita Sacripanti (e pure a Raul, di cui, ahimè, ignoro il cognome) per avermi spinta a prendermi di nuovo cura del mio corpo.

Ho sempre amato fare sport all'aperto: a tennis, purtroppo, sono riuscita a giocare solo poche volte dalla scorsa estate durante la quale mi ero ripromessa di ricominciare e tuttavia adesso so con certezza che, volendo, potrei farlo.
Adoro sentire i miei muscoli che lavorano, il cuore che accelera e il sudore che m'imperla la schiena. Mi piace constatare che riesco ancora a piegarmi piuttosto bene e che, tutto sommato, riesco a cavarmela pure con le coreografie di step e aerobica, verso le quali, da ragazza, provavo una certa ostilità.

Tutto è cominciato, del resto, quando ero molto piccola, forse verso i 7-8 anni: cicciottella com'ero, mia madre pensò che potesse farmi bene muovermi un po', così mi iscrisse a un corso di ginnastica ritmica. Ero veramente negata: ricordo ancora, a essere sincera, come si fa il passo composto, ma detestavo che mi si dicesse di muovermi a comando.
Eppure fisicamente ero assai sciolta. Lo giuro, non sto scherzando: riuscivo a scendere in spaccata facendo giusto un salto nell'aria. Sapevo portare su soprattutto la gamba sinistra come vedevo fare da Heather Parisi.
Bastava però che mi si dicesse di seguire dei passi pre-costituiti perché andassi in crisi trasformandomi in un legnaccio inamovibile.

Ero pure dotata di un discreto scatto, come ebbi modo di sperimentare sulla pista d'atletica dello stadio Angelini di Chieti Scalo qualche anno dopo il fallimento con la ginnastica ritmica. Vinsi una gara, anche, ma non c'era storia: gli altri bambini erano più piccoli, non potevo che essere la più forte.

Al liceo, infatti, quando mi spedirono a gareggiare, fallii miseramente: persi l'equilibrio direttamente sui blocchi di partenza e uscii subito dalla corsia. Ho sempre detestato i rumori forti: il bang della pistola, probabilmente, doveva avermi messo paura prima ancora di essere esploso. Ma non cerchiamo scuse patetiche, soprattutto a distanza di ben trent'anni.

Poi c'è stato il tennis, di cui ho già parlato in un post.
Qui dico solo che ho appena finito Open in inglese, l'autobiografia di Andre Agassi, aggiungendo che avrei dovuto leggerlo anni fa per fare pace con la mia ansia da prestazione. Anche perché, a differenza del grandissimo campione di Vegas, come lui chiama la sua città natale (anche se il padre è di origini iraniane), a me nessuno ha mai chiesto di tirar fuori un talento che non ho mai sicuramente mai posseduto, a differenza sua e della grandissima (e strafichissima) moglie Steffi Graf.

E tuttavia consiglio Open a tutti quelli che amano lo sport e le sfide in generale: per affrontarle, dice in soldoni Andre e il suo ghost writer (che il campione ringrazia pubblicamente nella post-fazione, il che me lo ha reso decisamente più simpatico di come lo percepivo inizialmente quando, snobisticamente, dicevo di NON volerlo leggere), bisogna smettere di pensare e imparare, invece, a sentire.

Se pensi di vincere, non vinci; se senti che qualcosa può accadere, accadrà, se non proprio quella, magari un'altra, persino più importante.

Per lui, nella versione romanzata del suo passato di campione riluttante, smettere di giocare ha coinciso con una vera e propria rinascita. L'Agassi di oggi, un anno e poco più di me, è un uomo completo, e lo si vede anche nelle interviste. Per quanto siano costruite (gli americani sono dei maestri nelle fiction: pure la più scalcinata è più credibile di una qualsiasi soap nostrana), basta guardare Andre negli occhi per capire che, diamine, è uno felice ed è talmente felice che non si vergogna di farcelo vedere. Beato lui. E beata Stefanie (come preferisce farsi chiamare la sua bionda consorte) e i loro bambini.

Come tutti gli esseri umani, avranno (e provocheranno) di certo scazzi, dolori, frustrazioni, meschinità, etc etc, ma guardandoli insieme nell'intervista alla BBC che linko sotto, ho avvertito la stessa naturale energia vitale che percepisco ogni volta che vado in palestra, nella "mia" modesta palestra di provincia, tra signorine e signore di cui ignoro quasi tutto, ma con cui divido i miei sorrisi e la mia fatica ogni qual volta ci si chiede di affrontare un esercizio più complicato.

Quando sono lì dentro, mi sento forte come una campionessa, felice come una bambina e libera come una donna.

Approfitto perciò della foto di gruppo, dolcemente mossa, per l'ennesimo grazie alla vita.
Il presente è nebuloso (fuori fa un freddo cane), ma gli stati di grazia non hanno niente a che fare con i nostri pensieri e i nostri giudizi, spesso emessi a prescindere, con quella tipica presunzione di noi esseri umani.

Sentire è molto più potente. Eccome se lo è. Ogni tanto va fissato sulla carta, giusto per non scordarselo.
Non vedo l'ora che sia domani, ore 19.15.



martedì 20 gennaio 2015

Le radici e il clan allenato alla pazienza


Spero proprio che mio zio Gigi non se ne abbia a male (mio padre, ormai, è diventato una star di questo blog), ma oggi desideravo proprio questo ennesimo amarcord.
La fotografia che pubblico stavolta era tra le centinaia conservate da mia mamma nel suo armadio stracolmo di oggetti disparati, come quasi tutti i mobili della casa parentale.

In questo momento vi stanno rovistando dentro mio padre e la sua zia-sorella, una persona dotata di una simpatia straordinaria, che negli ultimi anni si era molto affezionata alla sua nipote-sorella acquisita. Con la sua meravigliosa r moscia, ci stritola (non solo metaforicamente) e ci dice di amarci tutti. E' così bello sentirsi dire "ti amo" da lei, ti viene naturale ridirglielo ridendo, sì, ma con sincera convinzione.

E insomma. Eravamo a Francavilla Beach, se non vado errata qui avevo 29 anni: se ho ragione, ero giusto a metà della scuola di giornalismo. E doveva essere già fine estate. Perché durante l'estate facevo gli stage, quindi è improbabile che potessi essere in vacanza che so, a metà luglio.

Mio padre, che oggi ha detto di non aver mai amato il mare, esibisce una bella abbronzatura. Idem mia sorella. Credo (ma non ne ho la certezza) che la foto sia stata scattata dalla mamma, ed è in ogni caso evidente che siamo tutti molto rilassati.

Amo (come direbbe la zia-sorella-prozia-zia) il senso di pace che più o meno ha sempre regnato nella nostra famiglia. Nel tempo ho imparato ad affrontare atmosfere diciamo così più concitate e a discutere pure piuttosto aspramente, quando necessario.
Però i dialoghi difficili, i fraintendimenti e gli accapigliamenti mi affaticano assai.

E' così piacevole, invece, essere compresi al volo, fare battute intellegibili per chi ascolta e pure servirsi naturalmente di un linguaggio non verbale consolidato.
Del resto, siamo abbastanza clanici, se posso usare questa specie di neologismo, e infatti chi prova a entrare nella nostra famiglia allargata non sempre si sente subito a suo agio. Anche perché l'ospitalità meridionale può creare ancora più imbarazzo. "Mangia, mangia, prendine ancora, hai mangiato? perché non ne prendi ancora?", etc etc. E l'ospite di turno non sempre se la sa cavare.

Il tipo nero con cappellino si chiama Rai, Ibrahim per la precisione. Ai tempi era un giunco, oggi ha messo su una bella pancia di benessere; anno dopo anno abbiamo continuato a incontrarci sulla stessa spiaggia.
Gli ho mandato una copia della foto qualche mese fa direttamente in Senegal. Non ho idea se l'abbia ricevuta, ma ci tenevo tanto che la avesse anche lui.
Rai è rimasto molto colpito dal nostro lutto: "e la mamma?", ci ha chiesto pure la scorsa estate come fa sempre ogni anno.
Non riusciva a crederci. Aveva capito che tipo era, che tipi siamo.
Da buon commerciante già da tempo aveva rinunciato a venderci le sue borse taroccate, ma quando ha potuto ci ha portato collane e vestiti. E noi l'abbiamo accolto nel clan. Ufficialmente. E' pure venuto a vedere i piccini quando erano neonati.

Adesso i nipoti lo salutano e ci scherzano, il piccolo lo chiama Rai Uno.
Ricordo benissimo la prima volta che l'abbiamo incontrato: mia mamma amava fare acquisti sotto l'ombrellone. La nostra casa di Francavilla è ancora zeppa di animali di legno: li prendeva da un altro venditore, anche lui non poteva crederci che quella cliente tanto brava non ci fosse più.

Mi è capitato di rivedere questa fotografia e svariate altre perché ne stavo cercando una della sottoscritta per un lavoro che forse dovrò fare.
Non riesco ancora, in certi momenti, a capacitarmi che la mia mamma sia da un'altra parte.
In certi istanti la sento qui con me, in altri, semplicemente, mi sembra di non avere più passato.

Quella ragazza sorridente con il costume rosa mi sembra così diversa dalla donna di quasi 44 anni di oggi (a proposito: oggi è il mio mezzo compleanno. Ne ho parlato un paio di anni fa del significato di questo giorno per la matta che sono).

Dovevo appena aver bevuto una granita. Allora era assai caldo, perché non mi sembra di aver mai amato in modo particolare le granite. Mi piacevano i gelati confezionati (mi piacciono pure ora, veramente), e se potevo, ne mangiavo uno dopo il bagno del pomeriggio, come fanno adesso i nipoti.

A loro lo prendeva sempre la nonna: era anzi il loro appuntamento del pomeriggio. Sono stati proprio i bambini a farmi conoscere il cornetto sbagliato, una vera sciccheria.

Manca troppo mia mamma, manca a tutti noi, per poterne ancora parlare come di qualcuno che non c'è più.
Oggi ho messo i suoi pantaloni e i suoi orecchini. E l'ho cercata nello specchio guardandomi fisso negli occhi.
Un giorno, non adesso, la riascolterò mentre recita una poesia di Leopardi in una registrazione che ho fatto partire dal mio pc quando eravamo su skype quasi presagendo quel che sarebbe successo di lì a poco.
Leopardi è intriso di questa terra in cui vivo ormai da più di dieci anni. Una terra affascinante e segreta, con me, ahimè, non troppo clanica, mai abbastanza familiare, comunque.

Vorrei imparare a conoscerla davvero, spero di averne ancora la possibilità.
Sono grata ai miei per avermi insegnato a non arrendermi. A mia mamma in particolare per aver creduto sempre in me.
Se resisto, se sogno ancora, è per via delle salde radici di quel clan allenato alla pazienza che vedete sopra.

Posso solo dire, di nuovo, grazie.
E correre in palestra!

mercoledì 14 gennaio 2015

Il notturno di Alcmane e il Suonno di Paolo Conte, meravigliose furfanterie



Giorni fa la mia amica grafica Maria Loreta Pagnani mi ha chiesto un piacere: le occorreva qualche riferimento letterario per un lavoro che sta per intraprendere. Ringraziandola per la grande fiducia riposta nelle mie antiche reminiscenze scolastiche, le ho detto che ci avrei provato.

Sarebbe stato bello se avessi avuto il tempo, la scorsa settimana, di risfogliare i miei testi di scuola, ancora in bella evidenza su uno degli scaffali ricolmi di libri di casa dei miei. 
E invece mi sono ritrovata a farlo qui, nella torre fermana (il corpo irrigidito dal freddo), davanti al pc. Pazienza. Forse non mi sarebbe venuto in mente con altrettanta immediatezza il collegamento che ho fatto appena qualche minuto fa tra la canzone di Nelson che riporto sopra (ovviamente del mio Maestro astigiano) e il Notturno di Alcmane che sono andata a ripescare compulsando il Web.

Riporto qui sotto la versione accreditata come la più corretta da una rivista di dotti grecisti che ho pescato per caso surfando:

"Dormono le cime dei monti e le gole, i picchi e i dirupi, e le schiere di animali, quanti nutre la nera terra, e le fiere abitatrici dei monti e la stirpe delle api e i mostri negli abissi del mare purpureo; dormono le schiere degli uccelli dalle ali distese".


Si tratta - dicono i suddetti grecisti - della traduzione curata da "A. Garzya, Napoli 1954", che differisce non di poco per esempio da quella offerta da Giovanni Pascoli e da altri poeti che - scusate la mia abissale e purpurea ignoranza - io proprio non conoscevo.

Trovate le varie versioni nel link che ho riportato sopra, compresa quella di Mauro Pagani in genovese, di cui ho giusto adesso recuperato il link alla versione cantata presumo sempre dal musicista amico di Fabrizio De André.

Bella, eh, però, manco a dirlo, io preferisco l'Avvocato. E in particolare Suonno e' tutto o suonno, non so bene perché, mi è sorta spontaneamente alla memoria non appena ho riletto i versi di Alcmane. Versi che al liceo mi piacevano moltissimo.

Leggiucchiando qui e là su altri siti di dotti grecisti, ho scoperto che quel tipo di poetica discende pari pari dalla lirica di Omero. E del resto, da quel poco che rammento, il creatore degli immortali Iliade e Odissea (sempre che siano entrambi tutti suoi), aveva attinto a piene mani dalla tradizione orale precedente.

Com'è antica la nostra cultura, accidenti.
Inconsapevolmente, siamo tutti ladri di questa gente qui, pure il mio Avvocato lo è (mi perdoni, lui sa - e come no - quanto mi abbia avvinta per sempre). 
Il collegamento che io colgo tra questa splendida ballata cantata nel suo goffo piemontese-napoletano e i versi di Alcmane è insomma frutto di secoli, millenni anzi, di connessioni precedenti tra una generazione e l'altra di aedi, di musicisti, di poeti e di scrittori.

E' tutto molto affascinante e insieme così lontano dall'attualità.
Le poche volte che me ne faccio travolgere (com'è successo con Charlie Hebdo), dopo sento un forte bisogno di purificazione.
Il presente mi fa veramente troppo arrabbiare e/o deprimere.

Solo di notte, quando tutto è suonno, sento che i sogni non sono finiti e anch'io, come le fiere abitatrici dei monti o gli uccelli dalle ali distese, chiudo gli occhi e attendo la prossima preda che prima o poi riuscirò a bramire, balzando da un cespuglio o piombando da una cima.

Al risveglio, poi, è tutt'un'altra storia, ma che importa. La notte è promessa, incantatrice e tentatrice. Lo confermano il violino e il flauto di Conte e quel leggero sintetizzatore che accompagnano la fusione tra il cielo di lui e di lei.

Grazie, Maria Loreta, per avermi fornito questo gancio.
A voi tutti, buone furfanterie azzurre.

lunedì 12 gennaio 2015

Alla ricerca dell'ironia perduta, contro i profeti della pesantezza

Sentite, che cosa vi dire? Non ci posso fare niente, ma a me il dibattito di stamattina su Prima Pagina (Radiotre) tra gli ascoltatori e la giornalista di Libero Elisa Calessi (una bella e professionale giovane donna con un accento nordico tutto strittu strittu strittu... brutto anche l'eccesso di romanesco, eh, ma un po' di dizione collettiva non guasterebbe) ha fatto calare il latte alle ginocchia.

Offendere qualcun altro non è mai bello, ci mancherebbe altro. Però insomma, a me il politicamente scorretto spesso piace, soprattutto quando è democratico.
Non sto parlando di quello di Charlie Hebdo o del nostrano Vernacoliere (che pure mi ha strappato più di una risata ai tempi dell'università pisana), ma del buon vecchio Totò.

Prendete per esempio questa scena di Totò Sceicco:




Oppure quest'altra:




O da quest'altro film (Totò Le Mokò):






Beh, sono cresciuta, come molti nell'ex Regno Borbonico in particolare, con i film di Totò e il risultato sapete qual è? Continuano a farmi ridere tuttora. E non credo di essere la sola. Prendete, per esempio, Marco Presta del Ruggito del Coniglio, che nel suo modo di fare ironia ha preso tantissimo dal nostro Principe della risata.

Una risata liberatoria su tutto e tutti, la sua, frutto di un talento naturale difficilissimo da imbrigliare e da replicare (il grosso di queste gag erano improvvisate, come nel jazz). Un genio che, naturalmente, ai tempi non capivano in molti.

Non tutti i film di Totò sono belli, certo, e alcuni sono obiettivamente datati. Ma molti passaggi, soprattutto di quelli in cui il raffinato attore e poeta napoletano era ancora abbastanza giovane, se li guardi, non te li scordi più. Addirittura i miei nipoti, ossia quanto di più distante anagraficamente potrebbe esserci da quell'Italia che neanche io ho conosciuto, ridono di gusto.

E' stata mia sorella a proporgliene qualche pezzetto, da Miseria e Nobiltà, da Totò cerca casa, Totò Le Mokò per l'appunto e Totò Tarzan. In quest'ultimo, per dire, il Principe non risparmia pure qualche battutina sulla evidente femminilità di uno dei personaggi, alla faccia dei codici anti-discriminazione di adesso. 

La vera domanda che mi faccio è quindi la seguente: oggi saremmo in grado di partorire di nuovo un genio così? Se nascesse, saremmo in grado di capirlo o sarebbe uguale a cinquant'anni fa se non peggio? 
Sinceramente, io temo che sia vera la seconda che ho detto.

La generazione dei miei genitori, piena - sicuramente - di preconcetti sul diverso in generale è stata però in grado di crescere persone libere. E con la testa aperta. Non sto parlando solo di me, ovvio; parlo dei molti miei coetanei, etero, gay, trans, bisex, atei, credenti, miscredenti, clericali e anti-clericali, che possono LIBERAMENTE confrontarsi, discutere ed eventualmente accapigliarsi.

In molti di noi, però, vedo troppo spesso un limite, dato proprio dal grande privilegio che abbiamo avuto: l'assenza o per lo meno la carenza dell'ironia, l'unico strumento che ci permetterebbe di sdrammatizzare prima di tutto il nostro ego e poi quello degli altri.

Ve lo dico proprio apertamente: a me tutti sti' giovani barbuti che imbracciano i kalashnikov mi hanno rotto le palle che non ho. E trovo veramente incomprensibile che ci siano delle donne che li adorino, tra l'altro.

Non mi piace però ugualmente la condanna incazzata alla Ferrara e l'evocazione (veramente pericolosissima) della guerra santa con quella gravità da attori di terz'ordine che fa da esatto contraltare alla patetica serietà di quelli che un giornalista del Centro che è diventato il mito personale mio e di mio marito chiama cammellieri.

Perdonatemi, ma sono stanca di tutta questa pesantezza.

Non sono tempi facili, è così banale ribadirlo.
Però che palle, ragazzi.

Assorbito lo shock per la strage di Parigi (e per tutte quelle che succedono tutti i giorni nel mondo, ok, comprese le povere bambine kamikaze. Mamma mia che orrore), dobbiamo trovare la forza per alleggerire il carico, altrimenti come facciamo ad andare avanti?

Ognuno trovi il suo metodo, per carità, però, almeno, proviamoci. 
Lo confesso: io, qualche volta, quando sono particolarmente scornata, guardo i cartoni animati.
Ci sono pure altre attività interessanti che si potrebbero fare per scuoterci di dosso la pesantezza.
Non sto qui a scendere nei dettagli, ma insomma.

Quel che conta è solo questo: non dimentichiamoci di ridere e di auto-prenderci in giro.
Davvero: solo le uniche due armi che potrebbero salvarci, se non dalla bomba o la mitragliata bastarda di qualche idiota con turbante e non, ma almeno dalla morte in vita.

Di zombie in giro ce ne sono già troppi.
Non diamogliela per vinta.

Giusto per inciso, prima di chiudere: Totò, terrone come me, prendeva per il naso pure i suoi conterranei. Quel personaggio da basso avanspettacolo di Salvini è in grado di fare altrettanto?

A voi la risposta. La mia è questa:


giovedì 8 gennaio 2015

Charlie Hebdo e la guerra (bastarda) alla civiltà


Non ne ero sicura, ma mi era parso guardando l'infografica sui giornali. Adesso che ho controllato su GoogleMaps ne ho avuto la certezza: Rue Nicolas Appert, la via della strage bastarda, e Rue Poisonniere, quella in cui si trova il Grand Rex Theatre, dove il 26 e il 27 gennaio prossimi suonerà Paolo Conte, sono piuttosto vicini. Circa 18 minuti di metrò per cinque o sei fermate. Niente, considerate le distanze nell grandi città.

Se già ero scioccata di mio, come molti, naturalmente, questo dettaglio in più privato, tipico del mio modo di scrivere almeno su questo spazio, mi ha ulteriromente rattristato.

Con quale spirito un italiano così amato dai francesi come il Maestro astigiano potrà esibirsi tra sole due settimane da questa vigliacca mattanza?

Con quale spirito verrà preso il nuovo numero di Charlie Hebdo previsto presto in edicola dai colleghi, i collaboratori e amici delle dodici vittime Charb, Wolinski, Cabu, Tignous, Honoré, Fred, Maris, la guardia del corpo di Charb, Renaud, e i poliziotti Ahmed e Frank, il portiere Frederic, e l'unica vittima donna (salvo ulteriori tragici aggiornamenti) Elsa Cayat?

Ascoltando stasera un pezzetto di Caterpillar su RadioDue, ho sentito che più di un ascoltatore ha chiesto di riceverne una copia. Sicuramente il settimanale Internazionale sta preparando un numero speciale: speriamo che lo traducano e lo portino anche tra noi.

Non conoscevo la storia di Charlie Hebdo, ma, vista la mia passione per i disegni parlanti, mi sarebbe potuto capitare di imbattermici, un giorno o l'altro.
Più concretamente, potevo effettivamente partire per Parigi, come congetturavo di fare solo sabato scorso, sfogliando la guida della città europea per eccellenza.

Ho sempre amato la Ville Lumiere fin dai tempi della scuola: adoravo, letteralmente, la storia della Rivoluzione Francese e ho studiato con interesse l'Illuminismo.
Se sono come sono adesso, anzi, un po' di merito ce l'hanno proprio i "Blè", con il loro snobismo respingente.

Guardando le copertine del settimanale satirico colpito a morte sul Sole24Ore, mi sono ritrovata persino a ridere di battutacce obiettivamente pesanti, ma così - francamente - liberatorie e zero ipocrita politically correct.
Ho scoperto che Stephane Charbonnier, il direttore 47enne, freddato tra i primi, amava copiare i disegni di Tintin e di Lucky Luke quand'era un ragazzino. Da poco ho scoperto il secondo, grazie ai miei nipoti: mi figuro l'occhialuto ex ragazzo cattivissimo folgorato dalla matita più o meno all'età che hanno adesso i figli di mia sorella.

E mi sono immaginata tutta la simpatica canaglieria di Wolinski, erotomane dichiarato e misogino per gioco. Me li sono visti proprio scegliere i temi delle loro vignette, dei loro pezzi, quante risate sguaiate e dementi si saranno fatti. Quanta vita sarà corsa tra le pareti della prima sede del giornale, distrutta da un attentato due anni fa, e quella nuova, una casa tra tante che nemmeno quei criminali asembra che abbiano saputo riconoscere.

Non è stato solo Charlie Hebdo a essere stato brutalizzato: lo è stato proprio lo spirito di un popolo con una storia grande, con un orgoglio che la maggioranza di noi italiani non ha mai provato nei confronti della nostra patria.

Non voglio addentrarmi in inutili disquisizioni sulla matrice jihadista del barbaro attentato.
Posso solo dire che il presente è davvero fosco e dopo quello che è successo a due passi da dove sorgeva la Bastiglia lo è ancora di più.

Non ho avuto (forse) mai abbastanza coraggio nelle mie scelte professionali e non solo. Posso però assicurarvi che, se la guerra alla civiltà fosse dichiarata apertamente (abbiate il coraggio di prendervi la responsabilità dei vostri crimini, terroristi del C.), io saprei da che parte stare.

Vive la libertè.